Archivio Panorama

L'EDITORIALE DEL DIRETTORE - DOPO LA CADUTA DI SADDAM
Non sporcate il 9 aprile
Il senso finale dell'operazione Iraqi freedom, dei lutti che č costata, sta nel volto grato di quel ragazzino che bacia un marine nella Baghdad liberata. Pių forte di tanti commenti cinici o miseri.
di Luciano Santilli
10/4/2003
URL: http://archivio.panorama.it/home/articolo/idA020001018555
E' sintetico, inequivoco, commovente. Il bacio di un bambino che esprime affetto e sollievo può riassumere anche il senso di una guerra, di una pagina di storia, com'è in quella foto che stamane i lettori vedono su svariati quotidiani: un ragazzino iracheno stampa sulla faccia di un marine il grazie del suo popolo.
Forse più famosa resterà un'altra immagine, la statua di Saddam tirata giù a forza dallo sforzo congiunto di iracheni male attrezzati con una fune e marine ai comandi di un tecnologico pontone-argano. Ma l'esito dell'operazione Iraqi freedom, e la giustificazione dei lutti che è costata, sta nel volto grato di quel ragazzino.
Sorride come il padre ed è un monito a chi ora pare voler sporcare la giornata gloriosa del 9 aprile, data della liberazione dell'Iraq dalla tirannide: certi giornalisti e politici e commentatori nei tg e sui quotidiani, negli insopportabili talk show dove si sproloquia a comando. Si leggono stamattina titoli in cui i saccheggi (di chi non aveva niente fino a ieri) hanno quasi più spazio della festa a Baghdad. Ci sono vignette in cui si fa sarcasmo sulla libertà e su chi l'ha portata agli iracheni. Si ascoltano commenti che ricamano sul fatto che gli iracheni non avrebbero mosso un dito prima di tirar giù quella statua.
Tocca perfino sopportare dietrologie fantasiose: non l'avanzata e il sangue di fanti e marines Usa avrebbero messo la parola fine al dominio del rais, ma oscuri maneggi («Magari la Cia ha trattato la sua fuga in cambio dell'ingresso nella capitale senza sparare»).
Questa miseria nell'analizzare i grandi eventi della storia, anche quando se ne è testimoni diretti (oggi grazie all'informazione globalizzata), è vizio ricorrente in Italia, dove già il 26 aprile del 1945 c'era chi aveva pronti argomenti per dire che la liberazione del giorno prima non era stata un'impresa anche di popolo, che i partigiani erano stati pochi e irrilevanti, che gli italiani avevano da un giorno all'altro voltato gabbana.

ARIA DA FUNERALE
Che aria scura, da funerale, anziché gioiosa, in certe corrispondenze di inviate televisive con sciarpetta da guerra, ieri. Poi c'è il drappello dei profeti di sventura, orfani delle loro opinioni smentite: quelli che hanno definito controffensiva ogni scaramuccia dei feddayn di Saddam, che hanno evocato il Vietnam per ogni uomo perduto dagli alleati. Dovrebbero riconoscere che il piano militare era ben congegnato, seppure imperfetto; che due nazioni, Usa e Gb, si sono mosse per principi giusti (smontare una dittatura, eliminare una centrale di sostegno al terrorismo internazionale), oltre che per interessi geostrategici (petrolio non a rischio per lo sviluppo dell'Occidente e del pianeta); che gli iracheni non sono insorti semplicemente perché avevano paura. E la paura non è un sentimento ma un istinto. Paura che Saddam potesse resistere alla sconfitta, come dopo la guerra contro l'Iran, come dopo l'invasione del Kuwait e Desert storm nel 1991, e vendicarsi. Le camere della tortura e dell'orrore che gli anglo-americani vanno scoprendo mostrano all'Occidente che gli iracheni avevano di che preoccuparsi.

«ARROGANZA AMERICANA»
Avendo a cuore, più che la sorte di un popolo, i loro convincimenti sul bene e il male (la guerra degli anglo-americani apparterrebbe a questa seconda categoria), tutti costoro non conserveranno la foto di quel ragazzino che bacia il marine. Per loro conta di più l'immagine del marine che copre il volto del Saddam di bronzo con la bandiera a stelle e strisce: «Vedete, ve l'avevamo detto, l'arroganza americana ha gettato la maschera sul vero senso di questa guerra».
Ma non è vero. I fatti sono altri, e sono testardi, come scrisse Karl Marx.
E' vero che non pare generoso criticare il piccolo peccato d'orgoglio dei soldati Usa che hanno attraversato un paese pericoloso per 600 chilometri.
E' vero che in omaggio al principio «liberiamo, non invadiamo l'Iraq» i marines hanno subito rimosso la Old Glory per issare la bandiera irachena.
E' vero, soprattutto, che gli anglo-americani hanno regalato al ragazzinoi della foto un bene impagabile: il diritto a un futuro migliore, se non alla felicità, come sta scritto enfaticamente nella costituzione americana. E' un risultato per cui gli iracheni mostrano di saper dire grazie. In Occidente, basterebbe che nessuno volesse sporcare il 9 aprile.
Stampa