Fondi per l'agricoltura e quote latte: la grande mungitura

Un commissario lancia gravi accuse sull’Agea, che eroga miliardi all’agricoltura

Fondi per l'agricoltura e quote latte: la grande mungitura Fondi per l'agricoltura e quote latte: la grande mungitura
di Laura Maragnani

Lo aspettavano il 22 maggio alla commissione Agricoltura del Senato: impegnato altrove. Lo volevano il 24 al «question time» della Camera per un’interpellanza urgente di Antonio Di Pietro sull’Agenzia per le erogazioni in agricoltura (Agea): impegnato, anche quel giorno. E per fortuna che ha tanti impegni, il ministro per l’Agricoltura Mario Catania. Altrimenti il pomeriggio del 24, se fosse stato in aula, si sarebbe trovato a difendere l’Agea proprio mentre la Guardia di finanza entrava all’agenzia, sequestrando contratti e documenti su delega della Procura di Roma.

Anche l’Olaf, l’ufficio antifrode dell’Unione Europea, l’ha nel mirino. Ogni anno l’Agea distribuisce contributi comunitari (dai 5 ai 7 miliardi) a 1 milione di agricoltori, eppure nessuno è in grado di dire chi o a che titolo li incassa. Insomma, i controlli sono risibili. Il che è costato all’Italia, solo nel 2011, tre lettere di censura della stessa Ue e una multa di 78 milioni in ottobre.

Nata nel 1999 e controllata al 100 per cento dal ministero per le Politiche agricole e forestali (Mipaf), l’Agea ha preso l’eredità di un vecchio carrozzone di Stato, l’Aima. Doveva rilanciare l’agricoltura, ma quando il 23 giugno 2011 l’ex generale della Finanza Mario Iannelli ci è arrivato, come commissario straordinario, ha trovato una sorta di Aima-2: «Macroscopiche disfunzioni gestionali. E artifici contabili, costi di gestione fuori controllo, spese prive di copertura finanziaria» ha elencato. Il buco, tra uno spreco e l’altro, sarebbe di quasi 17 milioni.

Non va meglio per le società partecipate: Telaer, Coanan, Sin, Agecontrol. Solo di affitti il gruppo spende 6 milioni l’anno. Ha poco meno di 500 dipendenti e qualcuno si è divertito a fare il conto: ogni posto scrivania costa 12.500 euro l’anno. Nulla in confronto ai due aerei per il telerilevamento che gestisce la Telaer. Beato chi li ha visti volare: parcheggiati a Capodichino, devono seguire «cicli di manutenzione programmata anche in assenza di effettivo utilizzo dei mezzi». Zero ore di volo, in pratica, e milioni di spesa.

E poi i dirigenti: lo stipendio medio alla Sin è sui 180 mila euro. E gli impiegati: il 1° marzo 2011 la stessa Sin ne ha assunti 12, con contratto a tempo indeterminato, e già il 20 maggio ha concesso loro un aumento: dal 27 al 77 per cento in più.

Ora, la Sin è la società mista (51 per cento Agea, 49 per cento privati) nata per gestire il sistema informatico dell’agricoltura (Sian), cioè l’anagrafe centrale delle aziende agricole. Sarebbe essenziale per gestire e controllare i 5-7 miliardi che arrivano dall’Europa. E invece «gravissime carenze e continue, reiterate insufficienze della Sin sono state più volte evidenziate dalle regioni, dalle organizzazioni agricole e dai produttori, che hanno visto l’erogazione degli aiuti effettuata sulla base di dati, istruttorie e procedure errate, ovvero in ritardo» accusa la relazione che Iannelli ha consegnato al ministro Catania quando, il 3 febbraio, ha dovuto lasciare l’incarico. Iannelli invocava controlli, addirittura l’intervento delle Fiamme gialle. Catania non ha dato seguito alle richieste di approfondimento e Sin e Agea sono tornati ai loro sonni tranquilli.

Ma chi comanda lì dentro? Uno è Paolo Gulinelli, romano, classe 1952. Gioventù di estrema destra, grande passione per la caccia, alle soglie del 2000 era un dirigente informatico del gruppo Auselda, storico fornitore del Mipaf. Poi il salto con Gianni Alemanno, ministro all’Agricoltura: è lui che nel 2001 nomina Antonio Buonfiglio, un altro di An, presidente dell’Agea. E Buonfiglio mette Gulinelli a capo dell’ufficio monocratico (la direzione centrale). Il 29 novembre 2005, quando l’Agea fonda la Sin, Gulinelli si allarga ancora: senza lasciare la società madre, l’Agea, diventa direttore generale della società figlia, la Sin. Potentissimo e pagatissimo: 250 mila euro iniziali, saliti nel 2011 a 275 mila, più 55 mila per gli obiettivi. Più un’indennità di 4 anni in caso di licenziamento, che diventerebbero addirittura 12 (cioè 144 mensilità) se il benservito arrivasse, senza preavviso, prima del sessantesimo compleanno.

E guai a toccarlo. Nell’agosto 2011 un rapporto della società Kpmg, chiesto dal commissario Iannelli, segnala appalti e consulenze non corretti che la Sin guidata da Gulinelli avrebbe dato alla Telespazio, alla Ernst Young e all’Enci (ente cinofilo di cui è consigliere). Il 4 aprile 2012 il consiglio d’amministrazione discute il suo licenziamento per giusta causa. Le pressioni contrarie sono tali e tante che il presidente della Sin, Francesco Baldarelli, dichiara davanti a testimoni di avere avuto sollecitazioni dal gabinetto del ministro Catania.

Risultato? Oggi Baldarelli non è più alla Sin. Iannelli non è più all’Agea. Gulinelli, mai licenziato dalla Sin (era stato solo sospeso), è tornato all’Agea come coordinatore del settore quote latte. Non solo, da marzo si occupa di quote latte anche per il Mipaf, visto che Catania lo ha nominato commissario straordinario.

Ma è stata una scelta opportuna? Uno è vicino al prodiano Paolo De Castro, l’altro è vicino ad Alemanno, ma tutt’e due hanno costruito le loro carriere sul latte: anche Catania, da dirigente del Mipaf, si era occupato di quote latte tra Roma e Bruxelles. Perciò il ministro dovrebbe conoscere i retroscena dell’ultima multa che ci ha inflitto la Ue: su 78 milioni, 71 sono causati proprio dai mancati controlli sulle quote latte. Cioè dall’Agea e dalla Sin di Gulinelli. C’è da stupirsi che Camera e Senato vogliano qualche spiegazione?

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