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FISCO - DIETRO LA RETROMARCIA DI VINCENZO VISCO
Quel pasticciaccio brutto dell'Iva
Una massa di dati completamente sbagliati che ha fatto fare una pessima figura al viceministro. E ha mandato su tutte le furie le società immobiliari che si sarebbero trovate a subire una tosatura da molti miliardi
di Daniele Martini
27/7/2006
URL: http://archivio.panorama.it/home/articolo/idA020001037305
È stata cucinata all'Omi la gigantesca frittata dell'Iva sugli immobili. Che cos'è l'Omi? È l'Osservatorio del mercato immobiliare dell'Agenzia del territorio, struttura delle Finanze che dovrebbe sapere tutto sul business della compravendita di case, palazzi e capannoni, affitti, tassi di rendita, quotazioni.
Insomma, il centro di analisi, studi e proposte dell'amministrazione fiscale per l'elaborazione delle norme riguardanti il mattone. Il viceministro delle Finanze, Vincenzo Visco, se ne fida ciecamente perché a dirigerlo c'è un suo uomo, Gianni Guerrieri, uno dei consiglieri della prima ora, già sulla cresta dell'onda ai tempi del precedente governo di centrosinistra, un tecnico nell'inner circle del nuovo signore delle tasse insieme con Giuseppe Peleggi, Vieri Ceriani, Paolo Ciocca, Massimo Romano, Attilio Befera.

Sebbene fosse rimasto spiazzato al pari di quasi tutti i fedeli di Visco dalla vittoria elettorale della Casa delle libertà nella primavera del 2001, Guerrieri alla fine era stato parcheggiato all'Agenzia del territorio, istituita qualche mese prima proprio da Visco e affidata a Mario Picardi. All'Agenzia c'era da mettere in piedi l'Osservatorio sugli immobili e Guerrieri, considerato un tecnico quotato del settore, sembrò l'uomo giusto anche al nuovo ministro Giulio Tremonti.
All'Omi furono affidati compiti di rilievo, obiettivi tuttora elencati con una certa enfasi nel sito internet: "L'osservatorio cura la rilevazione e l'elaborazione delle informazioni di carattere tecnico-economico relative ai valori immobiliari, al mercato degli affitti e ai tassi di rendita".
Per svolgere questa attività si avvale degli "uffici provinciali del Territorio dove operano tecnici rilevatori del mercato immobiliare i quali svolgono attività diretta secondo piani operativi di rilevazione".

Insomma, una struttura pesante questo Omi, una specie di scandaglio fiscale permanente pronto a tramutarsi all'occorrenza in un'arma acuminata nella lotta all'evasione immobiliare. Ovvio che Visco abbia pensato immediatamente all'Osservatorio quando qualche settimana fa si è trovato alle prese con la necessità di recuperare alcuni miliardi di gettito per sostenere la manovrina di correzione dei conti pubblici.
Da sempre il viceministro e i suoi consiglieri sono convinti che il business del mattone sia ampiamente inquinato da giganteschi fenomeni di elusione ed evasione fiscale. L'Osservatorio fu quindi allertato e poi messo all'opera e a Guerrieri fu fatta balenare anche l'ipotesi di un premio in caso di successo: la poltrona di direttore di tutta l'Agenzia del territorio al posto di Picardi, dirigente prossimo alla settantina e quindi ormai in età di pensione.

Sono mesi, del resto, che si parla di un possibile ricambio in quell'ufficio, e non solo per motivi anagrafici. In 5 anni l'Agenzia ha brillato poco o punto: avrebbe dovuto aggiornare il catasto e non l'ha fatto, tanto che, secondo attendibili calcoli interni, per completare l'opera ci vorrebbero ancora 6 o addirittura 7 milioni di ore di lavoro.
Anche la revisione degli estimi ha segnato il passo: ogni tanto viene organizzato l'ennesimo convegno o elaborato un nuovo studio, ma di atti concreti non c'è traccia.
Al momento non è stato approntato nemmeno un regolamento per la revisione, e senza estimi aggiornati è abbastanza problematico procedere all'introduzione di nuove misure tipo la patrimoniale o al miglioramento del regime esistente.

La strada di Guerrieri per la poltrona di numero uno dell'Agenzia del territorio sembrava dunque spianata. Ma alla prova del nove l'Omi ha fatto cilecca fornendo a Visco dati così sballati che ne è nato un caso politico-fiscale assai imbarazzante per il governo. Il viceministro è incappato nella prima, vera figuraccia proprio grazie al contributo errato dell'Osservatorio di cui però nessuno si è accorto, neanche la direzione per le politiche fiscali di Paolo Ciocca.
Una figuraccia rimediata, oltretutto, in una materia delicata, considerato che proprio la parte del nuovo regime impositivo sugli immobili avrebbe dovuto costituire la perla del decretone fiscale antievasione.

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Le intenzioni e gli obiettivi di partenza di Visco erano ottimi. Preso atto che l'attuale regime Iva sui beni immobili strumentali (capannoni, sedi aziendali, di compagnie e simili) presta il fianco a manovre elusive ed evasive diffuse, il viceministro aveva deciso di cambiare impostazione.
In pratica oggi molti contribuenti infedeli si comportano con il mattone allo stesso modo che con certe auto di lusso, tipo i Suv: facendo finta che siano beni utili all'azienda o all'attività professionale anche se invece vengono usati per scopi personali, pagano il 20 per cento di Iva che successivamente detraggono.
È un abuso che costa allo Stato parecchi miliardi di euro di mancato gettito.

Al posto dell'Iva Visco aveva deciso di far pagare il 10 per cento di tassa di registro sul volume delle transazioni. In più aveva stabilito che i rimborsi Iva sugli immobili percepiti nei due anni precedenti dovessero essere restituiti. E qui è nato il putiferio, non solo perché veniva introdotto un discutibile criterio fiscale retroattivo, ma soprattutto perché tra i calcoli del gettito effettuati dall'Omi e quelli elaborati dalle associazioni di categoria c'era un abisso. Per l'esattezza da 27 a 29 miliardi di euro di differenza.

L'Omi sosteneva che la retroattività dei rimborsi avrebbe dato un gettito di 478 milioni di euro, una cifra notevole ma non proibitiva per compagnie immobiliari dalle spalle larghe tipo, per intenderci, la Pirelli Re di Marco Tronchetti Provera o la Beni Stabili.
Società che, oltretutto, negli ultimi anni hanno fatto affari d'oro per effetto di quella che è stata chiamata la "bolla del mattone", cioè l'impennata delle quotazioni degli immobili.
Ma alle associazioni degli immobiliaristi, a cominciare dall'Assoimmobiliare, risultava una realtà del tutto differente: la retroattività avrebbe pesato non per poche centinaia di milioni, ma addirittura per 28-30 miliardi, cifra colossale.

Ciecamente convinto della bontà dei dati elaborati dagli uffici, per alcuni giorni Visco ha tenuto duro, mentre nel frattempo sulle società immobiliari si scatenava la tempesta: tracolli di borsa, previsioni fosche, proteste a non finire.
Di fronte al muro compatto dei contestatori e dei perplessi che annoverava perfino alcuni esponenti del governo, il viceministro dapprima incredulo, poi sempre più contrariato e infine proprio arrabbiato, alla fine si è doverosamente assunto la responsabilità politica dell'infortunio chiedendo scusa e buttando a mare il vecchio decreto sostituendolo con uno diverso. Basato su altri presupposti, ma soprattutto su altri calcoli.

STANGATA SUL TELERISCALDAMENTO
In Italia sono circa 1,5 milioni gli italiani serviti dal teleriscaldamento, la maggioranza si vedrà raddoppiare l'Iva sulla bolletta: dall'attuale 10 per cento l'Iva salga al 20 sui "servizi relativi alla fornitura e distribuzione di calore-energia per uso domestico"

Ritirata la stangatina sul cioccolato (con l'Iva dal 10 al 20 per cento), resta quella sui teleriscaldati. In Italia sono circa 1,5 milioni gli italiani serviti dal teleriscaldamento, la maggioranza si vedrà raddoppiare l'Iva sulla bolletta.
La brutta notizia arriva dalle pieghe del decreto Bersani-Visco, in vigore dal 4 luglio. L'articolo 36 prevede che dall'attuale 10 per cento l'Iva salga al 20 sui "servizi relativi alla fornitura e distribuzione di calore-energia per uso domestico". Solo quando "derivano dall'utilizzo di fonti energetiche rinnovabili" l'aliquota resta agevolata. Una mossa per incentivare l'energia verde? Non proprio.
Causa lo strapotere del metano, nel nostro Paese il riscaldamento a distanza è poco diffuso rispetto a Germania o Francia.
Ma l'Italia ha il primato del telecalore prodotto da fonti rinnovabili e incenerendo rifiuti: è il 24 per cento del totale, mentre il restante 76 arriva da combustibili fossili, gas soprattutto.
"L'Iva, però, raddoppierà sulle bollette di quasi tutti gli utenti" afferma Ilaria Bottio, segretario tecnico dell'Airu, l'associazione dei teleriscaldatori.
"Perché praticamente tutte le 54 città d'Italia che hanno sviluppato questo sistema devono utilizzare fonti miste, rinnovabili e no".
Ed è impossibile distinguere quale parte è rinnovabile.
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