Il re della mozzarella: "io, incastrato dal clan La Torre"

Esclusivo: dopo la scarcerazione, Giuseppe Mandara, finito in galera dopo la denuncia, dice, di «finti pentiti»: «Mi volevano colpire perché li ho danneggiati»

Il re della mozzarella: "io, incastrato dal clan La Torre" Il re della mozzarella: "io, incastrato dal clan La Torre"

Giuseppe Mandara, il re della mozzarella, viene portato via da uomini della Dia il 17 luglio scorso

Credits: EPA/DIA - NAPOLI / HANDOUT   EDITORIAL USE ONLY

di Maria Pirro

«In cella c’era un altro detenuto: mi ha messo a disposizione quello che aveva, faceva da mangiare anche per me. La prima settimana non avevo niente, né sigarette né soldi. È stata un’esperienza che non auguro nemmeno al mio peggior nemico». Giuseppe Mandara, il «re della mozzarella», era stato arrestato il 17 luglio scorso con l’accusa di collusioni con la camorra e, dopo due settimane, è tornato in libertà su provvedimento del Riesame che ha accolto l’istanza presentata dall’avvocato Vittorio Guadalupi. Nella memoria difensiva l'imprenditore sostiene che un ex capoclan poi pentito, che abitava vicino al suo caseificio, abbia «evidenti ragioni di rancore» per attaccarlo: «Era un finto pentito, continuava a fare le estorsioni. Con la mia denuncia, l’ho danneggiato. Ho distrutto i suoi progetti di ricostituire il clan».

Tra qualche settimana, saranno depositate le motivazioni del provvedimento di scarcerazione, la procura di Napoli potrebbe a quel punto fare ricorso in Cassazione; mentre il Tribunale della libertà deciderà anche sulla misura interdittiva dagli incarichi societari disposta nell'ordinanza del gip. Nulla però sarà più come prima: «Ho dato le dimissioni sia come direttore generale sia come membro del consiglio di amministrazione della società» dice Mandara, che vorrebbe anche vendere l'azienda e, per tre volte, lascia la frase a metà: prima perché i carabinieri bussano alla porta per notificargli il provvedimento di dissequestro del caseificio, poi per ingoiare le lacrime.

Era stato già in carcere nel 1991.
Per gli stessi fatti. Con la differenza che allora fui prosciolto dalle accuse valutate da quattro tribunali diversi.

Sedici collaboratori di giustizia l’hanno accusata di aver avuto rapporti societari con la camorra.
Sono tutti pentiti del clan La Torre, è una vendetta di questo «signore», Augusto La Torre, che ho denunciato due volte. Per questo, lui dice che suo padre mi avrebbe dato 700 milioni di lire per comprare lo stabilimento di Mondragone.

Con quali soldi acquistò lo stabilimento?
Lo comprai da mio zio per 215 milioni di lire: tutte cambiali ipotecarie documentate al Riesame.  Nel 1983 era un’aziendina con un fatturato di 500 milioni di lire, oggi è di 50 milioni di euro.

Come ha costruito il suo impero commerciale?
Negozi aperti a Milano e Roma. Pionieri nella grande distribuzione. Marketing, ho inventato la confezione della mozzarella nel bric del latte. Queste e altre idee. Commercio estero. Nel 1997, l’ingresso nella società dell’Alival ha consentito il lancio definitivo.

Al lavoro, accanto alla casa del boss.
Con il padre, c’è stato un rapporto amicale: veniva a prendere la mozzarella, mi portava la frutta. Questo è stato il rapporto iniziale. Il figlio, che ho conosciuto quando era un bambino, venne a Napoli per studiare all’Isef, era una persona normale. Addirittura, ero scapolo all’epoca, è stato a casa mia, l’ho pure ospitato. Poi è diventato quello che è diventato. Assassino, delinquente. Il rapporto è continuato sempre in termini amicali. Lui all’epoca faceva le estorsioni, una pseudo-estorsione. Mi chiedeva di cambiare assegni: quando non venivano pagati, perdevo i soldi. Questo è stato il tipo di rapporto che si evince pure dalle telefonate del 1991.

Costretto a pagare?
Dato il rapporto, non ero costretto. Me lo chiedevano come cortesia. Una volta cambiavo l’assegno, un’altra dicevo di no.

Quanti soldi sono così finiti nelle tasche del clan?
Decine e decine di milioni di vecchie lire. Ma un’altra volta era un orologio, un’altra un regalo da comprare alla moglie per l’onomastico, quando lui era in carcere. Uno stillicidio.

Perché non denunciare?
Fino a quando lo Stato non ha cominciato a fare piazza pulita, comandavano loro. Mi sono chiuso in difesa, e ho fatto buon viso a cattivo gioco. Alla fine un imprenditore che deve fare, l’eroe? Si deve far sparare?

Lei è stato anche a pranzo a casa dei La Torre.
A casa loro ci sono stato, anche a pranzo. Ma non è questo il punto: nel contesto di allora, anche un maresciallo dei carabinieri era affiliato di questo clan. Un imprenditore che deve fare? Abbozza, fa buon viso a cattivo gioco, cerca che l’estorsione gli costi meno. Era così in quegli anni. Ed è andata avanti così. Poi lui si è pentito, e da pentito anche chiedeva le estorsioni.

Perché non segnalare subito quest’episodio?
Andai a consultarmi con un avvocato. La richiesta era di 5 mila euro, mille al mese. In quel periodo La Torre, che si era pentito, poteva danneggiarmi, dicendo qualsiasi cosa. Quando il magistrato Raffaele Cantone, qualche mese dopo, fece perquisire la mia azienda, consegnai anche un biglietto come prova. L’episodio è raccontato nel libro "Solo per giustizia", in cui è citato il pm Milita, uno dei magistrati che mi ha arrestato adesso.

Denunciò le estorsioni, ma fornì indirettamente un falso alibi a La Torre, poi a processo per un duplice omicidio.
Non dissi quello che lui voleva. Non feci affermazioni precise. Infatti sono stato assolto dall’accusa di favoreggiamento in via definitiva, e il procedimento per falsa testimonianza non è chiuso, il giudizio pende in appello.

Cosa significa per lei combattere la camorra?
Significa non accettare mai, ma è sempre lo Stato che deve tutelare. Ci sono tanti esempi di imprenditori che sono stati gambizzati, ammazzati. Io ho evitato in assoluto il contatto con il territorio. A Mondragone e in Campania non vendo un chilo di mozzarelle. E non acquisto latte in zona.

I suoi figli, è indicato nella memoria difensiva, li ha mandati a studiare lontano da Napoli.
Una lavora in banca, l’altra si è laureata sempre alla Bocconi in marketing e il più piccolo studia legge e vive a Roma.

Seguiranno le sue orme?
Come mettere un figlio in un contesto simile: qui è diventato assurdo fare l’imprenditore. Io sono stato trattato come bandito sulla base delle menzogne di un uomo che si è accusato di tanti omicidi. Spero che facciano altre scelte nella vita. E se trovassi qualcuno che vuole comprare lo stabilimento, lo cederei domattina.

Quanto vale il suo stabilimento?
Finché lavora vale, nel momento in cui non lavora non vale niente. I costi di gestione dell’impianto sono enormi.

Si è registrato un crollo delle vendite dopo l’arresto?
In quelle settimane l’azienda ha venduto mille quintali in meno di mozzarella: 5.500 invece di 7000. Ed è stato annullato un ordine di 600 quintali diretto in Germania. Ora è in ripresa. Più grave, comunque, il danno d’immagine.

Nell’ordinanza si parla anche di ceramica nella mozzarella (in realtà teflon), falso provolone del monaco, latte vaccino nella produzione di bufala.
Episodi avvenuti non nella maniera in cui sono stati riportati. Il guasto alla macchina che fa bocconcini non ha determinato l’immissione di prodotti sul mercato. Quando il provolone del monaco è entrato tra i prodotti dop, c’è stato un incidente di consegna nel magazzino. L’azienda trasforma 1000 quintali di latte al giorno, ha 12 addetti al controllo qualità, impegnati dall’arrivo alla scadenza del prodotto, cui si aggiungono le verifiche quasi quotidiane dell’Asl e i controlli anche nelle ultime settimane da parte del ministero. Tutto è in regola.

Quanti dipendenti sono al lavoro?
Più di 150, oltre a 200 aziende che forniscono il latte. La pena più grande non è per me, è per i miei dipendenti. Vorrei far leggere le lettere che mi hanno mandato in carcere. Poveri ragazzi, trattati come una banda di delinquenti, e questo non è giusto.

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