Archivio Panorama

  • Home
  • Edicola
  • Archivio
  • Info
  • Feed RSS
  • Home archivio
  •  
Panorama   Archivio   Sinai: la nuova frontiera della jihad

TERRORISMO - DOPO GLI ATTENTATI NEL SINAI

Sinai: la nuova frontiera della jihad

Pino Buongiorno   28/4/2006

I turisti sono il primo obiettivo: per bloccare la loro «sporcizia morale», per mettere in ginocchio il regime di Hosni Mubarak e per colpire l'Occidente. Solo così, per i teorici della guerra santa, potrà nascere il califfato.

Il giorno dopo c'è una gran voglia di riscossa passato lo shock dei corpi straziati e dei fiumi di sangue. «Ho già ordinato i nuovi vetri per le finestre rotte» assicura Hany Ali, il manager dell'hotel Neptune beach di Dahab, la località turistica della Penisola del Sinai nota per la sabbia d'oro (questo è il significato di dahab in arabo).
L'albergo da 15 dollari a notte è a poche decine di metri di distanza da uno dei ristorantini colpiti dal triplice attacco terroristico di matrice islamica che ha scosso, la sera di lunedì 24 aprile, questo paradiso sul Golfo di Aqaba affollato da ex hippie che non vogliono arrendersi alla calvizie e da giovani amanti del sole e delle immersioni che non possono permettersi la più cara Sharm el-Sheik, 85 chilometri a sud.
Hany Ali ordina ai camerieri di correre, di mettere tutto a posto, di ritornare a servire i turisti abbronzati e anche un po' sbronzi per le tante birre consumate nel coffee shop dell'hotel. «La vita deve tornare come prima. Dobbiamo dimostrare a questi assassini che siamo forti» proclama l'albergatore.

Pochi metri più in là avanza un singolare corteo di ragazze dagli occhi azzurri in T-shirt sgargianti e di giovani donne locali, rigorosamente vestite in nero e con il capo coperto. Marciano sotto una bandiera egiziana e urlano la loro rabbia, in mille lingue. «Non abbandoneremo mai Dahab» si sgola una studentessa finlandese. «L'Islam non predica i massacri» le fa eco in arabo Lamia, una ragazza del Cairo in vacanza per la festa di primavera, che quest'anno cade 24 ore prima del giorno del Sinai, un'altra importante festività in onore del ritiro delle truppe israeliane dalla penisola nel 1982.

I turisti non si danno per vinti, è successo già dopo gli attentati di Taba, nell'ottobre del 2004, e di Sharm el-Sheik, nel luglio dell'anno scorso (in totale oltre 120 morti).
Lui invece, il massimo teorico della caccia agli stranieri infedeli lungo la «frontiera del Sinai», che risponde a decine di alias (Abu Musab al-Suri, Mustafà Setmariam, Omar Hakim), è stato costretto ad arrendersi nel novembre 2005 dopo essere finito in carcere in Pakistan. Ma la sua parola d'ordine è più che mai un obbligo religioso per i mujaheddin locali, quasi una fatwa, come quelle maledizioni che emette Osama Bin Laden.

«Nell'attuale fase della guerra santa l'obiettivo vitale è attaccare i turisti» ha sancito il rosso (di capelli e di barba) al-Suri-Setmariam in un monumentale manuale strategico di 1.601 pagine pubblicato sui siti islamici internet nel gennaio 2005, dopo tre anni di stesura.
Il volume, intitolato Un appello per la resistenza globale islamica, è diventato il «nuovo Corano» per la terza generazione di mujaheddin che hanno giurato fedeltà a Osama Bin Laden e alla sua holding del terrore Al Qaeda. «I turisti» ha inveito il terrorista d'origine siriana, ma naturalizzato spagnolo, «considerano i paesi musulmani come il loro cortile di casa e importano da noi la loro sporcizia morale. Dobbiamo colpirli».

Il Sinai, questo spettacolare scenario biblico, con le sue dune mozzafiato, le sue catene montuose, le spiagge incontaminate e le acque cristalline, è diventato l'ultimo avamposto della jihad, l'arena da purificare da ogni presenza non musulmana, anche dai soldati della forza multinazionale, attaccati 36 ore dopo la strage di Dahab, la mattina di mercoledì 26 aprile (riquadro a destra).
La strategia, così come è stata sancita dagli ispiratori del terrore e confermata dai mujaheddin negli interrogatori davanti alla corte per la sicurezza dello stato di Ismailia, ha tre obiettivi: terrorizzare gli occidentali, in particolare i vacanzieri europei e quelli israeliani; indebolire l'Egitto di Hosni Mubarak mettendo in crisi l'industria del turismo, che è la seconda fonte di reddito del paese con oltre 6 miliardi di dollari di fatturato; creare una nuova generazione di jihadisti da infiltrare a Gaza e in Cisgiordania e, da qui, successivamente, in Israele per arrivare alla «liberazione di Gerusalemme».

Questo programma è sicuramente velleitario, come tutto quello che frulla nella testa dei cloni di Bin Laden, ma non per questo irrealistico. Intanto perché già oggi, secondo le valutazioni preoccupate dell'intelligence israeliana, un quinto dei 61 mila chilometri quadrati del Sinai si può considerare una roccaforte del movimento globale della jihad. Sono in particolare le zone a nord, quelle attorno alle montagne inaccessibili di Jebel Halal, a essere sfuggite al controllo delle forze di sicurezza egiziane, che negli scontri dello scorso autunno hanno perso almeno due alti ufficiali.

""
Gli effetti delle esplosioni nel centro abitato di Dahab: negozi e locali sventrati sui quali i gestori attaccano scritte di protesta contro il terrorismo
Per certi versi quest'area ricorda, a chi le ha frequentate entrambe, la provincia tribale del Waziristan, al confine fra Pakistan e Afghanistan, un'altra terra di nessuno dove si nascondono i dirigenti di Al Qaeda, come il numero due, il medico egiziano Ayman al-Zawahiri.
Anche nel Sinai i miliziani locali, appartenenti al movimento al-Tawheed wal Jihad (monoteismo e guerra santa), hanno pagato in denaro la protezione delle tribù beduine. Il loro nume tutelare è lo sceicco Salem Shonoubi. Hanno in pratica replicato l'esempio di Al Qaeda con i signori della guerra di etnia pashtun.
Un'altra coincidenza: le tribù egiziane e quelle pachistane sono sostanzialmente clan criminali dediti a ogni tipo di traffici. I beduini contrabbandano armi, droga e prostitute, che poi esportano a Gaza, in Israele e anche in Giordania; i pashtun sono i maggiori commercianti di oppio del mondo.

Questa alleanza è cementata dall'odio tribale contro il governo centrale. Dichiara a Panorama Mamdouh Ismail, un noto difensore di attivisti islamici egiziani: «La vendetta è il motore principale di questa catena di attentati. I beduini, gli abitanti originari del Sinai, sono stati vittime di atrocità e di abusi commessi in passato dalla polizia egiziana. Di qui la loro reazione».
Ma questa è solo una parte di questa tragica storia. L'altra, quella decisiva, è la scelta della direzione strategica della jihad globale di identificare e organizzare sempre nuovi fronti nel mondo arabo, oltre all'Iraq, affidato al tagliatore di teste Abu Musab al-Zarqawi. L'Egitto è sicuramente uno dei principali, assieme all'Arabia Saudita e alla Giordania.

In subordine, ci sono il Kuwait, lo Yemen, il Qatar e il Bahrein. Per sommi capi si può sostenere che, mentre Bin Laden continua a essere ossessionato dal «nemico lontano», cioè dagli Stati Uniti e dai loro alleati (e per questo spesso è criticato, tanto da essere costretto a correggersi, come è accaduto nell'ultimo nastro registrato), i suoi emuli dell'ultim'ora, come al-Suri, ma anche Abu Muhammad al-Hilali, puntano tutto sul Medio Oriente e sull'idea di far nascere subito il califfato.
«Fra noi e i governi arabi c'è uno stato permanente di ostilità, che durerà fin quando saremo vivi» ha teorizzato il 25 settembre dell'anno scorso, in un succinto «messaggio ai popoli delle frontiere del Sinai», diffuso via internet, al-Hilali, che sembra aver preso il posto del catturato al-Suri.

Quanto ai turisti, «d'ora in poi c'è il coprifuoco per i loro movimenti nel mondo musulmano», ha minacciato il dirigente jihadista che ai «fratelli egiziani» ha consegnato queste istruzioni: 1) prendere di mira i turisti uccidendoli, ma anche sequestrandoli;
2) mettere nel mirino le navi da crociera e attaccare i porti principali sia nel Mediterraneo sia nel Mar Rosso;
3) bloccare il trasferimento di petrolio e di gas verso Israele.


Sul piano più propriamente operativo sempre al-Hilali considera importante per i miliziani sia l'addestramento psicologico, attraverso la lettura dei manuali qaedisti, sia quello pratico. «Ci sono immense aree del Sinai, sia caverne sia monti, dove le autorità non vi scopriranno mai» ha dettato. I cantori dell'Islam politico sembrano aver avuto successo nel reclutamento, soprattutto fra i beduini più giovani.
I capi di Tawhid wal Jihad, responsabili degli attentati di Taba, di Sharm el-Sheik e presumibilmente anche di quello di Dahab, sono ancora latitanti, nonostante 3.500 arresti nel nord del Sinai, dopo l'attentato del luglio scorso a Sharm. Ai loro ordini ci sarebbero ancora una trentina di mujaheddin pronti a entrare in azione e a immolarsi alla prossima occasione. La guerra santa contro gli «empi» alla ricerca del sole e del mare pulito non finisce qui.
(ha collaborato Ibrahim Refat dal Cairo)

  • Panorama Unplugged
  • Bruce Springsteen
  • Meteo
  • Calendari
  • Panorama su iPad
  • Cerca casa
  • Le nostre newsletter
  • Abbonati
  • Le uscite al cinema
  • Applicazioni Mondadori
    • Immobiliare.it
      Case  |  Uffici  |  Case Vacanza

      Provincia
      Tipologia
    • R101
  • Abbonati subito a Panorama!
  • Panorama ieri
  • Archivio storico di Panorama.it
  • Naviga
    nell'archivio
    storico di
    Panorama.it
  • Home
  • Fotogallery
  • EPOCA
  • Edicola
  • Archivio
  • Info
  • torna su
  • Condizioni di partecipazione
  • Credits
  • Scrivi a Panorama
  • Feed Rss
  • Privacy
  • Gruppo Mondadori
  • Pubblicità
  • Abbonamenti
  • R101
  • Arnoldo Mondadori Editore
© 2007 Arnoldo Mondadori Editore S.p.A. - Partita IVA 08386600152