| ESCLUSIVO: LE CONFESSIONI DEL COLONNELLO QASSEM | ||
| «Io al fianco di Saddam» | ||
| Gli espedienti per eludere le ispezioni Onu, l'attesa del conflitto, le tattiche del rais. Ma anche le contraddizioni e le ipocrisie degli americani. Un alto ufficiale di Baghdad, molto vicino al dittatore, svela i segreti del regime iracheno. | ||
| di Pino Buongiorno | ||
| 16/1/2003 | ||
| URL: http://archivio.panorama.it/home/articolo/idA020001017128 | ||
| Da Amman (Giordania) - Mi chiami colonnello Qassem. Almeno per il momento». L'ufficiale, che ricopre un importante ruolo nell'esercito dell'Iraq, si guarda continuamente attorno. Appare nervoso, ha il volto accigliato, sbircia l'orologio ogni due minuti. L'incontro, fissato, rinviato e rifissato diverse volte attraverso la mediazione di un grosso commerciante giordano, che ha affari sia in Europa sia a Baghdad, avviene nella caffetteria di un piccolo albergo di Amman. «Quando tutto sarà finito» promette «potrà rivelare ai lettori del suo giornale il mio vero nome e il mio grado. Lei capisce che io rischio a essere qui. Quello che voglio è solo un futuro migliore per i miei figli». Il «colonnello Qassem», che mostra le rughe di un sessantenne, ma non dovrebbe avere più di 45 anni, si trova in Giordania. Il giorno dopo l'intervista, concessa all'inviato di Panorama senza pretendere alcun compenso, ritornerà a Baghdad, al suo reparto, ai segreti di un regime in stato di guerra permanente da 15 anni. La sua testimonianza è preziosa perché viene dal cuore stesso delle forze armate. L'ufficiale dissidente non è un oppositore in esilio, bene al sicuro e protetto da qualche paese straniero. Vive ogni giorno la tragedia di una dittatura tanto più spietata perché si sta per sfaldare, dove la mattina ti puoi svegliare e finire davanti a un plotone d'esecuzione solo per un sospetto. Anche lui dice di aver pagato sulla pelle di alcuni suoi parenti la ferocia demenziale di Saddam. Il racconto che fa è drammatico, ma asciutto, senza alcuna retorica, ed è soprattutto basato su quello che sa e vede di persona. Finora gli ispettori dell'Onu non hanno trovato molte prove sulle armi di distruzione di massa. Tanto che le uniche obiezioni al governo iracheno riguardano le lacune del rapporto enciclopedico presentato due mesi fa. Cosa sta succedendo in realtà in questo ennesimo gioco al gatto e al topo? Da quando sono arrivati gli ispettori hanno lavorato in Iraq senza sosta e con l'ausilio di strumenti sofisticati. Hanno visitato siti militari, laboratori di ricerca, palazzi del governo e dello stesso presidente. Hanno anche tentato, con scarsi risultati, di interrogare alcuni scienziati iracheni. In tutto questo gran lavoro c'è un errore di fondo, dovuto a un difetto d'immaginazione o d'informazione. Ed è il fatto di presumere che le armi chimiche e quelle batteriologiche o le sostanze utili alla loro fabbricazione siano state necessariamente nascoste in bunker superprotetti. Com'è noto, si tratta invece di materiali facilmente trasportabili e neanche troppo ingombranti. Il trucco degli apparati militari e di intelligence sta tutto qui: rendere questi ordigni invisibili muovendoli continuamente su camion cisterna, scortati o seguiti a distanza. Saddam Hussein è molto fiero di questo semplice espediente: in una delle ultime riunioni del governo, contemporaneamente all'ennesima visita di un sito a Baghdad, è scoppiato a ridere e ha detto: «Mentre quelli là (gli ispettori, ndr) vanno sottoterra i nostri camion passano sopra la loro testa». Dove viaggiano questi camion? Viaggiano ovunque ci sia una strada percorribile, anche nelle regioni settentrionali controllate dai clan curdi. Sono seguiti a distanza da automezzi di sostegno del Mukhabarat (il servizio segreto di Baghdad, ndr), in grado di intervenire per ogni evenienza o solo per indicare i cambiamenti improvvisi di percorso. Alcuni veicoli si muovono anche nelle strade della Siria, con il consenso tacito di Damasco. La Siria sta avendo un notevole tornaconto da questa crisi e può acquistare il nostro greggio praticamente a costo zero. Quello che più mi meraviglia è perché la Cia non abbia fornito indicazioni agli ispettori dell'Onu sull'esistenza di questi camion, i cui spostamenti non passano proprio inosservati. Non è poi così difficile intercettarli. Basta fermarne uno per far crollare tutto il muro di menzogne costruito da Saddam Hussein. La scusa ufficiale delle autorità americane è quella di non voler compromettere la rete di informatori locali. Non penso che esistano questi scrupoli ai vertici della Cia. Stiamo parlando di una crisi internazionale che rischia di gettare nel caos il mondo intero. E poi si può sempre attribuire l'informazione ai satelliti spia. È la politica che frena tutto: sono i rischi economici connessi a un eventuale conflitto, sono i dubbi sul futuro assetto dell'Iraq e dell'intero Medio Oriente. Già nel 1991 i soldati americani erano alle porte di Baghdad quando ricevettero l'ordine di fermare le operazioni. Ecco perché neanche noi ufficiali iracheni riusciamo mai a capire realmente le intenzioni degli americani. E molti di noi non si fidano e non vogliono collaborare con loro né ora né dopo. In qualsiasi guerra il rischio va conosciuto e valutato, ma non si può eliminare completamente, come pretendono gli americani. Lei pensa che alla fine la guerra ci sarà? Io mi auguro solo che il nostro paese possa uscire presto da questa situazione di crisi interminabile. A causa delle sanzioni, il nostro popolo è ridotto alla fame, gli stipendi non vengono pagati, l'inflazione è alle stelle, le malattie e la denutrizione decimano i nostri bambini. Dal conflitto ha tratto vantaggio solo la cricca del presidente, i militari e gli uomini dei servizi segreti, i cui salari sono stati tutti raddoppiati e, in alcuni casi, anche triplicati per scongiurare il pericolo di defezioni. Ma il resto della gente soffre. È una situazione intollerabile. Nel paese c'è voglia di rinascita. La guerra non è mai auspicabile, ma, a volte, è il male minore per un futuro migliore. Come vive Saddam questo conto alla rovescia? Vive spostandosi continuamente, protetto dai suoi pretoriani. Come tutti i dittatori, fa assaggiare il cibo prima di ogni pasto. E nessuno sa mai in anticipo dove mangerà o dormirà. È un uomo ambizioso, crudele e arrogante, proprio come lo conoscete voi in Occidente. Ha ordinato l'esecuzione a freddo di amici e parenti. Ha fatto torturare, sparire e liquidare i dissidenti. E i figli Uday e Qusay? Che ruolo hanno davvero? Si credono onnipotenti. Il figlio maggiore Uday ha un debole per le donne. Gli agenti dei nostri servizi segreti sono spesso incaricati di procurargli giovani ucraine, le sue preferite, per soddisfare i suoi capricci. All'interno del regime i due figli hanno un ruolo importante nella gestione della sicurezza interna, dell'informazione e dei commerci legali e clandestini. Uday controlla una rete di società di trading che servono per coprire traffici di tutti i generi con complicate triangolazioni. Ce ne sono diverse anche qui in Giordania. Quali sono le rotte più battute? Dopo la guerra del 1991 e la distruzione pressoché totale del nostro sistema di difesa, l'Iraq ha dovuto acquistare sul mercato internazionale materiale bellico e pezzi di ricambio. La Siria ha giocato un ruolo importante. La frontiera è permeabile e qualcuno chiude non uno, ma due occhi. La strada Damasco-Baghdad è trafficatissima. Anche la ferrovia funziona a pieno regime. Attraverso la Siria sono stati introdotti in Iraq i motori per gli aerei e gli elicotteri e anche parti meccaniche per i missili. I sistemi di difesa aerei, di produzione cinese e russa, sono entrati in Iraq allo stesso modo. I nostri servizi segreti si occupano della gestione di questi traffici. Anche i tassisti che viaggiano fra la Siria e Baghdad aiutano a trasportare alcuni di questi materiali sotto embargo. In che modo i vostri agenti operano in Europa? Le società commerciali di copertura si preoccupano anche di procurare i visti ai funzionari del Mukhabarat. La centrale di tutto è in Danimarca. Ma anche le altre ambasciate all'estero servono a coordinare i traffici di armi clandestini, come quello della fabbrica Orao della Repubblica serba che ha esportato in Iraq i motori per i Mig 21 e 29. Negli ultimi tempi il presidente Saddam Hussein ha fatto richiamare a Baghdad tutti i diplomatici non essenziali. Ovvero quelli di carriera, non appartenenti ai servizi segreti. Il regime ha avuto o no rapporti con Al Qaeda? I servizi d'intelligence di qualsiasi paese hanno contatti con molte organizzazioni, anche terroristiche. Fa parte del mestiere. Sicuramente alcuni contatti ci sono stati, anche in Europa, ma non è un legame istituzionalizzato. Che tipo di ordigni e missili avete ancora a disposizione? Non tutte le armi chimiche e biologiche sono state ovviamente smantellate, come imposto dall'Onu. Voi, in Occidente, parlate spesso di scienziati occupati nella ricerca per la produzione di queste armi. Ebbene, la ricerca è utile, ma non indispensabile. Alcuni materiali sono reperibili sul mercato nero. Altri sono di facile produzione, senza bisogno di studi sofisticati. Per quanto riguarda i missili abbiamo ancora diversi Scud di produzione ucraina. Dove sono nascosti? I camion in questo caso servono a poco. I boschi del nord dell'Iraq, vicino a Mosul, forniscono un'ottima copertura per le rampe di lancio, che così non possono essere facilmente individuate da parte degli aerei da ricognizione e dei satelliti. I missili devono necessariamente essere stoccati nelle vicinanze delle rampe. Una buona copertura è offerta dai centri abitati. In caso di attacco americano cosa prevede che farà Saddam Hussein? Le guerre si pianificano per tempo, ma si decidono anche minuto per minuto, secondo le necessità militari e politiche del momento. Dividerei i potenziali obiettivi di attacchi missilistici iracheni in due categorie: da una parte quelli legati alla presenza militare americana nella regione, come l'Arabia Saudita, il Kuwait e il Qatar; dall'altra gli obiettivi che, se colpiti, potrebbero far degenerare il conflitto su scala regionale, e mi riferisco a Israele, ma anche alla Giordania. Il governo di Gerusalemme non starà certamente a guardare. Con chi sta davvero il popolo iracheno? Perché non si ribella? Perché rielegge Saddam Hussein all'unanimità? La propaganda e il terrore paralizzano chiunque. Il popolo iracheno ha una lunga tradizione di lotte alle spalle e ne ha subito anche le conseguenze. È difficile parlare e muoversi con il nodo scorsoio che stringe il collo. Gli apparati di repressione non hanno pietà. Chi ha il coraggio di suicidarsi e di far uccidere anche i propri cari per una ribellione destinata a fallire? Tenga infine conto che gli stessi agenti di Qusay Hussein hanno distribuito famiglia per famiglia le schede con prestampato il sì a favore di Saddam Hussein. Un'ultima domanda. Fra gli ufficiali dell'esercito e della stessa Guardia repubblicana il dissenso potrebbe portare a un golpe? Non sarei qui a parlare con lei se il dissenso non esistesse. |
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