L'ultimo esploratore: così Walter Bonatti nel 1969 rispondeva a un lettore

L'ultimo esploratore: così Walter Bonatti nel 1969 rispondeva a un lettore L'ultimo esploratore: così Walter Bonatti nel 1969 rispondeva a un lettore
(Credits: Epoca, 1969)

di Redazione

Nella rubrica delle lettere del numero 961 di Epoca, datato 23 febbraio 1969, un’intera pagina venne dedicata alla risposta che Walter Bonatti diede all’impegnativa domanda di un lettore: esistono ancora terre inesplorate? È ancora possibile quell’avventura? La ragionata e commovente pagina di Bonatti non entrò mai in nessuno dei fascicoli che raccoglievano le cronache dei suoi viaggi, né nei libri che Walter mandò in stampa nei quarant’anni successivi: è quindi un piccolo “quasi-inedito” che Epoca ripropone e regala ai propri lettori più affezionati.

“C’è ancora, da qualche parte sulla nostra Terra, una zona inesplorata, oppure l’uomo ha già visto e percorso tutto?”. (G. Rovetta, Napoli)

Occorre innanzitutto chiarire il concetto di «esplorazione».

Se per inesplorate intendiamo le terre che l’occhio dell’uomo civile non ha mai viste, allora la risposta è negativa: non vi è, infatti, regione che non sia stata sorvolata dagli aerei e rilevata attraverso le mappe.

Se, invece, vogliamo attribuire al termine il significato di «mai calcato da piede umano», allora bisogna rispondere che sì, qualche lembo di Terra inesplorata esiste ancora.

Si tratta, grosso modo, dei seguenti territori: una parte dell’Amazzonia (circa 2 milioni di chilometri quadrati coperti da fitta foresta), una parte del bacino dell’alto Orinoco e di quello del Congo e alcune zone interne dell’Australia del Nord, del Borneo e dell’Irian Barat, in Nuova Guinea. L’Antartide e la Groenlandia, poi, sono state percorse dall’uomo solo in parte: la prima per un terzo, la seconda per metà. Rimangono, infine, inviolate alcune vette nella zona interna del Tibet, in Alaska e in Patagonia.

Se volessimo valutare in chilometri quadrati la parte ancora «vergine» della Terra, dovremmo dunque concludere che rimane parecchio da esplorare. Tuttavia, l’«ignoto geografico» che ha sempre affascinato gli esploratori è ridotto ormai a poca cosa. Le sorgenti più misteriose sono state raggiunte, le piante e gli animali più curiosi sono stati catalogati, i fiumi e i deserti percorsi, i vulcani «diagnosticati».

L’uomo ha scalato le vette più belle e più alte. Ciò che rimane sono gli «avanzi» che pongono, a volte, qualche piccolo problema, ma che non posseggono i requisiti necessari per accendere la curiosità dell’esploratore e la fantasia di chi ne segue le imprese. Qualcosa di interessante resta ancora per gli etnologi e i naturalisti.

Ma ciò che oggi spinge gli uomini verso le ultime terre sconosciute è soprattutto la ricerca mineraria: e si può prevedere che questa ricerca ci farà conoscere in pochi anni anche gli angoli più remoti del nostro pianeta.

Si estinguerà per questo la razza dei grandi esploratori? Assolutamente no. I Colombo, gli Stanley, gli Amundsen , gli Hillary di ieri si chiamano oggi Gagarin, Glenn, Leonov e Frank Borman. L’uomo sta dilatando il suo mondo, sposta i limiti del possibile, si crea nuove mete.

Ieri sembravano insuperabili le Colonne d’Ercole, oggi i pianeti del Sistema solare. Sono cambiati i mezzi, le mete, addirittura i mondi, ma non l’esploratore con il suo grande cuore. Il «sempre più diffìcile» e il «sempre più in là» hanno però assottigliato la schiera degli ardimentosi moderni. Fra la loro dimensione e quella del resto dell’umanità si è creato quasi un abisso. Un esercito di altri esploratori, gli esploratori della scienza, opera nei laboratori, e sarà la somma dei loro sforzi che darà vita alle grandi imprese nello spazio e sotto i mari: soltanto a un pugno di uomini saranno però riservate ancora l’emozione della paura e l’esaltazione dell’ignoto.

Purtroppo, con il ritmo della vita moderna, la fretta di crescere, di raggiungere nuovi traguardi, l’uomo dimentica o trascura troppi valori essenziali. Egli sostituisce la materia alla fantasia, il calcolo alla fede. Sovente non lo sa, ma pigiandosi nell’ovile della società è più che mai solo, e se lo scopre ne ha terrore. Allora, si stordisce credendo di vivere e approda al grigiore dell’apatia.

I lettori mi perdonino se ho divagato, ma ora concludo rifacendomi alla domanda iniziale: esistono ancora terre inesplorate? Per chi considerasse queste terre soltanto come ostacoli, come un dovere dell’uomo di superare e «civilizzare», la risposta è già stata data.

Per chi invece (come io spero) formulasse la domanda con un certo rimpianto, come per un tesoro perduto, rispondo che, a mio parere, il vero pericolo di esaurire la possibilità di «esplorare» dipende non tanto dalla mancanza di foreste o montagne sconosciute quanto dall’alterarsi del nostro spirito. L’uomo moderno, dicevo, non sa più stare solo, ha assopito la fantasia, l’inventiva, il senso dell’avventura. Spiritualmente, tende a lasciarsi morire, quando potrebbe ancora vivere.

Una nuova era esplorativa può dunque nascere oggi stesso, e forse qualcuno l’ha già inaugurata: è l’era dell’esplorazione introspettiva, umana. La nuova meta dell’esploratore non è più quella di percorrere per primo un itinerario, bensì quella di affrontare un ambiente naturale già noto eliminando però quei ritrovati tecnici che la sua coscienza e la sua conoscenza dell’elemento in cui si muove rendono non necessari.

Così facendo, e forte solo dei propri mezzi, mille nuove avventure nasceranno intorno a lui, sui fiumi, nelle giungle, sulle montagne, tra animali feroci. E per risolvere i problemi, egli dovrà scavare solo in se stesso, fino in fondo: scoprirà allora possibilità immense, inimmaginabili. Ritroverà quell’istinto che già possedeva alle origini e che il progresso ha via via atrofizzato: una dote innata che, unita al sapere dell’uomo evoluto, crea un prezioso dialogo con la natura, costruttivo e ridimensionante. Nello stesso tempo, attraverso la sensibilità che filtra l’impresa del moderno esploratore, questa nostra vecchia Terra apparirà, come per incanto, inesauribilmente inesplorata.

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