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Panorama   Archivio   Iran, le relazioni pericolose di George Bush

STATI UNITI - IL RIALLINEAMENTO DIPLOMATICO DI WASHINGTON

Iran, le relazioni pericolose di George Bush

Marco De Martino  2/3/2007

Per contrastare la minaccia di Teheran, l'America punta a una coalizione antisciita con i regimi sunniti del Medio Oriente. Una strategia che rischia di fare esplodere l'intera regione.

La guerra contro l'Iran, almeno quella dei nervi, è già cominciata. La combattono i circa 6.500 soldati americani appena arrivati con il gruppo di fuoco della portaerei Stennis nelle acque del Golfo, dove nelle ultime settimane gli iraniani si sono divertiti a far arrivare un missile Shahab 3 e a lanciare verso lo Stretto di Hormuz piccole imbarcazioni armate di mine. Intanto nel nord dell'Iran si muovono sempre più guerriglieri curdi introdotti dalla Cia per operazioni di sorveglianza.
Mentre Teheran accusa apertamente il Pentagono di fomentare gli attacchi di gruppi etnici separatisti che si ripetono sempre più numerosi. L'ultimo ha abbattutto un elicottero con 13 soldati, compresi due comandanti della Guardia repubblicana, nel nord-ovest del paese. Il penultimo, l'esplosione di un'autobomba in Baluchistan, ha fatto 11 vittime.

Secondo quanto risulta a Panorama, nelle ultime settimane la Cia e il Pentagono hanno moltiplicato le infiltrazioni in territorio iraniano per quelle che vengono definite azioni di «psy-op», ovvero di guerriglia psicologica. La speranza è che lo spettro della guerra porti a un ulteriore isolamento interno del presidente Mahmoud Ahmadinejad, proprio mentre il rivale storico Akhbar Rafsanjani si riposiziona affermando che solo il dialogo può risolvere l'impasse con l'Occidente sulla questione nucleare.
Il miracolo, a cui puntano specialmente i neocon vicini all'amministrazione Bush, ma a cui credono in pochi, è che in Iran emerga una nuova leadership pronta a seguire l'esempio di Muammar Gheddafi, il presidente libico che a partire dal 2004 ha rinunciato al programma di sviluppo di armi di distruzione di massa in cambio di una normalizzazione dei rapporti con l'Occidente.

Per arrivare a questo risultato Condoleezza Rice, segretario di stato, ha anche annunciato una conferenza sulla stabilizzazione dell'Iraq, a cui è stato chiesto di partecipare anche a Iran e Siria. Ma allo stesso tempo Washington si sta muovendo verso un riallineamento diplomatico che secondo alcuni rischia di trascinare il Medio Oriente verso una guerra regionale più velocemente di qualsiasi provocazione sul campo.
«Per cercare di contrastare la minaccia iraniana, l'America punta ora a una coalizione antisciita con i grandi regimi sunniti della regione» spiega Robert Baer, ex agente Cia in Medio Oriente. «Il problema di questa strategia è che implica una scelta di campo netta e pericolosa: Washington sta cavalcando un odio secolare che potrebbe portare all'allargamento del conflitto tra sciiti e sunniti in tutta la regione».

Il cambio di rotta, già annunciato dal segretario di Stato Condoleezza Rice, è stato sancito nel corso del vertice di intelligence che si è tenuto il 20 aprile 2006 ad Amman: oltre al numero due della Cia hanno partecipato i dirigenti dei servizi segreti del «quartetto arabo» composto da Arabia Saudita, Egitto, Giordania ed Emirati Uniti. Per gli Stati Uniti si tratta di un ritorno al passato.
L'appoggio ai regimi secolari come Arabia Saudita ed Egitto (ma anche Iraq) è stato il caposaldo della politica americana in Medio Oriente dopo la rivoluzione khomeinista del 1979. Poi l'11 settembre, con la conferma dei rapporti tra parte della leadership saudita e Al Qaeda, aveva portato Washington a tentare la carta sciita. La scommessa era quella di trascinare gli sciiti iraniani verso il modello di democrazia instaurato in Iraq dopo la caduta di Saddam Hussein. È successo esattamente il contrario.

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Tecnici iraniani al lavoro nell'impianto di arricchimento dell'uranio a Isfahan
«L'eliminazione dell'esercito iracheno ha tolto dallo scacchiere l'unica forza capace di contrastare gli iraniani» spiega Vali Nasr, esperto della divisione tra sciiti e sunniti. «Il risultato è che Teheran sta per diventare una potenza nucleare che dispone di un esercito di 450 mila soldati, e questa prospettiva porta Washington a considerare un riallineamento con i sunniti il male minore».
Un ruolo fondamentale nella nuova strategia americana è stato assunto dal principe Bandar bin Sultan, ex ambasciatore saudita a Washington, oggi consigliere per la sicurezza nazionale a Riad. I sauditi hanno dichiarato esplicitamente che a un intervento iraniano in Iraq farebbe immediatamente seguito un loro ingresso in campo a fianco dei sunniti iracheni.

Ma a preoccupare è anche l'influenza che Teheran esercita fra gli sciiti che lavorano nelle regioni del sud, quelle dove si trovano i maggiori pozzi petroliferi del regno. Per contrastare la crescita sciita, Bandar si muove a tutto campo. Il terreno di battaglia più importante è in Libano, dove sauditi e americani stanno trasferendo finanziamenti miliardari in appoggio al primo ministro Fouad Siniora, per scongiurare un allargamento del potere di Hezbollah e quindi dei governi di Teheran e Damasco che sostengono l'organizzazione.
L'attivismo dei sauditi a fianco di americani e israeliani è visto con allarme da Hassan Nasrallah, leader di Hezbollah, che in una rara intervista al settimanale New Yorker spiega: «È chiaro che la strategia è quella di disegnare una nuova mappa nella regione istigando il più possibile la divisione tra sciiti e sunniti». Sempre più visto dai sunniti non come campione dell'antiamericanismo ma come pedina di questa guerra, Hezbollah sta moltiplicando le proprie postazioni nel sud del Libano in attesa di un riaccendersi delle ostilità contro Israele.

La possibilità dell'allargamento della guerra di religione infiamma anche l'estremismo sunnita: intervistato da un giornale kuwaitiano, re Abdullah ha tuonato contro il tentativo iraniano di convertire alla causa sciita il mondo sunnita. Mentre Abdel Rahman al-Barrak, un mullah saudita, ha di recente detto che gli sciiti sono molto più pericolosi di ebrei e cristiani. A Washington c'è anche chi pensa che l'inasprirsi della crisi iraniana possa portare con sé la minaccia di una ripresa del terrorismo in Occidente.
Robert Mueller, direttore dell'Fbi, ha più volte definito il network di Hezbollah finanziato da Teheran più pericoloso di Al Qaeda: mentre nessuno sa se esistono cellule di Osama Bin Laden in territorio americano, la presenza di nuclei di Hezbollah è una certezza. «Abbiamo motivi concreti per pensare che agenti iraniani abbiano svolto azioni di sorveglianza che potrebbero essere usate in un attacco contro New York» ha detto il capo della polizia newyorkese Ray Kelly. Mentre rullano i tamburi di guerra in Medio Oriente, anche le grandi città americane si sentono all'improvviso in prima linea.

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