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EDITORIALE

Proibizionismo sconfitto nei fatti

Sergio Romano  9/2/2007

Potrebbe essere questo il significato dell'allarme cocaina lanciato dal ministro Giuliano Amato.

Non mi sembra che le dichiarazioni del ministro dell'Interno a Napoli sul «gigantesco» consumo di cocaina in Italia possano considerarsi una rivelazione.
Qualche mese fa gli organizzatori di un programma televisivo si servirono di uno stratagemma per sottoporre a una prova medica (l'analisi del sudore) un campione abbastanza rappresentativo di parlamentari.
Il programma violava alcune fra le più elementari norme sulla privacy e non andò in onda, ma gli italiani appresero che un parlamentare su tre, secondo il campione, farebbe un uso occasionale di sostanze stupefacenti.
Nello stesso periodo l'Università di Pavia comunicò che le acque del Po portavano ogni giorno l'equivalente di 4 chili di cocaina corrispondenti a 16 mila dosi quotidiane.
A Milano una indagine analoga dette risultati altrettanto clamorosi.

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Oggi le parole di Giuliano Amato, insieme a qualche altro dato reso pubblico recentemente, rendono il quadro più completo. Soltanto in Campania, nel 2006, è stata sequestrata una tonnellata di cocaina. Non passa mese senza che i corpi di polizia mettano le mani su 300 chili di droga. Gli italiani che ammettono di farne uso sono ben più di 300 mila. Alcuni dati comparativi confermano l'importanza del fenomeno. L'Italia ha scavalcato i Paesi Bassi (considerati un tempo il paese più permissivo d'Europa) ed è al terzo posto dopo Gran Bretagna e Spagna.
Conosciamo anche alcuni dei fattori che contribuiscono all'aumento dell'offerta. La Colombia è in guerra contro i narcotrafficanti e ha raggiunto qualche buon risultato, ma non li ha sconfitti. La Bolivia ha un presidente «indigenista», Evo Morales, che rifiuta di trattare la coltivazione della coca alla stregua di un crimine e ha fatto della foglia una sorta di simbolo nazionale. In Afghanistan, dopo la fine del regime talebano, i contadini hanno ricominciato a coltivare papaveri e forniscono al mondo il 90 per cento del suo «fabbisogno» di eroina.
L'aumento dell'offerta ha provocato la caduta dei prezzi. Un grammo di cocaina (100 euro nel 2003) costa oggi 40 euro e permette quattro dosi. Una dose costa più di un biglietto per il cinema, ma i clienti che la considerano meglio di un film sono evidentemente numerosi. Il problema della distribuzione, apparentemente non esiste. Il business della droga è una macchina che genera il proprio carburante e non ha bisogno di ricorrere alle banche per finanziare la propria attività. I consumatori poveri diventano spacciatori, gli impiegati a tempo pieno cadono spesso nelle mani della polizia, ma l'organizzazione è probabilmente disposta a garantire una certa previdenza sociale agli infortunati e alle loro famiglie.
Molti sostengono che l'aumento dei consumi registri un fenomeno nuovo perché investe una fascia sociale composta da giovani uomini d'affari, dinamici, mondani, continuamente alla ricerca di efficienza e benessere, insomma una parte di quella che potrebbe definirsi la classe dirigente del Paese. Non ne sono sicuro.

Ho l'impressione che le vere ragioni dell'aumento vadano ricercate in una sorta di assuefazione sociale e culturale. Aumenta, sia pure gradualmente, il numero di coloro che non temono di cadere nel buco nero della dipendenza e sono convinti di poter fare buon uso della loro dose più o meno occasionale. In una parte delle società moderne questa convinzione, sommata alla diminuzione dei prezzi, sta provocando un'attrazione difficilmente resistibile.
Se le cose sono in questi termini, la reazione di Giuliano Amato è perfettamente giustificata. Non è facile combattere un nemico che può contare parecchi alleati fra le persone che dovremmo proteggere dalle sue insidie. Ma non è possibile abbandonare i ceti sociali più poveri e indifesi dove la droga produce effetti molto più devastanti di quanti ne produca nei ceti più alti della società.
Per i liberali alla Milton Friedman la soluzione del problema è la liberalizzazione di un certo numero di droghe. Taglieremmo l'erba sotto i piedi del narcotraffico, svuoteremmo le carceri e renderemmo più sicure le strade. Mi rendo conto che non sarà semplice, ma temo che la battaglia proibizionista sia perduta e mi chiedo se non fosse proprio questo, sotto sotto, il messaggio di Amato.

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