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Panorama   Archivio   «Si poteva scoprire cinque anni fa»

TELECOM - PARLA L'EX CAPO DI ADAMO BOVE

«Si poteva scoprire cinque anni fa»

Giacomo Amadori  7/12/2006

Piero Gallina fu per due anni al vertice della sicurezza nel gruppo telefonico. Venne licenziato per una microspia trovata nell'auto di Enrico Bondi, allora in Telecom. "Da lì" dice "è cominciatio tutto"

«Adamo Bove? Nel 2000 l'ho confermato in Tim. Durante il primo incontro mi disse che aveva il sospetto che ci fossero fughe di tabulati, ma che non era sufficientemente attrezzato per indagare. Mi adoperai perché avesse una struttura più adeguata per farlo. Sulla sua integrità metterei la mano sul fuoco. Su quella dei miei successori non rispondo».

Piero Gallina, 49 anni, laurea in informatica, è stato dal 2000 al 2001 responsabile della sicurezza alla Telecom. Ed era il capo di Bove. Nel 2003 al suo posto è arrivato Giuliano Tavaroli, oggi indagato a Milano con l'ipotesi di associazione per delinquere, per la diffusione di informazioni riservate e delicate all'interno di un'inchiesta sull'istituto di vigilanza privato Ivri.

I due non si piacciono e in comune hanno solo la fede calcistica, la passione per il Torino. Anche perché Gallina è convinto che a fargli le scarpe sia stato proprio Tavaroli. Le loro strade si incrociarono la prima volta nell'agosto 2001, quando alla Telecom sbarcò il nuovo amministratore delegato Enrico Bondi. Dopo due settimane Gallina venne messo alla porta senza complimenti. Adesso ha deciso di raccontare la sua verità. Per la prima volta.

Che cosa è successo cinque anni fa?
Il giorno del suo arrivo in azienda, il dottor Bondi mi convocò e mi chiese se ci fossero problemi nell'affidare la bonifica di eventuali microspie alla sicurezza Pirelli, il cui responsabile era Giuliano Tavaroli. Trovai la cosa singolare, ma non mi opposi.

E poi?
Il lavoro venne subappaltato da Tavaroli a Emanuele Cipriani (l'investigatore privato coinvolto nell'inchiesta sull'Ivri, ndr). I suoi uomini non trovarono niente, ma, come ho scoperto successivamente, nei rapporti alla direzione scrissero che sul controsoffitto c'erano delle impronte digitali, come se qualcuno avesse tolto in gran fretta delle «cimici». Pensa davvero che io e i miei ragazzi fossimo così sprovveduti da fare una cosa del genere con le mani sporche? Suvvia. Era iniziata la campagna per infangare.

Perché l'hanno licenziata?
Per la microspia nell'auto del dottor Bondi.

Racconti.
Dopo quel primo problema, andai in ferie e quando ritornai l'ufficio del personale mi comunicò che mi stavano licenziando perché era stata scoperta una falla nel sistema di sicurezza. Che si trattasse di una microspia l'ho saputo solo leggendo la rassegna stampa della Telecom. Peccato che non l'avessero trovata in un'auto aziendale, ma in una macchina di una società esterna, noleggiata e pagata direttamente da Bondi.

Dicono che quella cimice fosse un giocattolo inutilizzabile.
Eppure, il dottor Bondi assicura di averla individuata perché interferiva sulle luci dell'auto. Quindi, in teoria, doveva emettere un segnale.

C'è una perizia del tribunale di Milano che dice che era inservibile.
Vero. Ma dice pure che lo era diventata dopo la bonifica, che aveva subito manomissioni.

Perché?
Ovvio: per cancellare eventuali tracce. Ma il perito è riuscito a leggere parte della memoria della scheda telefonica della microspia. E ha scritto quello che conteneva.

Che cosa?
Erano rimaste tracce di due connessioni allo stesso numero. Quello di chi aveva bonificato l'auto.

Forse voleva solo testare se la scheda fosse funzionante?
Per il perito una di quelle chiamate sarebbe precedente al rinvenimento.

E chi era il bonificatore?
Una società di Firenze che gestiva, tra le altre attività, un centro di assistenza tecnica per prodotti della stessa marca del telefonino utilizzato come microspia. E solo in questi centri avevano competenze e strumenti per cancellare la memoria del cellulare.

C'è altro?
Ai magistrati questi signori hanno dichiarato che l'auto da bonificare è rimasta un'intera notte parcheggiata sotto la casa di Giancarlo Valente, uomo della sicurezza Pirelli. Nella migliore delle ipotesi, una leggerezza.

Secondo lei, questa vicenda poteva far presagire i dubbi che in seguito avrebbero avviato le indagini sull'ufficio della sicurezza Telecom?
Credo di sì.

Lei nel 2000 era responsabile pure della Tim: non si era accorto dell'esistenza di sistemi di intercettazione e produzione di tabulati che non lasciavano tracce e su cui ora indaga la magistratura?
No e il motivo è semplice: all'epoca il mio era soprattutto un lavoro di coordinamento. Solo dopo il presidente della Telecom Marco Tronchetti Provera e il dottor Bondi hanno portato a Milano e messo sotto l'ombrello della sicurezza il Cnag, il centro per le intercettazioni dell'autorità giudiziaria. Nel 2001 quella funzione non dipendeva direttamente da me, ma dall'ufficio legale.

Che cosa farà ora? Denuncerà la sua vecchia azienda?
La lettera di interruzione della prescrizione è già stata inviata. Ora mi metto alla finestra e aspetto la prossima chiusura delle indagini. Poi con gli avvocati decideremo. Certo, dopo le ultime dichiarazioni della Telecom sull'importanza di un codice etico, mi aspetterei almeno delle scuse. Anche perché a causa di quella microspia sono rimasto disoccupato molti anni. O meglio: «inoccupato», come dice di sé oggi Giuliano Tavaroli.

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