Lezione da Tiffany

Lezione da Tiffany Lezione da Tiffany
Audrey Hepburn nel film di Blake Edwards Colazione da Tiffany, tratto dal romanzo di Truman Capote e uscito nel 1961.

di Redazione

di Livio Caputo

Al quadrivio tra la Quinta e la Cinquantasettesima Strada a New York c’è uno dei luoghi più eleganti e raffinati della Terra: è insieme via Condotti, la Bond Street e la rue Saint-Honoré d’America. Qui si trova la gioielleria Tiffany, con le sue straordinarie vetrine che rappresentano una delle attrazioni della città: spesso espongono un solo gioiello, però con trovate eccezionali. Una volta Gene Moore, il capo vetrinista, le riempì di due quintali di maccheroni e spaghetti, comperati all’ingrosso in un negozio di Little Italy, e tenuti insieme da anelli e bracciali favolosi. Questa settimana le ha adornate di due fontane di stile orientale. Ma siccome New York in seguito a quattro anni di siccità scarseggia paurosamente di acqua, ha deciso di farle funzionare a gin. Cento litri di liquore scorrono sommessamente tra un bracciale di brillanti e un solitario da 100 mila dollari.

(…) Tiffany non è per gli americani solo il negozio dove si comprano i più squisiti gioielli, le più preziose cristallerie e i più fini oggetti di vermeil: è un simbolo e un pezzo di storia, qualcosa che è cresciuto col Paese e ne ha seguito le fortune.

Esiste da 128 anni, un periodo che in una nazione così giovane equivale a un millennio in Europa. Il fondatore, Charles Tiffany, che nei primi tre giorni di attività nel 1837 incassò in tutto 4 dollari e 98 centesimi, acquistò e rivendette nel corso della sua vita la collana della regina Maria Antonietta, i gioielli della corona francese e la collezione di gemme dei principi Esterhazy. Abramo Lincoln si rivolse a lui pochi giorni prima di essere assassinato per donare alla moglie una collana di perle che le ricordasse la vittoria nella guerra di Secessione.

Decine di migliaia di americani comprarono nel suo negozio gli avanzi del primo grande cavo telegrafico transatlantico del 1858, trasformati dai suoi orefici in fermacarte, braccialetti, manici di ombrelli e di frustini.

Tiffany fu naturalmente anche il protagonista degli «anni ruggenti» dell’America. J.W. Mackay, il proprietario delle grandi miniere del Montana, gli mandò un giorno un carico di due tonnellate di argento, ordinandogli di ricavarne un servizio da tavola di mille pezzi, Diamond Jim Brady, il magnate delle ferrovie, visitava Tiffany tutte le mattine e per molti anni vi spese in media un migliaio di dollari al giorno. Una volta ordinò per la sua amica, l’attrice Lilian Russell, una bicicletta incrostata di gemme. Per Sarah Bernhardt Tiffany fabbricò uno specchio tutto d’argento alto più di tre metri e per un Vanderbilt un collier di smeraldi da 750 mila dollari.

Ma l’astuto uomo d’affari non si accontentò di soddisfare le stravaganze dei nuovi ricchi nei periodi di prosperità. Quando scoppiò la guerra di Secessione, fabbricò sciabole, mostrine e medaglie per l’intero esercito nordista. Suo figlio Lewis lo imitò nel 1916-18, fornendo gli strumenti chirurgici a tutti gli

ospedali da campo dell’esercito americano in Europa. In pace come in guerra, Tiffany è sempre stato alla ribalta tra i protagonisti della grande epopea americana.

Oggi la leggendaria «ditta» si è assunta un nuovo compito: quello di custode del buon gusto e dell’eleganza contro l’assalto della civiltà di massa. Walter Hoving, il brillante ed estroverso svedese che nel 1956 ha acquistato Tiffany dagli eredi di Charles, è ossessionato da una profezia di Alexis de Tocqueville.

Nel suo libro Democrazia in America, il saggista francese osservò che difficilmente il senso artistico avrebbe potuto sopravvivere a lungo in questo Paese, perché qui non c’era una élite aristocratica con esigenze raffinate, capace di obbligare pittori, architetti, gioiellieri e arredatori a dare sempre il meglio di sé. In una società democratica, o fluida come la chiamava lui, tutti i cittadini sono clienti potenziali. L’economia e

l’abbondanza del prodotto diventano perciò più importanti della qualità. E aggiungeva: mentre l’aristocratico europeo che ordina un tavolo desidera quasi sempre trasmetterlo alla posterità, e perciò lo vuole eccellente, l’americano sa già che il suo status sociale ed economico è destinato a cambiare presto e perciò si accontenta di un oggetto di breve durata.

«Per quanto non sia d’accordo con la premessa da cui parte il signor Tocqueville» mi ha detto Hoving «è allarmante vedere in che misura le sue previsioni si siano avverate negli Stati Uniti di oggi, dove i nostri ideali di stile stanno per essere travolti dalla necessità della produzione in serie. L’errore, secondo me, è di attribuire eccessiva importanza a quelli che vengono chiamati, con espressione quanto mai vaga, i “gusti

del pubblico”: troppe analisi di mercato, troppi sondaggi demoscopici... Ma il pubblico non sente affatto il bisogno di imporre il proprio gusto ai fabbricanti. La gente non chiede di meglio che di vederselo imporre, un gusto; vuole essere consigliata, guidata, diretta. Siamo noi che dobbiamo insegnarle a distinguere quel che è bello da quel che è brutto: e dunque Tiffany rimarrà assolutamente fedele a questa missione a costo

di rimetterci». (...)

Ecco entrare a grandi passi, dalla porta girevole che si apre sulla Quinta Strada, un tipo di «pescecane» texano col caratteristico cappellone a larghe falde, la cravatta sgargiante, l’aria da padreterno: sembra che abbia ancora addosso la puzza del petrolio che deve avere trovato, non molto tempo fa, nel suo giardino. Si avvicina deciso a uno dei banchi e a voce un po’ troppo alta annuncia che desidera acquistare un grosso brillante per sé. Il vecchio commesso, impassibile, ribatte: «Sono spiacente, signore, ma dovrà rivolgersi altrove. Tiffany non ritiene che gli uomini debbano portare brillanti».

Arriva una coppia di mezza età. Il marito vuole regalare un anello alla moglie. Dopo averne visti diversi, la donna concentra la sua attenzione su due esemplari, uno molto grande e costoso, l’altro più sottile e meno caro. Il primo le piace visibilmente di più, ma di nuovo un commesso interviene: «Le sue mani sono troppo piccole per quel gioiello, signora. Tiffany non glielo può consigliare». La cliente ammutolisce e si lascia

persuadere. Il negozio ci ha rimesso cinquemila dollari, ma una nuova lezione è stata impartita con successo.

Da vari anni Tiffany si è assicurato i servizi di Jean Schlumberger, che qualcuno ha definito il «Benvenuto Cellini del Ventesimo secolo». I gioielli disegnati da lui non vengono esposti con gli altri; sono in visione in uno speciale salotto foderato di velluto, al mezzanino, al quale si arriva con un ascensore sorvegliato a vista da due detective. Questo è il sancta sanctorum del negozio, dove per varie ore, magari, non entra neppure

un cliente: ma quando ne entra uno è il re del Marocco o la duchessa di Windsor o la duchessa di Kent. Gli ultimi tre presidenti degli Stati Uniti, Eisenhower, Kennedy e Johnson, sono tutti passati di qui.

Tuttavia Walter Hoving ritiene che Tiffany, per assolvere la sua missione educatrice, non deve essere riservato soltanto alla high society: dev’essere invece un negozio nel quale tutti possono trovare qualcosa alla portata delle loro tasche. Ecco perciò che nelle vetrine, accanto ai solitari da 200 mila dollari, hanno fatto la loro comparsa gli anelli di fidanzamento da 75. Saranno magari soltanto la frazione di un carato, ma sono sempre brillanti Tiffany: cioè sono tutti P, che significa perfetti; o VVS, che sta per «molto leggermente imperfetti». Si può spendere anche molto meno: ci sono per esempio dei portachiave con una minuscola placchetta d’oro che reca un numero e la scritta: «Chi ritrovasse questo mazzo di chiavi è pregato di rispedirlo a Tiffany, che provvederà a restituirlo al suo proprietario».

Per molti decenni, gli americani medi hanno considerato Tiffany con un misto di ammirazione e di timore reverenziale; la sua sede, un palazzo di sette piani che fu il primo al mondo a installare l’aria condizionata, passava per una via di mezzo tra un museo e i sotterranei della Banca d’Inghilterra. Holly Golightly, la stravagante eroina di Truman Capote, curava con una visita da Tiffany le sue angosce mattutine. «La quiete e la fiera imponenza di quella sala hanno l’effetto di calmarmi immediatamente i nervi» diceva. «Ho la sensazione che niente di veramente brutto possa capitarmi in un posto simile».

Il libro di Capote e la sua ancora più famosa versione cinematografica con Audrey Hepburn non hanno per fortuna indotto troppi newyorkesi a recarsi all’angolo tra la Quinta e la Cinquantasettesima Strada per la prima colazione. Ma hanno convinto molta gente che per entrare nella leggendaria gioielleria non è necessario essere dei nababbi.

«Negli Stati Uniti non si sa mai: tra dieci anni qualunque pezzente potrebbe essere un milionario» dice Hoving. In questo spirito, nel ’63 egli impostò tutta la sua campagna pubblicitaria sulla frase di un bambino che aveva definito la gioielleria «l’emporio di giocattoli della mamma».

(...) I gioielli, del resto, rappresentano soltanto poco più di metà dell’attività di Tiffany: a pianterreno, accanto alle bacheche piene di brillanti, c’è la cartoleria che produce gli unici biglietti da visita eleganti degli Stati Uniti; al secondo e al terzo piano del palazzo ci sono meravigliose collezioni di cristalli, porcellana e argenteria, disegnate in esclusiva per Tiffany da artisti di tutto il mondo. Hoving in persona ha resuscitato, dopo oltre un secolo di oblio, la moda del vermeil, cioè dell’argenteria ricoperta da un sottile velo d’oro.

«Non c’è un altro posto come Tiffany» dice uno slogan della casa. Sotto molti rispetti questo è vero. Tanto vero che ogni anno, nei più svariati paesi del mondo, ci sono negozi che cercano di usurparne il nome: magari togliendogli, per sfuggire alla legge, una delle due «effe».

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