DOPO TUTTO
Se tutti i viventi recitassero Amleto...
Adriano Sofri 16/5/2005
È il paradosso che ho trovato in un romanzo straordinario. Il protagonista è un ragazzo che vuole diventare scienziato e a proposito di Dio dice: non ci credo, ma sarei felice se esistesse.
Ho sentito mio figlio Luca raccomandare la lettura di un romanzo di Jonathan Safran Foer, Molto forte incredibilmente vicino (Guanda, tradotto da Massimo Bocchiola), e gli ho dato retta, e me ne rallegro vivamente. Safran Foer ha 28 anni e aveva già pubblicato un romanzo molto lodato, tant'è vero che la copertina di questo nuovo libro porta sotto il nome dell'autore, come una referenza, la scritta «Autore di Ogni cosa è illuminata». Io però non l'avevo letto. Leggo troppo poco, e soprattutto romanzi, e soprattutto romanzi contemporanei: preferisco rileggere grandi romanzi dell'Ottocento, per un pregiudizio a favore di quel secolo e per l'impressione che mettano meno alla prova la mia cervicale. Sbaglio, naturalmente, e così quando mi decido a leggere un autore di oggi, come questo Safran Foer, resto a bocca aperta. Occorre anche avere del tempo libero, cosa che in galera non capita affatto, checché ne pensiate. Forte & Vicino (lo chiamerò così per ragioni di spazio, benché il titolo per esteso sia bello, e di più in originale, Extremely Loud & Incredibly Close) dura ben 350 pagine e ha un intreccio sapiente quanto complesso, sicché ho impiegato due notti intere per leggerlo. Ha anche una struttura genialmente composita, che mescola al testo fotografie, riproduzioni di carte da visita, brani di giornale sottolineati a penna rossa e così via. Si capisce che differenza ci sia fra i grandi romanzi, come quelli del mio prediletto Ottocento, che vengono prima del cinema, e questo, che viene dopo e non emula il cinema, ma lo mangia.
Le ultime pagine del libro sono un vero film, come quei blocchetti di disegni o fotogrammi che vanno sfogliati rapidamente per ottenere l'effetto del movimento. Sono (posso dirlo, non c'è un finale da tenere segreto) i fotogrammi della caduta di un corpo da una Torre dell'11 settembre, ma ordinati nella sequenza invertita, così che il corpo risale dal basso all'alto, fino a rientrare nell'edificio e riscattare la storia dall'orrore e dal lutto. Manhattan e Dresda e Hiroshima e tutto, fino a Eva che rimette la mela sull'albero, l'albero rientra nella terra, diventa un arboscello, che diventa un seme, e Dio unisce la terra e l'acqua, il cielo e l'acqua, l'acqua e l'acqua, la sera e la mattina, qualcosa e niente, e dice: Sia la luce. E il buio fu. «E saremmo stati salvi».
Parlano nel libro voci diverse, ma c'è un narratore principalissimo, Oskar Schell, ha 7 anni all'inizio, e quasi 9 alla fine. Sa moltissime cose, nel modo superiore in cui le hanno sempre sapute i bambini, specialmente nel mondo di oggi, le cui meraviglie tecniche sono fatte apposta per rendere più ottusi e smemorati gli adulti, e più saggi e allarmati i bambini. Sa, per esempio, che un corpo umano contiene mediamente una quantità di ferro sufficiente a fabbricare un chiodo di 2 centimetri e mezzo. Tiene una corrispondenza tenace con Stephen Hawking, che anche lui non dev'essere diventato irreparabilmente adulto.
Oskar è un inventore poetico che vuol diventare scienziato, Hawking è un astrofisico che vorrebbe essere un poeta. Oskar ha letto su National Geographic, che sua nonna chiama «il National Geographic», che ci sono più persone vive oggi di quante ne sono morte in tutta la storia dell'uomo, e ne è stato affascinato. Anch'io lessi questa notizia e ne fui affascinato (e dico anch'io, come la nonna, «il National Geographic»): noi vivi che mettiamo in minoranza i morti, e non ci mancava che questo per maramaldeggiare senza più limiti. Ma non pensai, a differenza di Oskar Schell, che se tutti i viventi volessero recitare Amleto contemporaneamente, tenendo in mano secondo copione il teschio di Yorick, non ci sarebbero abbastanza teschi.
È chiara la differenza, no? Questa differenza che suscita ammirazione e soggezione si fa sentire in ogni pagina del romanzo di Safran Foer. Oskar ha a che fare con il giovane Holden («Io non mangio niente che abbia dei genitori»), ma un giovane Holden che si misuri con competenza col pianeta intero, e il resto dell'universo.
I vecchi a volte sono inebetiti. «Un paio di vecchi erano seduti davanti a un negozio, su delle sedie. Fumavano sigari e guardavano il mondo come se fosse la televisione». Altre volte sono intelligenti e allarmati come i bambini. Oskar ha un nonno, messo fuori gioco dalla fornace di Dresda 1945, che va allo zoo del Central Park carico di cibo per gli animali, «solo qualcuno che non è mai stato un animale può mettere un cartello che dice di non dar loro da mangiare». Oskar è ateo. Tuttavia: «Solo perché sei ateo, non significa che non saresti felice se le cose avessero delle ragioni per esistere».
Oskar inventa. Aerei ghiacciati, che sarebbero al sicuro dalle rilevazioni termiche. Ambulanze lunghissime, che colleghino ogni palazzo a un ospedale. Paracadute nel marsupio (l'11 settembre, alcuni che erano al Windows on the World cercarono di paracadutarsi con una tovaglia). E grattacieli costruiti con parti mobili, che possono riaggiustarsi da soli quando ce n'è bisogno, e persino aprirsi dei buchi in mezzo per farci passare gli aeroplani. Oskar ritaglia e trascrive in un album le Cose che mi sono capitate. Ne ha riempito uno intero. «Ho letto che è stata la carta a tenere acceso l'incendio nelle Torri. Tutti quei quaderni, le risme di fogli per fotocopie, le stampate delle email, le foto dei figli, i libri... Erano combustibile. Forse se vivessimo in una società senza carta, come un sacco di scienziati dicono che un giorno succederà, papà sarebbe ancora vivo. Forse non dovrei iniziare un altro volume».
Forse non dovrei riempire ogni settimana questa pagina. E comunque siate avvertiti: non vi ho dato neanche una pallida idea di come sia bello Forte & Vicino. Commovente. Voi magari ci metterete quattro giorni, ma voi ne avete di tempo, là fuori.





