| ESCLUSIVA MONDIALE | ||
| Ritratto inedito di Oriana Fallaci: la pił grande scrittrice italiana | ||
| di Carlo Rossella e Lucia Annunziata | ||
| 9/7/2006 | ||
| URL: http://archivio.panorama.it/home/articolo/idA020001013962 | ||
| Questa non è una intervista. È noto che Oriana Fallaci non ne dà. Questo è un ritratto che nasce dal caso, da una coincidenza inaspettata, (per noi fortunata), nonché da una vecchia amicizia. Il caso che ha portato noi a New York e la Fallaci nella hall dell'hotel dove ci trovavamo entrambi con La Rabbia e l'Orgoglio in mano. L'avevamo entrambi ricevuto dall'editore a Roma trentasei ore prima, cioè nello stesso momento in cui approdava nelle librerie. A New York, invece, non era ancora arrivato e la Fallaci non lo aveva ancora visto. Individuò subito, da lontano, la copertina rossa con le lettere in oro. L'aveva fatta lei, voluta lei, che anche nelle copertine dei suoi libri è precisa in ogni dettaglio, attenta ad ogni sfumatura. Segno concreto della passione divorante che mette nel lavoro. L'incontro con quelle prime due copie fu irresistibile. Si buttò con impeto su ciò che chiama «il mio piccolo libro». E con il «piccolo libro» raccolse anche noi. Lei che evita sempre tutti, si nasconde sempre da tutti. Era la sera di giovedì 13 dicembre. La stessa in cui fu reso noto il nastro-confessione di Bin Laden. Noi volevamo, dovevamo vederlo. Lei voleva, doveva vederlo. Finimmo a casa sua. Proprio in quella brownstone protetta dai due cancellini e dalla porta che non apre mai. Tutti e tre davanti al televisore. Appiccicati allo schermo, ad ascoltare Bin Laden anzi le risatine che Bin Laden faceva sulle migliaia di morti dicendo: «L'avevamo previsto ma non speravamo in tanto...». E, per commento, la voce della Fallaci. Infuriata, roca, dolorosa. «Maledetto. Maledetto. Maledetto...». L'indomani ci rivedemmo. Noi, con un registratore. La convincemmo ad accettarlo («Te lo giuriamo: non sarà una intervista!»). Fu una lunga giornata. E, con nostra sorpresa, ci trovammo guidati lungo la stessa strada che lei aveva percorso scrivendo La Rabbia e l'Orgoglio. Perfino nella forma, come vedrete (parentesi, trattini e capitoletti compresi). Poi, lentamente, il discorso si allontanò dalla immediatezza delle attualità, dalle risatine di Bin Laden, dai suoi l'avevamo previsto ma non speravamo in tanto. Man mano, insomma, quel discorso prese la forma d'un ritratto. Il suo ritratto. Un ritratto appassionante. Appassionante è la vicenda di ciò che impropriamente chiama «piccolo-libro». Anzitutto, quella pubblicazione tanto attesa eppure tanto improvvisa. Poi, l'esorbitante numero di copie vendute. Annunciato soltanto la mattina di martedì 11 dicembre, apparso nelle librerie la mattina del 12, nel tardo pomeriggio del medesimo giorno le duecentomila copie della prima edizione erano esaurite in quasi tutte le città. Da quel momento La Rabbia e l'Orgoglio continua ad essere in ristampa. Dalla tipografia della Rizzoli escono cinquantamila copie ogni giorno. Al momento in cui scriviamo, vigilia di Natale, il libro è arrivato a mezzo milione di copie. Gente che non era mai entrata in libreria e che ora vi entra. Si mette in fila, aspetta il suo turno, e non di rado compra più di una copia... Un fenomeno editoriale mai visto, neppure concepito. Ma non è neanche il numero delle copie finora vendute che conta. È il fatto che questo libro abbia ridefinito in Italia la concezione del conflitto in corso. Il conflitto tra il mondo occidentale e il mondo islamico. Senza mezzi termini, senza concessioni ai «se» e ai «ma», senza galleggiare nel mare del tutto-è-possibile che per lei è uno dei più gravi difetti dell'Italia, Oriana Fallaci ha affrontato l'argomento con ferrea semplicità. Siamo diversi, ha detto. E, a questo punto, incompatibili. Dietro questa guerra, ha detto, c'è una scelta: quella fra la nostra civiltà e la loro religione. Cioè la scelta fra noi e loro. Finita l'epoca dell'ecumenismo, la sua violenta presa di posizione ha buttato all'aria le ultime vestigia del «politically correct». Ossia quel concetto di inclusione così allargata da divenire perdita di identità. Quell'idea di relatività culturale divenuta per strada relativismo etico. Quella incapacità a decidere e difendere la differenza. (Il verbo «difendere» è il verbo chiave nel discorso della Fallaci e in quel discorso l'argomento diventa un appello). Dobbiamo davvero meravigliarci che questo appello abbia acceso un tale fuoco di polemiche e consensi? Dobbiamo meravigliarcene in un paese come il nostro, un paese piantato dove inizia il Sud del Mondo, un paese cresciuto nell'equilibrio precario della Guerra Fredda, un paese nel quale gli immigrati mussulmani incutono paura e le cellule di al-Qaida si fanno i passaporti falsi? Perché politici e intellettuali, le due categorie più fustigate dalla Fallaci, non si chiedono i motivi per cui questo libro si vende in modo così esorbitante? Perché non si chiedono a quali domande cercano risposta i cittadini che comprano La Rabbia e l'Orgoglio? Un successo tanto più forte perché non costruito. Dopo l'articolo sul Corriere della Sera, che era la prima versione cioè la versione ridotta del libro, la Fallaci non ha aperto bocca. Come aveva avvertito, non ha preso parte alle polemiche, non ha risposto né ai suoi sostenitori, né ai suoi detrattori. E fino all'11 dicembre, il giorno in cui si è annunciata l'uscita, ha costretto il suo editore a un silenzio assoluto. Ha preteso che non si fabbricasse nessuna curiosità, che non si alimentasse l'attesa. Cosa che rientra nel suo personaggio. Da molti anni, si sa, la Fallaci non risponde al telefono. Non ha nemmeno una segreteria telefonica sulla quale si possano lasciare messaggi. Per tenere i contatti con lei i suoi amici devono sottostare a un complicatissimo sistema secondo cui a ogni amico corrisponde un certo numero di squilli. Poi lei richiama, magari dopo aver contato male gli squilli e sbagliando destinatario... Di rado apre la posta. Una volta si accorse con ben otto mesi di ritardo che una lettera non aperta conteneva un forte rimborso delle tasse federali americane. Scrive e non pubblica. Da ben dieci anni non si leggeva un suo testo nuovo. È nelle sue abitudini, sì. Ma c'è sempre un momento in cui all'improvviso e a bruciapelo rompe il caparbio silenzio. Esce dal suo autoesilio. E la gente reagisce come se tutte le sere fosse stata su un palcoscenico o alla Tv. Nessuno, durante quel silenzio, quell'autoesilio, l'ha dimenticata. Tutti hanno continuato a seguirla, a parlarne, a scriverne, a dedicarle copertine e titoloni sui giornali, commenti in televisione. Omaggi in seguito ai quali si nasconde più che mai. Infatti alla televisione non appare mai, ai dibattiti che la riguardano non partecipa mai. Non firma copie in libreria e, fatto ancor più straordinario, non risponde a chi l'attacca. Tutt'al più incarica gli avvocati di fare qualche querela. Nonostante tutto ciò, i suoi libri continuano a vendersi. Oltre che best-seller, sono long-seller. Quello sulla guerra in Vietnam uscito nel 1969, Niente e così sia, si vende ancora e molto. Lettera a un bambino mai nato, uscito nel 1975 è ormai un classico in tutto il mondo. Un uomo uscito nel 1979, lo stesso. E in ventidue anni ha ricevuto letteralmente dozzine di richieste per farne il film che (per colpa di lei esigente con gli altri quanto con se stessa, non comprabile col denaro e anzi sprezzante dei soldi) nessuno è ancora riuscito a fare. Quanto a Inshallah, il romanzo centrato sul contrasto fra il mondo occidentale e quello islamico, dopo la tragedia dell'11 settembre è tornato nelle classifiche dei libri più venduti. Coloro che lei chiama Cicale («Non chiedetemi i nomi. Le vedi ogni giorno alla televisione, le leggi ogni giorno sui giornali»), continuano ad attaccarla. La gente, al contrario, la ama. Contrasto significativo, nel quale si riflette un percorso dimezzato della nostra identità nazionale. Capire lei oggi è capire anche il segno di questo suo successo incredibile. Parlare di lei è sinonimo di guerra. La guerra è il fulcro della sua identità di scrittore e di giornalista. E presto ci arriveremo. Anzi, ci resteremo a lungo. Ma ora fermiamoci al punto in cui, nelle chiacchierate fra amici, si soppesa il tempo passato. Si parla di noi stessi, di noi e di lei. Ci si valuta, ci si racconta. In ogni giovane giornalista di questi ultimi trent'anni, e forse in ogni giovane donna emancipata, c'è qualcosa delle treccine di Oriana che inseguita dalle fucilate vietcong corre a testa bassa sul ponte di Kien-Hoa. Di quelle treccine oppure di quella scriminatura dritta come una spada tra capelli piatti, lisci, lunghi. In un'epoca in cui le donne portavano capelli gonfi e cappellini a pillola, in cui si alternavano minigonne e Chanel, la Fallaci ha inventato per tutte il modello di chi non stava né con gonne né con bigodini, e tantomeno con lo chic forzato della moda. Le donne emancipate, le donne della generazione successiva alla sua, che a una guerra sono andate comunque: la guerra fatta come mamme, come mogli, come professioniste, come operaie. Ci sono andate adottando il suo stile: pantaloni su scarpe basse, niente trucco. (Un discorso a parte, è vero, andrebbe fatto sull'effetto perverso dei fenomeni imitativi. Perché non basta imitare un modo di pettinarsi e vestirsi per diventare la Fallaci. Bisogna avere la sua cultura, la sua classe, la sua formazione di vita, il suo coraggio per diventare la Fallaci. Infine o soprattutto la sua intelligenza, la sua personalità e il suo carattere di ferro). Quello stile adottato per amore o per forza è stato non per questo meno glamourous. Tutto meno che sciatta, tutto meno che non sexy. Quella sua faccia pulita, e da sempre incisa di rughe precoci, le rughe della stanchezza e della tensione, è stato uno dei volti su cui, negli anni sessanta e settanta, si è costruito il glamour dell'America al suo apice. Il glamour catturato ad esempio nel libro Women del celebre fotografo americano Francesco Scavullo che inserisce la Fallaci nell'elenco delle quarantasei donne più affascinanti e straordinarie del mondo. «Non sono il tipo di persona che accetta le regole solo perché sono regole» dichiarò la Fallaci a Scavullo. Le regole erano quelle della moda e della bellezza, ma la battuta coniò un piccolo manifesto della indipendenza dal trucco come metafora. Una affermazione che andrà molto bene alle assetate figlie della generazione successiva. Diventò così l'epitome della donna moderna. Difficile immaginare una donna più moderna di questa che fin da giovanissima ha fatto ciò che a quel tempo si chiamava «un lavoro da uomo», «una vita da uomo». (Aver fatto il corrispondente di guerra è solo un aspetto di questa sua modernità). Moderno ad esempio il suo rifiuto di seguire le mode. Portava i pantaloni quando in America una donna coi pantaloni non poteva entrare in un locale pubblico. «Sai da quanti ristoranti sono stata cacciata perché li portavo?». Però, quando i pantaloni divennero un indumento femminile, lei (eterno bastian contrario) passò alla sottana e ai cappelli. È moderno anche il suo dettar moda senza volerlo. Così come moderno è il far capolino, in tutta questa essenzialità, di un suo vezzo: il ben visibile rigo di eyeliner sulle palpebre. «Lo faccio molto velocemente. Tac, tac, tac» disse a Scavullo. E Scavullo lo descrisse così: «Due righe nere, spesse, decise, che si applica da sola e che esagerano i suoi sorprendenti occhi orientali. Quelle due righe sono diventate la sua firma». Una firma che segna ancora oggi la sua faccia. Negli anni ha infatti mantenuto la faccia dell'Oriana in corsa sul ponte di Kien-Hoa. Ha mantenuto anche il corpo piccolo e magro. E quella espressione mobile, quell'imperioso alzare le spalle, che sono un'altra sua caratteristica fisica. La pettinatura è cambiata, sì. I capelli piatti e lisci e lunghi ora sono tirati e raccolti dietro la nuca. Non le donano, e lo sa. Ma li tira così di proposito. «È la pettinatura che i gentiluomini portavano nel Settecento da Jefferson a Robespierre. Svelta, comoda e completabile con un fiocchettino. A me va bene così. La mia nonna diceva: se non ti piaccio, pazienza, girati dall'altra parte». Quanto agli occhi orientali, oggi hanno più rughe: ovvio. Rughe alle quali tiene moltissimo, che difende con fierezza. «Sono le mie medaglie». Vigliacchi da una parte, coraggiosi dall'altra. Una distinzione drastica , che è alla base dei giudizi della Fallaci. Ha un culto quasi maniacale del coraggio. «Coraggio» è la parola che insieme alla parola «paura» pronuncia con maggior frequenza. Nella loro opposizione, temi senza sfumature. Non a caso uno dei suoi modelli è Jack London, autore amato dai giovani. Di Jack London, del resto, parla a lungo nella prefazione che scrisse per Il richiamo della foresta pubblicato dalla Bur. In Jack London, giornalista, corrispondente di guerra, romanziere, uomo avventuroso, si riconosce profondamente. E da adolescente, ci confida durante la lunga giornata, diceva: «Mi piacerebbe diventare Jacqueline London». La più sicura definizione che sa dare di sé stessa è dunque quella di Soldato. «Sono un soldato. Lo sono fin da ragazzina, quando nella mia famiglia di antifascisti diventai anche io un partigiano. Un soldato». Il rapporto fra Oriana e la guerra nasce da qui. Cioè dalla storia della sua vita. (Per il contributo che appena quattordicenne dette alla lotta contro i nazifascisti il Generale Alexander, Comandante in Capo delle Forze Alleate in Italia durante la Seconda Guerra Mondiale, le mandò una elogiativa lettera di ringraziamento). «Vi è una lugubre dimestichezza» dice calcando la voce sulla parola lugubre, «tra me e le armi, me e le esplosioni, me e la paura e il coraggio e la morte. Insomma con la guerra. Dio sa se è sincero, ahimè, il grido che nel mio piccolo libro lancio ai figli di Allah: "Nella guerra ci sono nata, nella guerra ci sono cresciuta, di guerra me ne intendo più di voi. E di coglioni ne ho più di voi che per trovare il coraggio di morire dovete ammazzare migliaia di creature. Guerra avete voluto, guerra volete? Per quel che mi riguarda, che guerra sia. Fino all'ultimo fiato"». Le sue corrispondenze dal Vietnam erano tanto perfette proprio a causa di questo. Nella sua importante serie di libri sul Vietnam, Time Magazine ha incluso anche molti dei suoi articoli dal fronte. Raro omaggio d'un paese che in Vietnam ha visto al lavoro il meglio del suo giornalismo. Il suo essere soldato la porta a rispettare tutti i soldati. Perfino quelli di al-Qaida che, mentre parliamo, a Tora Bora sono sotto i bombardamenti americani. D'un tratto riaccende il televisore. Al posto del nastro-confessione oggi lo schermo trasmette le immagini di quei bombardamenti. Le guarda e mentre le commenta la sua voce non è più quella infuriata, roca, dolorosa di quando ascoltava le risatine di Bin Laden. È una voce rispettosa: «Certo che tra loro vi sono aspiranti kamikaze. Ma in questo momento non muoiono ammazzando migliaia di creature: muoiono combattendo. Da soldati. In questo momento li rispetto. Tanto di cappello». Poi spiega quanto profondo sia il suo disprezzo per i Talebani che sono scappati, si sono arresi senza battersi. E include un altro sorprendente giudizio: «C'è una bella differenza tra i militari Italiani che l'Otto settembre del 1943 si arresero ai Tedeschi senza combattere, e i Tedeschi che nel 1945 difesero Berlino fino all'ultimo uomo». E quando noi esprimiamo il nostro stupore: «Certo che ho rispetto per la difesa di Berlino! Certo che ho rispetto per gli al-Qaida di Tora Bora! V'è eroismo nella loro resistenza! Si può forse negare l'eroismo dei nemici?!? Negarlo significherebbe essere fanatici come loro». Del soldato ha la disciplina. «La mia disciplina, anzi autodisciplina, è di stampo militare: lo riconosco. Non a caso in Vietnam ero accettata volentieri dai militari americani perché non mi permettevo mai di recar danno al plotone o alla compagnia con disubbidienze o iniziative personali. Mi comportavo proprio come un soldato tra i soldati. Però questa disciplina anzi autodisciplina non la esprimo soltanto in guerra. La esprimo in pace, nella mia vita privata, e soprattutto sul lavoro. Quando scrivo per esempio. Per scrivere non aspetto la cosiddetta ispirazione. Se non sono in qualche ospedale o in qualche biblioteca o in qualche archivio, tutte le mattine io mi metto alla scrivania. Vado al lavoro come un operaio o un impiegato che timbra il cartellino». È così militaresca, questa sua disciplina, che viene lecito chiedersi se sappia vivere senza la guerra, se sia capace di stare lontano dalle guerre. Così, mentre sullo schermo continuano a lampeggiare le immagini di Tora Bora, glielo diciamo. E da buon soldato, tra imbarazzo e reticenza, lei lo ammette. «Purtroppo il vostro sospetto contiene una verità. E il motivo va ricercato, credo, nella vita che ho avuto. È a causa della vita che ho avuto, credo, che la guerra è il mio riferimento continuo. Che vedo tutto in termini di pace e di guerra. Antipatico, vero? E allora diciamola tutta... Ho parlato di lugubre dimestichezza. Dovrei parlare anche di lugubre intesa. Da cosa nasce la lugubre intesa? Ecco... Vedi... Ecco... La guerra è la sfida delle sfide. Perché è una continua sfida che fai con te stesso. Quando ti muovi per partecipare a un combattimento o quando sei in un combattimento, ad esempio, nessuno si cura di te. Nessuno ti guarda. Sei completamente solo con te stesso, giudice di te stesso. Così è a te stesso che rivolgi la sfida di andare avanti, vincere la paura, restare vivo... È con te stesso, insomma, che non vuoi fare una figuraccia. Perché con te stesso non puoi mentire, indulgere a trucchi. E... Vedi, impegnata com'ero a condannare la guerra, della guerra io ho sempre raccontato gli orrori e basta. Non ho mai avuto la forza di confessare il fascino oscuro, la seduzione perversa, che essa esercita o può esercitare su chi ci si trova dentro. Una seduzione, Dio mi perdoni, che nasce dalla sua vitalità. La vitalità di quella sfida, appunto. Diciamolo una volta per sempre, col capo coperto di cenere ma una volta per sempre: io non mi sono mai sentita così viva come quando, vinta la sfida con me stessa, viva sono uscita da un combattimento anzi da una guerra». Seduzione. La parola è stata pronunciata. E ora parla della paura: «Chi dice di non avere paura alla guerra è un cretino o un bugiardo. E bada caso: tutti i cretini e tutti i bugiardi che dicono di non aver avuto paura alla guerra erano, sono, quelli abituati a seguire le guerre da una comoda camera d'albergo. Io, al fronte, non li ho incontrati mai. Guarda, alla guerra si ha sempre paura. Qualsiasi militare, di qualsiasi razza o nazione, te lo dirà. Ti dirà anche che ogni volta è la prima volta, e ogni volta è peggio della volta precedente. Perché ogni volta si sa di più, si è più consapevoli del rischio. Comunque il punto non è avere paura: è superare la paura, agire attraverso la paura e a me la guerra ha insegnato questo». Una piccola indiscrezione (Ce la perdonerà?). «Io ho sempre detto che, una volta morta, col mio corpo posson farci quel che vogliono. Ad esempio usarlo come concime per un ulivo. Ma non ne sono mica tanto sicura... Tutto sommato, non mi dispiacerebbe mica avere funerali militari. Sai quelli con la bandiera che sventola al sole, il plotone che spara in aria e la trombetta che suona paparapàpaparapà...» e subito esplode in una risata allegra, divertita. Dichiara d'essere uno scrittore lento, da anni lavora a un grande romanzo che dice di voler pubblicare postumo, ma in due mesi ha scritto La Rabbia e l'Orgoglio. È malata di cancro, il cancro la debilita e la consuma, ma a vederla scoppia di travolgente energia e lavora come se fosse sana. Dice di stare in esilio da un paese che ama appassionatamente, ed è addentro le vicende italiane più di chi sta in Italia. È spietatamente altera eppure sa essere inspiegabilmente modesta e dolcemente affettuosa. I suoi slanci generosi hanno la stessa intensità delle sue rappresaglie e sia gli uni e le altre possono arrivare imprevedibilmente. Sono tutti i segni di una passione senza briglie che la porta a un totale immedesimarsi nelle cose, la infila negli alti e bassi degli stati d'animo con cui segue le vicende del mondo. Come la sera avanti, dinanzi allo schermo televisivo che trasmetteva il nastro-confessione di Bin Laden. E come oggi mentre dice: «Ne La Rabbia e l'Orgoglio sostengo che Bin Laden è soltanto l'attuale punta dell'iceberg: la parte della montagna che emerge dagli abissi della propria cecità e che fin dal millequattrocento sa produrre solo religione. Sostengo che il vero protagonista di questa Guerra Santa non è lui: è quella Montagna. E lo ripeto. Ma non posso negare, nessuno può negare, che Bin Laden sia un grosso personaggio. Lo è nella stessa misura in cui lo era Khomeini, e sai perché? Perché, nonostante la sua perfidia, la sua spregevolezza, è come Khomeini un personaggio nato dalla passione. Fatto di passione. Noi non li abbiamo più personaggi fatti di passione, nati dalla passione. Per trovarli bisogna tornare al nostro passato. A San Francesco, a Santa Teresa, allo stesso Torquemada. A Danton, a Marat, a Robespierre. A Napoleone, a Nelson, a Mazzini, a Garibaldi, a Cavour. A Lenin, a Stalin, a Churchill che per combattere Hitler promette agli Inglesi «lacrime e sangue». A Mao Tze Tung, a Ho Chi Min. E qui mi fermo perché da mezzo secolo, nel campo dei leader, l'Occidente non ha dato che mezze-tacche. Coglioni o mediocri che di leader hanno soltanto il titolo. L'unico personaggio che l'Occidente ha prodotto nell'ultimo mezzo secolo è Karol Wojtyla. Un uomo di fede, un uomo di chiesa. Del resto, anche nell'arte, nella musica, nella pittura, nella poesia, a parte Picasso non abbiamo avuto che mezze-tacche. Sa perché? Perché abbiamo perduto la passione. Perché la passione l'abbiamo sostituita col raziocinio. Peggio: con l'edonismo, col culto della comodità, con la mollezza. E col concetto d'una uguaglianza mal interpretata che appiattisce, livella, spenge la genialità e la personalità. Con queste spenge l'arte, spenge la poesia. La poesia. Ditemi: dov'è, da mezzo secolo, l'arte? Dov'è la poesia? Abbiamo la scienza e basta, la tecnologia e basta, il benessere e basta. Ma non si può vivere di scienza e basta, di tecnologia e basta, di benessere e basta. Non si può vivere senza passione. Non si può neanche combattere, difendersi senza passione. Bè, io non so vivere senza passione. Non so combattere, non so difendermi, senza passione. Tutto ciò che faccio, lo faccio per passione e con passione. Per passione scrivo, per passione mi arrabbio, per passione inveisco, con passione mi batto. E perdio: il mio piccolo libro è scaturito dalla passione. Sono certa che gli Italiani lo leggono, ascoltano quello che dico, non soltanto perché dico la verità ma perché la dico con passione». Come darle torto? Ieri Sofia Loren, la sua amica Sofia, l'ha chiamata da Los Angeles, facendo il segreto squillo d'intesa. Con la sua voce gorgogliante, carica di vita, le ha detto: «Quanto è bello quel libro, Oriana mia, quanto è bello! Sembra scritto con la saggezza d'una centocinquantenne e con la passione d'una diciottenne». Si definisce «una antica signora», anzi «una signora all'antica». La brownstone nella quale vive a New York è antica (metà ottocento) e arredata all'antica: mobili, lumi, paralumi, quadri, vasellame, soprammobili, persino gli apparecchi telefonici. La sua di Firenze e la sua casa in Toscana, lo stesso. Tutto ciò che colleziona è antico. Incominciando dai libri. Secenteschi, settecenteschi, ottocenteschi volumi su Boccaccio, Ariosto, Torquato Tasso, Shakespeare in tutte le possibili edizioni. Storie della Rivoluzione Francese, campagne di Napoleone. Risorgimento Italiano, Mazzini, Garibaldi, Cavour. Ma non è una chiusura crepuscolare a dettare queste scelte: è un'altra sua passione. Quella del Passato, su cui, peraltro, ha scritto una bellissima pagina ne La Rabbia e l'Orgoglio. «Per me ogni oggetto del Passato è sacro. Un fossile, una terracottina, una monetina, una qualsiasi testimonianza di ciò che fummo e di ciò che facemmo. Il Passato mi incuriosisce più del Futuro. E non mi stancherò mai di sostenere che il Futuro è una ipotesi, una congettura, una supposizione. Cioè una non realtà. Tutt'al più, una speranza alla quale tentiamo di dare corpo coi sogni e le fantasie. Il Passato invece è una certezza, una concretezza, una realtà stabilita. Una scuola dalla quale non si prescinde perché, se non si conosce il Passato, non si capisce il presente e non si può tentare di influenzare il Futuro con i sogni e le fantasie. E poi ogni oggetto sopravvissuto al Passato è prezioso perché porta in sé un'illusione di eternità. Perché rappresenta una vittoria sul Tempo che logora e appassisce e uccide. Una sconfitta sulla Morte». È una donna severa. Severamente si veste. Ormai la sua uniforme è gonna (soltanto a volte i pantaloni) e golfino. Di cotone, l'estate. Di lana, l'inverno. In tutti i possibili colori offerti dalla gamma della severità. Scarpe a mezzotacco. Per ravvivare la nuova uniforme qualche antico gioiello. Severamente si pettina, s'è detto, anzi non si pettina. Il look che ne deriva è elegante, sì, impeccabile, ma quasi monacale. Severamente vive. Niente lussi e, al posto dei lussi, abitudini quasi spartane. Severamente disprezza il denaro, s'è detto anche questo e severamente giudica. Severamente punisce e se è necessario si autopunisce. Severamente rifiuta quasi tutte le comodità che la moderna tecnologia offre al nostro mondo. Per incominciare, il computer. Non ne ha mai posseduto uno. E guai se glielo offri, se tenti di regalarglielo. Usa la stessa vecchia Olivetti meccanica che usava in Vietnam. Logora ormai, quasi inutilizzabile. Per non servirsi di macchine nuove e moderne ha imparato ad accomodarsela da sola con resine fornitele da un gabinetto dentistico. Come un violinista che sa suonare solo il suo violino, sa scrivere solo con quella. Infatti afferma di non saper scrivere con una macchina silenziosa: «Se non la sento battere, non mi vengono le parole. Non mi vengono nemmeno i pensieri». Al posto delle macchine silenziose, al posto del computer, un numero quasi scandaloso di macchine da scrivere del primo Novecento. Le colleziona come pezzi d'autore. Qualcuno l'accusa di gretagarbeggiare. Ma lei non se ne offende. Perché si rende conto che la similitudine è lecita. Anche Greta Garbo conduceva una vita ritirata e severa. Anche Greta Garbo si vestiva e si pettinava in modo severo. Anche Greta Garbo si circondava di oggetti del passato. E, fino alla sua morte, Greta Garbo visse poco lontano da dove vive lei, in questo ristretto circuito di strade eleganti in Midtown Manhattan. Molti anni fa i loro opposti sentieri si incrociavano in un piccolo ed esclusivo negozio di cibo della 57esima Strada: Dover Delicacies. Una sera sbatterono l'una contro l'altra proprio dinanzi alla porta del negozio, racconta con un sorriso intenerito. Lei, ancora molto giovane. La Garbo, ormai anziana. Lei con la bistecchina, la Garbo con il pollo. Pioveva. Lei non aveva l'ombrello. La Garbo sì. In silenzio la accompagnò fino al portone di casa sua. («E non le chiedesti l'intervista?!?» «Noddavvero! Sapevo che non ne dava!» «E come vi lasciaste?!?» «Io le dissi "Thank you Madame, how sweet of you". E lei rispose "Welcome, prego, miss Fallaci. Have a good night"»). In un mondo che vive di pubblicità, lei vi si sottrae. E vi si sottrae perché la detesta. In ogni suo aspetto e in ogni sua forma. Trent'anni e vent'anni fa non era difficile indurla a fare ciò che nell'editoria viene definita promotion. Cioè vederla partecipare al lancio di un suo libro con interviste, apparizioni televisive, eccetera. Poi divenne sempre più difficile. Ora è impossibile. Decisamente impossibile. E va da sé che in buona parte ciò si deve al comportamento ostile che quasi tutti i giornalisti hanno sempre tenuto nei suoi riguardi, come vedremo. In buona parte però si deve anche al suo carattere, o meglio al suo sincero bisogno di riservatezza. Una riservatezza confermata dal rispetto per la privacy altrui, e che si ritrova in un'altra bella pagina de La Rabbia e l'Orgoglio. Quella dove racconta l'imbarazzo provato dinanzi a Golda Meir che le confida i suoi drammi matrimoniali e dinanzi ad Alì Buttho che le confessa il dramma della sua prima notte nuziale ma poi ci ripensa e la prega di non scrivere nulla. Lei non ne scrive nulla, anni dopo i due si incontrano di nuovo. Per caso. Si mettono a parlare del mondo islamico, e Buttho le dice: «Sbagliai a chiederle di non scrivere quella storia. Un giorno deve raccontarla tutta». E in questo libro la racconta concludendo: «Ecco Buttho. Ovunque Lei sia, e pazienza se non è in nessun posto fuorché sottoterra, l'ho mantenuta la mia promessa». Carattere che ora ci conferma dicendo: «Io sono stata e sono amica di persone molto famose ma non le ho mai, mai, mai tradite coi pettegolezzi. Non ho mai, mai, mai raccontato quello che ci dicevamo a cena o mentre camminavamo per strada. A due di queste amiche, entrambe morte di cancro, ho voluto molto bene. Una era Ingrid Bergman, l'altra era Maria Callas. E se Dio esistesse mi sarebbe testimone che mai, mai, mai ho raccontato le loro faccende private. Faccende che conoscevo tanto bene quanto loro conoscevano le mie. Una sera qui a New York mi capitò di vedere un lungo programma sulla Callas. Subito pensai "Oddio, povera Maria! Ora che cosa si metteranno a spifferare, i cialtroni, per dimostrare che erano suoi confidenti?!?". Bè uno raccontò episodi così intimi che (stavo mangiando) presi il piatto e lo spaccai per terra. Nel caso della Bergman, a cui sono stata forse più legata che alla Callas, idem. Sua figlia Isabella la vedo spesso. Vive a New York, non molto lontano da casa mia, e con lei ho un rapporto quasi familiare. Ma nemmeno con lei ho mai parlato delle cose raccontatemi da sua madre». In questi dieci anni che hanno cristallizzato il suo autoisolamento, il suo silenzio, da tutto il mondo le sono giunte regolarmente richieste di interviste. E negli ultimi tre mesi cioè dopo la pubblicazione dell'articolo che portava lo stesso titolo del libro, la richiesta di interviste è cresciuta oltre misura. Ma neanche una volta ha ceduto. «E se penso a quel che farete dopo questo incontro, mi vengono i brividi. Mi chiedo che m'è preso a rivedervi e ad accettare il fottuto registratore... Non mi riconosco mai nelle cose che gli altri scrivono di me. Quando vedo un articolo su di me, mi sembra di leggere qualcosa che riguarda una persona a me sconosciuta. Un'estranea. Quanto alle interviste, le detesto perché mi hanno sempre attribuito cose che non avevo detto. Oppure hanno sempre distorto, storpiato, le cose che avevo detto fino a cambiarne il significato. Questo mi ha sempre riempito di sdegno perché, come ben sapete, di interviste io me ne intendo. Il giornalismo fatto attraverso le interviste l'ho inventato io. E le mie interviste sono sempre state così rigorosamente precise, corrette. Non ho mai tradito nessuno. Anche se si trattava di una persona che odiavo o non rispettavo, stavo attenta a riportare con fedeltà ciò che costui o costei mi aveva detto. Nessuno ha mai potuto accusarmi d'avere inserito nelle risposte un'inesattezza o una bugia. Per qualche ora Kissinger ci provò. E subito dovette rimangiarsi la calunnia. Gli altri invece... E a proposito dell'antipaticissimo Kissinger: è lui che ha scritto bugie su di me. Perché nel suo libro Gli anni della Casa Bianca, peraltro un libro dove dichiara di avermi incontrato per "ritrovarsi dentro il mio Pantheon di personaggi mondiali", si dilunga su un'intervista che io non ho mai fatto e nemmeno chiesto. Quella col nordvietnamita Le Duc Tho. Non a caso, dopo la pubblicazione del libro, gli mandai a dire che anche come storico non valeva un fico secco. Che storico è uno storico che racconta cose mai avvenute? Oh, sì: anche lui ha contribuito al fatto che non mi fidi più di nessuno. Le interviste io non le do anche perché non mi fido di chi le fa. E attenti a voi. Guai a voi se trasformate questo nostro triloquio in una intervista». Fu l'uscita di Inshallah a segnare il suo definitivo addio alla promotion. Soltanto in Francia, in Germania, in Svezia, in Olanda, in Spagna e in America, si fece vedere. Ma, fuorché a Parigi, dove Françoise Sagan la convinse a far parte di una trasmissione televisiva con lei, non per dare interviste. In ciascuno di quei paesi si limitò infatti a leggere pagine del romanzo. A volte, è vero, questo suo negarsi le dispiace per coloro a cui il rifiuto è diretto. Stavolta, ad esempio, le dispiace per Bruno Vespa ed Enrico Mentana. «Sono sempre stati così gentili con me, così generosi. Dirgli di no mi ficca una spina nel cuore. Ma io non me la sento di esibirmi alla televisione. Mi dà angoscia, mi dà disagio. Diteglielo voi, a Vespa e a Mentana, che non devono offendersi. Che il mio rifiuto non è diretto a loro, che mi dispiace tanto deluderli». E poi: «Ma come fate voi due a mostrarvi sempre in televisione? Non vi dà disagio, non vi disturba? Guarda, a questo punto della mia vita, alla televisione mi mostrerei soltanto come corrispondente di guerra. Però al fronte, si intende. Non nelle retrovie dove ti danno a bere di correre rischi smisurati ma le esplosioni le vedi ad almeno cinque chilometri di distanza». Vedi, sembra di saper tutto della sua vita. E il suo modo di scrivere, quasi sempre in prima persona, favorisce l'equivoco. Ma ciò che racconta di sé quando parla di sé è in realtà un modo per nascondersi. Per distrarre, deviare l'attenzione, contrabbandare una privacy quasi maniacale. Quanto alle cose che gli altri raccontano di lei, spesso anzi quasi sempre sono completamente inventate o alterate dalla fabbricazione d'un personaggio costruito da chi non la conosce. Fuorché nel caso di Alessandro Panagoulis, infatti, si ignora il suo percorso sentimentale. Fuorché nel caso della sua professione, si ignora il suo modo di vivere. I suoi gusti, le sue abitudini, le sue idiosincrasie. Ed anche se siamo suoi amici, ad ascoltarla si finisce sempre col restare sorpresi. In realtà, di lei si sa ben poco. è uno dei pochi italiani d'oggi conosciuti in tutto il mondo. Quando andò a Qom (la città santa degli Sciiti Iraniani) per intervistare Khomeini, doveva necessariamente camminare per le strade con la faccia semicoperta dal chador, e un gruppo di studenti iraniani ne riconobbe i terribili occhi. Le corsero incontro gridando: «Fallatzi, Fallatzi!» In un Iran dove le donne contavano quanto un cammello, era riverita, insomma, come un uomo. Qualche anno fa andò in Cina per un viaggio privato. Quando giunse a Pechino, l'aeroporto pullulava di cameramen e di fotografi. «Oddio, dev'essere arrivata una persona importante. Vedrai quanto tempo ci vorrà a passar la dogana» disse alla sorella Paola che viaggiava con lei. «Non sarai mica te il personaggio importante?» rispose Paola. E lei: «Non dire sciocchezze». Invece il personaggio importante era proprio lei. E nel parapiglia, racconta, perse anche il cappello. (I più la immaginano sempre con l'elmetto in testa. Ma la sua eleganza include anche i cappelli. Sofisticati cappelli da signora, non da soldato). Esistono anche associazioni di boy-scout intitolate a Oriana Fallaci, in Cina. E sempre in Cina ha ricevuto un omaggio non concesso nemmeno al suo nemico Kissinger che lo aveva sollecitato. Dare una conferenza nell'esclusiva Aula Magna dell'Accademia delle Scienze. Un'Aula Magna zeppa di notabili. I giovani, arrivati con pullman speciali anche dalle città vicine, dovettero ascoltarla dagli altoparlanti installati nelle altre aule e sulla facciata dell'edificio. Sicché fece un discorso durissimo. Nel 1981 gli studenti della Law School di Harvard pretesero che a pronunciare il Commencement Speech dell'anno accademico non fosse il Generale Haig allora Segretario di Stato e già designato dalla Università come oratore ufficiale, bensì la Fallaci. Lei lo pronunciò, e a Harvard trovi ancora chi ne parla. Negli stessi anni, a Belgrado, il teatro (strapieno di pubblico) nel quale presentava Un uomo venne preso d'assalto dalla folla respinta dai pompieri che per ragioni di sicurezza non lasciavano entrare altra gente. La più antica università americana, la Boston University, le dedica da quarant'anni una «Oriana Fallaci's Special Collection» che raccoglie tutti i suoi manoscritti, tutte le traduzioni dei suoi libri, tutto il materiale che riguarda il suo lavoro. In America ha ricevuto prestigiose lauree ad honorem. Nel volume The Italians - Storia degli Italiani Illustri, edito dalla Library of Congress, vi sono soltanto due fotografie di celebri donne italiane: Eleonora Duse e Oriana Fallaci. Della Fallaci la didascalia dice: «I suoi scritti hanno portato il giornalismo politico a un nuovo livello. Le sue interviste con i leaders e i potenti del mondo sono stupefacenti quanto il loro coraggio (fearlessness) e la loro intelligenza indagatrice (probing intelligence)». In Italia, dove le lauree ad honorem si danno anche ai giornalisti stranieri, nulla. Mai nulla. Nessun onore, nessun riconoscimento le è mai venuto dalla sua amata patria e tantomeno dalla sua amata città, Firenze. A parte qualche premio letterario, l'unico omaggio che le sia venuto in Italia rimane quello che il Generale Alexander le dedicò nel 1945 per elogiare il suo lavoro di baby partigiana. Lungi dal ringraziarla per aver portato il suo nome d'italiana nel mondo, almeno finora l'Italia le è stata non madre bensì matrigna. Una matrigna cattiva. Per decenni la stragrande maggioranza dei nostri giornali le ha rovesciato addosso una massa di perfidie e di insulti tanto ingiustificati quanto ridicoli. E lei non ne ha dimenticato nessuno. Ancora oggi (e si vede da La Rabbia e l'Orgoglio), può recitarli a memoria. Quando uscì Lettera a un bambino mai nato un quotidiano milanese pubblicò un articolo che incominciava con queste parole: «Brutto, brutto, brutto. Più brutto di così non si può. Durerà una sola estate». Un quotidiano di Roma, un altro intitolato: «L'utero nel cervello». A tutt'oggi quel libro ha venduto, in Italia, oltre un milione e mezzo di copie. È stato tradotto in ventuno lingue e pubblicato in trentuno paesi. È ormai un classico della letteratura moderna perfino in Giappone, in Cina, in Corea, in Tailandia, in alcune nazioni Arabe, nonché in India dove lo si trova anche in vari dialetti indù. Qualche giorno prima che uscisse Un uomo (il romanzo sull'eroe greco Alessandro Panagoulis, suo compagno di vita per tre anni, cioè dal momento in cui venne rilasciato dal carcere di Boiati al momento in cui venne ucciso con un falso incidente automobilistico) un quotidiano di Roma pubblicò a tutta pagina un articolo dal titolo: «Perché non si deve leggere il libro della Fallaci». Il mensile socialista Cronache Sociali le dedicò una copertina con la sua fotografia, e sotto la fotografia la scritta: «Ecco il vero assassino di Panagoulis». Nell'articolo la Fallaci era infatti accusata di aver regalato a Panagoulis l'automobile che guidava al momento in cui l'avevano ucciso... Peggio: poiché per ragione di segretezza il libro non era stato composto nella tipografia Rizzoli, l'allora Presidente del Consiglio incaricò i Carabinieri di cercare in tutte le tipografie d'Italia il testo «sospetto di essere un'opera contro le Istituzioni». Fu uno degli stessi ufficiali dei Carabinieri incaricati della ricerca a rivelare la cosa anni dopo. Peggio ancora: anche stavolta il libro venne stroncato dai giornalisti nemici. Ma, come nel caso di Lettera a un bambino mai nato, il successo fu clamoroso. Le vendite, eccezionali. All'estero apparve nei soliti trentun paesi, tradotto nelle solite ventun lingue, ed oggi è una delle opere più amate che abbia prodotto la moderna letteratura italiana. Né è tutto. Due mesi prima che uscisse Inshallah, anzi quando del libro non si conosceva il titolo, il più noto quotidiano di Roma le dedicò una aggressione di due pagine intere. In essa si diceva, tra l'altro, che tutte le sue interviste ai Capi di stato del mondo erano frutto di fantasia. Vale a dire che l'incontro con Khomeini non era mai avvenuto, quello con Gheddafi lo stesso, quello con Golda Meir, Indira Ghandi, Deng Xiao Ping, eccetera, idem. (I nastri di tali interviste, custoditi in contenitori speciali a temperatura speciale, si trovano nella Oriana Fallaci's Collection della Boston University). Quasi ciò non bastasse, quando uno dei più grandi giornalisti Italiani (Bernardo Valli) si staccò dal coro per dedicarle un articolo nel quale definiva Inshallah un capolavoro, si vide rovesciare addosso l'ostracismo dei suoi colleghi. Non le ha dimenticate le aggressioni, no. Eppure ne parla con sprezzante distacco. «Non chiedetemi il motivo di questa follia: sono io che lo chiedo a voi. Io so soltanto che ogni volta esclamo, incredula: "Perché!?". Non appartengo a nessun partito. Non faccio parte di nessun gruppo, di nessuna mafia letteraria. Non parlo mai male di nessuno. Non insulto mai i libri degli altri. Anche se non mi piacciono, non dico mai che sono brutti. Conosco troppo bene la tremenda fatica dello scrivere un libro. E, bello o brutto che esso sia, quella fatica la rispetto con tutta l'anima. Come tutti sanno, conduco una vita molto ritirata. E non mi metto mai in competizione. Cos'è dunque che li disturba?!?» |
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