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L'ARCITALIANO

Perché sul Colle preferisco D'Alema

Giuliano Ferrara  4/5/2006

Non è l'ideale, ma almeno negozierà con chi rappresenta l'altro 50 per cento degli italiani.

Prima di tutto, quando si parla di Quirinale, bisogna finirla di tragediare. Lo stile di Carlo Azeglio Ciampi è stato vera innovazione. Uomo sopra le parti per storia personale, ma di centrosinistra per scelta di schieramento europeista negli anni dell’emergenza della Repubblica, Ciampi ha lasciato in eredità una visione equilibrata del Quirinale, l’opposto di quella cupa cattedra di maneggi acostituzionali che fu la presidenza all’epoca scalfariana dei governi del presidente, dei ribaltoni, dei golpe di palazzo e delle promesse solenni non mantenute. Tragediare significa pensare sempre che le cose non possono far altro che peggiorare, e invece con Ciampi il sistema ha digerito la grande anomalia vivente di un governo spavaldo e duraturo, cinque lunghi anni, presieduto da Silvio Berlusconi nella tempesta politica ed economica mondiale, contro tutto e contro tutti. Sembra dunque che Ciampi non voglia ereditare se stesso, com’è tipico di un vecchio saggio diffidente verso una monarchia repubblicana, e allora in quel caso, resa indisponibile una decente soluzione di rinvio e di ovvia convergenza, bisogna ripartire dalla politica e dalle sue regole.

In astratto, ma molto in astratto, diciamo ragionando tra le nuvole, Berlusconi non ha torto quando dice: la rosa dei candidati la facciamo noi, e si tratta di uno dei nostri, e voi scegliete al suo interno. Metodo Ciampi a parti rovesciate, con un’opposizione che si muove come fosse maggioranza perché la maggioranza c’è e non c’è, politicamente, ondeggia e ondeggerà nel Parlamento e nel Paese, e quella maggioranza dello 0,6 per mille o dei 24 mila voti ha già occupato i vertici delle istituzioni, tranne il colle del Quirinale. Non fa scandalo, ma non si può. E Berlusconi lo ha capito, forse lo intuiva già da prima di fare la proposta decente, ma impossibile.
In seggi, e sono i seggi che votano, c’è a camere riunite una maggioranza presidenziale per eleggere il successore di Ciampi, una maggioranza di quasi un’ottantina di palline bianche o di palline nere a vantaggio del centrosinistra, il cui cuore elettorale sono i Ds finora esclusi da tutto. Certo la Casa delle libertà può dire: allora fate voi una rosa e scegliamo noi. Dopodiché bisogna decidere chi scegliere. Giuliano Amato? Massimo D’Alema? Giorgio Napolitano? Anna Finocchiaro? Questi sono i nomi in circolazione. E la minoranza, la grande minoranza che però non ha un potere di veto e di interdizione, almeno finché non lo dimostri facendo entrare in azione un pattuglione generoso di franchi tiratori dell’altra parte o incendiando il Paese in una battaglia globale che il futuro governo di Romano Prodi non potrebbe forse reggere (ma che paradossalmente potrebbe anche rafforzarlo e blindarlo), deve decidersi.
Napolitano e Finocchiaro sono scelte interessanti, rispettabili, ma decisamente minori dal punto di vista della forza politica che esprimerebbe l’elezione di una di queste figure a presidente della Repubblica. Un comunista emerito o una comunista emerita, caratterizzata dal suo esser donna, novità per la storia del Paese, sono lì come scelte di buon gusto ma laterali. Invece Amato e D’Alema sono scelte politiche integrali, di primo rango, perché si tratta di candidati che hanno una storia controversa alle spalle, che hanno testimoniato nel passato il loro ruolo effettivo, prefigurando quello eventuale e futuro.
Con una differenza, tra i due, che mi fa propendere per D’Alema. Ma non dal punto di vista di D’Alema, bensì proprio e soltanto dal punto di vista di Berlusconi e della metà d’Italia che il voto per la sua coalizione ha rappresentato e consolidato con cifre di minoranza quasi maggioranza, di minoranza da brivido. Il problema è l’autonomia, che va di pari passo con il coraggio, sempre, in politica.
Amato ha l’autonomia dell’intelligenza e del gusto, ne ha combinate più di Carlo in Francia, con Bettino Craxi e contro e dopo Craxi, ma su di un punto decisivo è rimasto debole: la leadership, appunto l’autonomia e il coraggio. Amato sa giocare lo scambio, ti dà la quasi certezza di un trattamento fair, è uno che non trascura le amicizie, selezionandole naturalmente tra coloro che secondo lui contano, decidono. Ma che decidono talvolta anche per lui, prima di lui, intorno a lui. Dà qualcosa a chiunque perché prende qualcosa da chiunque. Non è male, ma è il male minore? Secondo me no.

Capisco che i re di denari lo adorino. Ma Berlusconi non è un re di denari, e da molto tempo. Non è nel club finanziario nordista a pieno titolo. Non è stato tra i linciatori di Antonio Fazio. È stato strattonato e tirato per i capelli, più volte, dal grande giornale di riferimento della borghesia lombarda e delle classi dirigenti che aspirano a un ruolo nazionale, quel Corriere della sera che ha impeccabilmente seguito l’interesse e la visione delle cose del suo blocco di interessi e della sua cultura. Se loro vogliono Amato con tanta dissimulata dedizione, una ragione ci dev’essere. E siamo alle solite. Non amano la politica quando questa si renda, come doveroso in una Repubblica bene ordinata, autonoma dallo scontro tra i club proprietari. E Berlusconi è uno che si è sempre considerato e si è reso autonomo dai soliti giochi, dunque uno da punire nonostante il suo consenso popolare, nonostante il suo progetto liberale, nonostante abbia fatto la riforma delle pensioni, la legge Biagi con la riduzione drastica della disoccupazione, e abbia tentato senza riuscirci di rivoluzionare lo stato fiscale e solidale, quello che se ne infischia della responsabilità e della libertà degli individui.
D’Alema non è certo l’ideale, ma è uno che negozierà sempre con chi rappresenta il 50 per cento degli italiani, subordinando a questo qualunque investitura aliena, e dimostrò, con il voto ad personam di Berlusconi, espresso in dissenso da Gianfranco Fini e Pier Ferdinando Casini, di saperlo e volerlo fare.

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