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Panorama   Archivio   Quando il leader è dietro le sbarre

PALESTINA - GUERRA FRA GENERAZIONI PER LA PRESIDENZA DELL'ANP

Quando il leader è dietro le sbarre

Fiamma Nirenstein   14/12/2005

Marwan Barghouti è condannato in Israele a cinque ergastoli, ma è lui che guida i giovani leoni quarantenni palestinesi. Che, facendo leva sulla lotta alla corruzione e sul mito dei Tanzim...

Ha la faccia di Marwan Barghouti, 46 anni, in carcere con cinque ergastoli per terrorismo, il pericolo che incombe sul presidente palestinese Abu Mazen. E ha lo sguardo beffardo e allegro del fondatore dei Tanzim, molto più che quello di Ariel Sharon o Benjamin Netanyahu, il rischio che l'unico politico ritenuto credibile da Israele per il ritorno alla trattativa di pace venga cancellato dalla scena.
Infatti alle primarie a fine novembre di al-Fatah, ieri partito di Yasser Arafat e oggi di Abu Mazen, è stato travolto da un'ondata di voti a favore di Barghouti, dalla cui costola sono nate le Brigate dei martiri di al-Aqsa. Nell'area di Ramallah Barghouti ha ottenuto più del 50 per cento dei voti, mentre Sakher Habash, il prescelto di Abu Mazen per guidare la lista, ha raccolto solo qualche centinaio di voti. 

«È stata una sorpresa senza precedenti e non c'è dubbio che preluda a una rivoluzione politica, sempre che la data del 25 gennaio per le elezioni non venga cancellata, paragonabile a quella che ha scosso Israele in questi giorni» prevede l'analista palestinese Khaled Abu Toameh, con riferimento al nuovo partito Kadima di Ariel Sharon. «Questo cambio potrebbe essere per il meglio o per il peggio» dice un altro famoso esperto di politica palestinese, Hani al-Masri.
Che cosa si può leggere nella nuova realtà palestinese? La sorpresa consiste nella vittoria di Barghouti e della generazione dei quaranta-cinquantenni sulla potente, aggressiva generazione dei vecchi arrivati da Tunisi con Arafat dopo gli accordi di Oslo nel 1993. Si profila un ribaltamento del potere arafattiano, ancora in sella tramite i vari Mazen o Abu Ala. Gli «Abu», come li chiamano i palestinesi, hanno rifiutato di condividere il potere con gli ex ragazzi delle pietre degli anni Ottanta. Allora i Tanzim di Barghouti nacquero dalle esigenze di una base arrabbiata: oggi per la prima volta sembrano vincere la partita.

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Mohammed Dahlan: nato nel 1961 nel campo profughi di Khan Yunis, nella Striscia di Gaza, è uno dei leader della nuova generazione


Ben 463 mila palestinesi si sono iscritti alle liste di al-Fatah per votare alle primarie in Cisgiordania e a Gaza. Abu Mazen ci aveva lavorato duro nella speranza di mettere in scena una dimostrazione di forza verso Hamas. Ma ecco due sorprese: Barghouti ha preso sin dal primo giorno oltre il 50 per cento dei voti, mentre gli uomini del presidente, come Sakher Habash, il favorito della vigilia, hanno portato a casa una misera manciata di preferenze. La seconda sorpresa, che a Gaza ha portato alla chiusura dei seggi, è stata un'esplosione di violenza fra gruppi diversi di al-Fatah: individui mascherati hanno costretto alla fuga gli scrutatori dai seggi di Dir el-Ballah, Khan Yunis e Beith Hanun.

In funzione preventiva, molti nomi di rappresentanti della giovane guardia sembra fossero spariti dalle liste. Pare anche che uomini armati abbiano sparato e lanciato una bomba per protestare; e che fra i miliziani ci fossero gli amici di Mohammed Dahlan, un quarantenne di al-Fatah, ex ministro dell'Interno palestinese e uomo di grande potere locale.
«Abu Mazen rischia grosso» chiosa Abu Toameh. Da tutti i lati. Mentre al-Fatah è percorso da violenti scontri interni, Hamas aspetta tranquillo le elezioni come una tigre accovacciata. Anche se oggi vale fra il 20 e il 30 per cento, secondo i sondaggi, la sua popolarità cresce. La sua linea politica, molto popolare, insiste sia sulla corruzione dei «tunisini» sia sull'uso della violenza: Hamas ripete, tranquilla, di essere l'unica organizzazione che aiuta i poveri e non ha conti privati all'estero. Insiste inoltre che gli israeliani se ne sono andati da Gaza grazie alla loro lotta armata. E la gente ci crede.

Rispetto alla linea di Abu Mazen, il quale ritiene che solo la trattativa porti vantaggi ai palestinesi (però non osa disarmare i gruppi armati), Barghouti si distingue in quanto prigioniero degli israeliani e per la critica alla corruzione degli uomini tunisini. Anche riguardo alla violenza la sua immagine è diversa da quella degli attuali vertici palestinesi: basta rileggere la storia dei Tanzim.
Le brigate di al-Aqsa sono sostenitrici del doppio linguaggio: quello delle bombe e quello della trattativa. E a questo punto arriva il colpo di scena: Sakher Habash, il leader sconfitto nelle primarie, ha proposto ad Abu Mazen di fare di Barghouti il suo vicepresidente. L'obiettivo, neanche tanto nascosto, è contenere la marea che avanza. Ma questa scelta, anche se fosse vincente, più che fermare la violenza rischierebbe di crearne altra, sia sul fronte interno sia su quello esterno. La vittoria dei Tanzim non appare dunque di buon auspicio per il processo di pace. Soprattutto non lo è per Abu Mazen.

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