Il giornale della destra: ex camerati, la battaglia del «Secolo»

Nel foglio che fu del Msi e di An,negli anni Ottanta, passarono alcuni giovani destinati a diventare amici e politici di rango.Oggi sono divisi. Su tutto.

Il giornale della destra: ex camerati, la battaglia del «Secolo» Il giornale della destra: ex camerati, la battaglia del «Secolo»

di Redazione

di Laura Maragnani

Gli stipendi di ottobre li hanno pagati con dieci giorni di ritardo. Per quelli di novembre e di dicembre non c’è un soldo in cassa. E sarà anche un momento magico per Gianfranco Fini, acclamato a Bastia Umbra con un entusiasmo che «sembra di essere tornati ai vecchi tempi dell’Msi », parola della sua ex moglie, Daniela Di Sotto. Ma per il Secolo d’Italia, nella cui redazione Gianfranco e Daniela si innamorarono una vita fa (lei era ancora la moglie di «Folgorino», era «una cicciona di 75 chili che lavorava come tastierista» racconta feroce Gian Antonio Stella in Tribù), tempi invece sono nerissimi. Le casse sono vuote. E se il partito-editore non sgancia in fretta un po’ di liquidi, la testata di destra più amata dalla sinistra rischia di dover portare i libri in tribunale. Flavia Perina, direttore, è lapidaria:  «Vogliono strangolarci».

Quanto al chi, al come, al perché, basta dare un’occhiata ai bilanci: con 25 mila copie di tiratura e 3-4 mila di vendita, e malgrado un contributo pubblico di quasi 3 milioni di euro, il Secolo non ce la fa. È in deficit perenne. «Da sempre. Prima il Msi e poi An hanno sempre coperto il disavanzo del giornale. Fino a 2 milioni di euro l’anno» calcola l’amministratore Enzo Raisi, chiamato nel 2007 a rimettere in sesto la barca. «Ho trovato un deficit di 2,4 milioni e l’ho portato a 800 mila euro. Abbiamo tagliato costi e sprechi, fatto una ristrutturazione difficile, iniziato a risalire la china. In due anni possiamo arrivare al pareggio.

E proprio ora ci vogliono ammazzare?». Proprio ora. Esatto. Con la sua aria da gaudente bolognese, il sigaro in bocca e le basette assassine, Raisi è un finiano di ferro. Finianissima è Flavia Perina. Ecco il punto. Troppo vicina a Fli viene ritenuta pure la redazione, troppo filo Gianfranco il giornale, troppo lontana la linea del quotidiano da quella dei colonnelli che ora tengono i cordoni della borsa ex An. E chissà se hanno letto sul Corriere della sera quello che scriveva Pierluigi Battista della nuova destra di cui il Secolo è profeta, una nuova destra «libertaria, multiculturale, laica, anticlericale, progressista, dialogante, moderata», e magari anche «utopica, onirica, futuribile», ma che forse, ecco, magari ha sempre meno cose in comune con «la destra reale».

Di sicuro c’è che l’altra destra, quella non futurista né futuribile, non ha alcuna voglia di tirar fuori soldi per un giornale in perpetuo controcanto. Che si è schierato contro le ronde e per i diritti delle coppie di fatto (c’è pure una rubrica gay-lib), è contro l’antiislamismo, per l’ambiente, il testamento biologico, la legalità, i diritti degli immigrati... «Abbiamo trasformato un fantasma in un giornale. Le vendite crescono, abbiamo progetti per l’online, la nostra centralità nel dibattito è evidente a tutti» garantisce Perina.

Evidente, senz’altro. Ma gradita? Il Secolo «assorbe milioni e milioni dall’ex An, a beneficio di una piccola frazione» ha dichiarato Maurizio Gasparri, dando inizio alla guerra. E qui la politica, e i soldi, c’entrano solo fino a un certo punto. Perché Gasparri al Secolo ha lavorato (lo ha pure diretto dal 1991 al 1994) e tutta questa storia ha il sapore amaro di una crisi di famiglia. Dal 1952 a oggi il Secolo è stato più di un giornale: «La nostra Frattocchie» lo chiama Mario Landolfi, oggi deputato Pdl; «il laboratorio della destra», lo definisce Perina; un po’ scuola quadri, un po’ comunità di anime, «era passione e militanza e professione» lo inquadra nostalgico Teodoro Buontempo, oggi assessore nella giunta laziale e nel 1970 giornalista dalla vita durissima.

Giusto per dire di che pasta erano fatti i cronisti di allora: per mesi Teodoro, detto «er Pecora», dormì in una 500, lavandosi a una fontanella: «La sera facevo il cameriere, la mattina facevo politica, il pomeriggio andavo in redazione». Dopo la riunione, distrutto, s’allungava sulla scrivania per una pennichella (d’estate in mutande, per il caldo). Ed è vero che un giorno, al risveglio, scoprì che i colleghi gli avevano messo intorno quattro ceri accesi, a mo’ di catafalco? Risata: «Sì. Ma eravamo ragazzi. Dovevamo sdrammatizzare. Perché quando poi uscivamo dalla redazione ci toccava sempre guardarci intorno e stare attenti, quelli erano tempi in cui...».

«I ragazzi di via Milano»: così li ha chiamati in un affettuoso libretto l’attuale direttore di Raiuno Mauro Mazza, un altro ex del Secolo. C’è una vecchia foto in bianco e nero della loro squadra di calcio, che a guardarla oggi a tutti fa venire il magone. «Era un bell’equipaggio. Poi c’è chi si è ammutinato» sospira Landolfi. Gli pesa, come a tutti, la diaspora. Perché da via Milano, e poi via della Mercede, e poi via della Scrofa, insomma dalla redazione del Secolo, sono passati in tanti. Solo per restare alla politica, ecco Fini, e Silvano Moffa, e Italo Bocchino, e Adolfo Urso, che oggi sono in Fli. E Gasparri e Landolfi («ero un abusivo da 1 milione di lire al mese, senza ferie e senza riposi; quando andai in viaggio di nozze mi trattennero 500 mila lire dallo stipendio»), più  Gennaro Malgieri e Giorgia Meloni, che oggi stanno nel Pdl. Non è mancato Francesco Storace, oggi leader della Destra insieme con Buontempo, che d’estate arrivava in canottiera, calzoncini e scarponi. Fini, già allora, era inappuntabile.

Allora. E oggi? I fascisti sono usciti dalle fogne, lo sdoganamento è cosa fatta, i redattori del Secolo sono diventati onorevoli, e ministri, e sottosegretari. Stefano Di Michele in Mal di destra ci ha anche riso garbatamente su, fino a chiamare il Secolo «il deputatificio di An». Una gran fabbrica di belle carriere. Possibile che adesso vogliano tirare giù la serranda? E, soprattutto, che a volerlo fare siano i vecchi vicini di scrivania?

«Mah. Dopo lo scioglimento di An è come se nella nostra comunità qualcuno avesse tirato una bomba» dice Buontempo. «Ci hanno squartato, ci hanno dilaniato; i brandelli sono finiti qua e là». Chi con Silvio Berlusconi e chi con Fini, chi con nessuno dei due. Ognuno per la sua strada. E tutti a farsi la guerra. Del Secolo.

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