Archivio Panorama

NIGER-GATE I RETROSCENA DEL "DOSSIER" SULL'URANIO E PANORAMA
Lo scoop che non c'era
La telefonata di un informatore: "Ho roba per te...". Nasce cosė, nell'ottobre 2002, il caso del presunto traffico di uranio tra il Niger e l'Iraq che oggi imbarazza la Casa Bianca. Storia di una notizia che si č rivelata una bufala dopo un attento lavoro investigativo di verifica tra l'Italia e l'Africa
di Elisabetta Burba
24/7/2003
URL: http://archivio.panorama.it/home/articolo/idA020001020115
Venti milioni delle vecchie lire. Tanto valeva la patacca che sta facendo vacillare l'amministrazione Bush. Poco più di 10 mila euro: è la cifra richiesta a Panorama in cambio del dossier sul (falso) traffico di uranio dal Niger all'Iraq. Somma che il nostro giornale s'è ben guardato dallo sborsare...
È una storia in cui i soldi non c'entrano proprio, quella dello scoop cestinato prima ancora di essere nato. Si svolge nell'ottobre 2002. In quei giorni mi trovo nei Balcani, per un'inchiesta sull'Uck.
Dalla segreteria del giornale, mi chiamano sul cellulare: "Elisabetta, c'è una persona che ti sta cercando". Telefono. Mi risponde un'eco del passato. "Ti ricordi di me?". Certo che sì: grazie a quest'uomo a Epoca ho fatto due scoop internazionali. "Ho qualcosa per te..." dice. Coniugando frasi brevi con allusioni carbonare, mi presenta la sua merce: le prove che "l'amico coi baffi" ha acquisito uranio in un paese africano. Dice di avere le pezze d'appoggio: contratti, lettere, protocolli d'intesa...
Tutti transitati dall'Ambasciata romana del paese. Ma qual è? Non vuole citarlo: riesco solo a scucirgli che è islamico. "Troppo bello per essere vero" penso mentre riattacco. Sono i giorni in cui gli Stati Uniti cercano disperatamente le prove che l'Iraq possiede armi di distruzioni di massa. Non solo. Tony Blair ha appena dichiarato che "l'Iraq ha cercato di procurarsi significativi quantitativi di uranio in Africa".
E uranio, in un paese senza programma nucleare civile come l'Iraq, può significare solo armi nucleari. Ossia "pistola fumante", la prova provata della colpevolezza di Saddam Hussein. E mi arriva su un piatto d'argento? Se fosse invece una polpetta avvelenata?

In redazione, vado da Giorgio Mulè, il vicedirettore che segue l'attualità. Gli racconto tutto. Rivelando anche il nome della fonte. Sorpresa: la conosce. Anche se per tutt'altri canali... (Giorgio è l'unica persona che, a tutt'oggi, sa chi è la mia fonte: per tutti gli altri è solo Mister Patacca).
"Andiamo a vedere se c'è ciccia" mi dice. L'incontro avviene il 7 ottobre in un bar. A parte qualche capello grigio in più, è sempre lo stesso personaggio che mi ha sganciato uno scoop sui Balcani e una dritta sulle relazioni pericolose fra terrorismo e Islam. Elegante (quasi) come un lord, Mister Patacca non è riuscito a togliersi di dosso i modi popolani. Cosa che lo rende simpatico. Ci trasferiamo in un ristorante di sua scelta, al tempo stesso ruspante e pretenzioso.
A tavola, tira fuori "la roba". Sono 17 pagine di documenti per lo più in francese tappezzati di timbri e ammonizioni: "Confidentiel", "Urgent", "Discrétion". "Vengono dall'ambasciata del Niger, a cui ho accesso attraverso una persona che vi lavora" spiega Mister Patacca. "Li ho scoperti mentre lavoravo su un'altra pista: la vendita di uranio alla Cina".
È il Niger, dunque, il terzo produttore al mondo di uranio. Passiamo ai soldi. Vuole 10 mila euro a scatola chiusa. Io, categorica: "Prima verificare, poi pagare". E se le carte risultano false, non si paga. Un gentlemen's agreement che il mio informatore fa fatica a mandar giù, ma che accetta. Guardiamo i documenti.
Il primo è datato 1 febbraio 1999. È una lettera dell'ambasciata irachena presso il Vaticano indirizzata all'ambasciata del Niger a Roma. E annuncia che "Sua Eccellenza Signor Wissam Al Zahawie, Ambasciatore della Repubblica dell'Iraq presso la Santa Sede si recherà alla capitale del Niger in qualità di Rappresentante di Sua Eccellenza Saddam Hussein". Però... Ma come mai è in italiano? "Gli iracheni parlano l'inglese, i nigerini il francese. L'italiano è la lingua franca" spiega Mister Patacca.

Più succulenta la lettera su carta intestata che termina con un timbro della Présidence de la République e relativa firma. È indirizzata a un non meglio precisato "Monsieur le Président". "È l'amico coi baffi, Saddam" ammicca Mister Patacca. Il testo fa riferimento all'accordo intergovernativo 381-NI 2000 "sulla fornitura di uranio" all'Iraq firmato il 6 luglio 2000: "Tale fornitura equivalente a 500 tonnellate di uranio puro per anno sarà consegnata in due fasi". Cinquecento tonnellate l'anno? Una quantità spropositata. Proseguiamo. Il documento successivo viene da Niamey. Qualcosa non va: datata 30 luglio 1999, la lettera parla di fatti avvenuti nel 2000. E qualcuno, a penna, ha corretto '99 con 2000. Ahi, ahi, ahi...
Segue il famoso protocollo d'intesa: tre pagine più lettera di accompagnamento. Poi c'è un messaggio cifrato. L'unica parola in chiaro è: Nitra. "C'è modo di decrittarlo?" chiedo a Mister Patacca. "Vediamo". Prima finiamo le carte. Ecco quello che dovrebbe essere il documento-chiave: "Abbiamo il piacere di informarvi che la consegna della merce chimica – U 92 (238.0289) è definitivamente avvenuta oggi 28 agosto 2001.
Tutti i documenti relativi a quest'operazione sono stati consegnati oggi alla società Nitra Transit che assicura il trasporto da Niamey a Cotonou". U 92 corrisponde al simbolo U di uranio e al numero atomico 92. Il numero 238.0289 è la massa atomica.
A infiocchettare il "pacco", una chicca: due documenti che annunciano il piano d'azione Global Support. Al vertice Fao a Roma nel giugno 2002, Niger, Sudan, Iraq, Pakistan, Libia e Iran hanno stretto una santa alleanza islamica.
Le sei canaglie si sarebbero impegnate a sostenere i governi "sottoposti a embargo", sospettati di "produrre armi nuclari, batteriologiche, chimiche" e accusati di terrorismo internazionale. Ma anche "i patrioti islamici accusati di far parte di organizzazioni criminali". Nientedimeno...

Mister Patacca va a casa a recuperare il cifrario per decrittare il messaggio cifrato. Lo aspetto in uno squallido distributore di benzina. Quando torna, sulla sua automobile c'è un pacco di fotocopie: è il Cifrario della Repubblica del Niger stampato nel 1967. In un'area di servizio, ci mettiamo a decrittare il testo, con un occhio guardingo sul parcheggio.
Lui legge la sequenza di numeri, io consulto il codice e trovo la parola corrispondente, che lui segna sul mio bloc notes. Alla fine, capiamo: è la notizia della firma di un accordo fra Niger e Cina per la vendita di uranio. Non c'entra...
Passo la serata a studiare le carte sul tavolo di cucina. Colgo alcuni punti che al ristorante m'erano sfuggiti. Innanzitutto manca il testo dell'accordo: c'è solo l'allegato. Uffa... Non è finita. La lettera che dovrebbe accompagnare l'accordo, datata Niamey 10 ottobre 2000, risulta arrivata a Roma il 28 settembre 2000. Solo una svista? Non bastasse, le due lettere dell'ambasciata irachena contengono lo stesso testo (l'annuncio del viaggio dell'ambasciatore di Saddam a Niamey).
Cambiano solo date e numeri di protocollo. Strana, come coincidenza. Manca anche il documento che attesti l'avvenuta compravendita dell'uranio. Quello datato 28 agosto 2001 non menziona né l'acquirente né la destinazione finale.
La mattina successiva, 8 ottobre, chiamo Mister Patacca: "La documentazione è a dir poco incompleta. Ho bisogno di un supplemento d'inchiesta". Digitando in rete su Google i nomi citati nei documenti, salta fuori che molti di quegli ambasciatori, diplomatici e funzionari esistono davvero. Altri non risultano. Non trovo niente per esempio sul ministro degli Esteri Ailele Elhadj Habibou. (In seguito mi renderò conto che, a causa di un timbro galeotto, avevo letto Ailele e non Allele, ministro fra il 1988 e il 1989 e non nel 2000 come vorrebbero fare credere le "carte").
Risulta invece la citatissima Nitra, una società di trasporti con filiali in Benin e Togo. Benin, proprio il paese dove l'uranio dovrebbe imbarcarsi per l'Iraq.

Con tanti dubbi, vado da Giorgio Mulè. Mentre legge, il vicedirettore inarca il sopracciglio. Quando finisce, si alza: "Andiamo dal direttore". Carlo Rossella è nel suo ufficio. Giorgio propone di spostarci nel suo "bunker": lo chiamiamo così perché è l'unica stanza con quattro pareti nell'open space di Panorama. Giorgio sintetizza tutto in due minuti. Poi passa le carte a Rossella, che strizza gli occhi per concentrarsi.
"Se questo è vero, abbiamo trovato la smoking gun" esclama al termine. "Sempre che sia vero...". Certo, il rischio bufala è stratosferico. Che fare? Propongo di andare in Niger. "D'accordo" approva Rossella. Interviene Mulè: "Le verifiche in Niger vanno assolutamente fatte. Ma è quasi impossibile che Elisabetta riesca a trovare conferme. In un paese di quel tipo mica può andare a chiedere al presidente se ha venduto uranio a Saddam Hussein. Occorre fare altro".
Rossella tira fuori l'idea: "Andiamo dagli americani: sono quelli che più hanno indagato sulle armi di distruzioni di massa, quindi sono gli unici che possono stabilire se le carte sono attendibili. In parallelo, continuiamo le nostre verifiche". E così è. Uscita dal bunker, mi attivo per ottenere il visto per il Niger. Intanto, il direttore mi organizza l'appuntamento all'ambasciata Usa.
Il 9 ottobre sono in via Veneto. Ho appuntamento con un addetto stampa italiano. Questi mi introduce al suo capo americano e sparisce. Andiamo alla caffetteria. Io comincio a parlare circospetta. Quando l'americano capisce di cosa si tratta, fa una telefonata e mi porta nel suo ufficio, dove arrivano altre tre persone.
Spiego che sono lì per compiere verifiche. Mi fanno delle domande, cercano anche di farmi identificare la fonte. Invano. Dico però che Rossella li autorizza a fotocopiare i documenti. Dopo di che mi congedo.

Rientrata in redazione, trovo altri documenti arrivati via fax. C'è l'originale in codice e la versione decrittata dalla mia fonte. Uno dice che l'uranio doveva essere trasportato in Iraq via Turchia, l'altro che la merce doveva essere trasferita su una nave con bandiera gabonese e che il trasbordo doveva avvenire in acque internazionali. Come verifica, chiedo la pagina del cifrario dove è indicato il numero corrispondente alla parola Iraq. Arriva poco dopo: in effetti Iraq corrisponde al numero "243.19".
Mentre organizzo il viaggio, chiamo a raffica i miei contatti in Africa. Un disastro: ong, giornalisti e missionari dicono in coro che il Niger è un paese molto chiuso, dove è difficile lavorare, con una forte presenza di fondamentalisti foraggiati dalla Nigeria. Anche se nessuno conosce la ragione del mio viaggio, tutti mi mettono in guardia.
Solo a un missionario rivelo che vado a indagare sul traffico di uranio. "Attenta. Il mese scorso un giornalista francese che indagava su quello è stato sbattuto fuori come persona non grata. Muoviti con cautela. E tieni la bocca cucita con le autorità". Il direttore mi suggerisce di procurarmi una copertura. Ne trovo una accettabile. Pochi mesi fa, nel deserto del Téneré sono state scoperte impronte di dinosauri fossilizzate.
Perfetto: vado in Niger per i dinosauri. Il giorno dopo sono all'ambasciata del Niger per il visto. Lì trovo una persona che corrisponde alla descrizione fatta dalla mia fonte. Sarà davvero il suo contatto? Intanto rinnovo la vaccinazione della febbre gialla.
Per una grave emergenza familiare devo rimandare la partenza di un paio di giorni. Ne approfitto per chiamare via Veneto. "Non possiamo dirvi né che i documenti sono autentici né che sono falsi" risponde il capo ufficio stampa. È il mio ultimo contatto con i funzionari Usa: non li sentirò mai più.

Arrivo a Niamey il 17 ottobre con tre libri sui dinosauri. Studio religiosamente i dinosauri esposti al Museo nazionale (dall'Ouranosaurus nigeriensis all'Afrovenator abakensis). Pagato il pegno, comincio a lavorare.
Negli anni '70, l'uranio aveva portato ricchezza a questo paese. Ma oggi a causa della crisi dell'energia nucleare, fa fatica a piazzare le 3.000 tonnellate prodotte ogni anno. Risultato: è diventato il paese più povero del mondo dopo la Sierra Leone e un operaio guadagna 30 euro al mese.
Inizio a destreggiarmi fra uranio naturale, arricchito e impoverito; isotopo 238,235 e 234; reattori nucleari e plutonio fissile... Dopo di che mi metto in caccia. La società anonima di capitali Nitra esiste, ma la sua attività è in declino. "Non è più quella di un tempo" mi dicono. "Ormai fa poca roba". Ma come? Non dovrebbe aver trasportato 500 tonnellate di uranio l'anno a Cotonou? Anche la Banque Islamique du Niger pour le commerce et l'investissement, quella che dovrebbe trattare tutta la compravendita con l'Iraq. Non è una banca davvero radicata sul territorio, ma non è neppure la Mediobanca del Niger, cioè la banca d'affari attorno alle quali ruotano le principali operazioni finanziarie del paese.
Un pomeriggio incontro un funzionario occidentale. Butto lì una domanda sull'uranio. Sorride. "In teoria non interessa più a nessuno. Ma non è vero. Qui ci sono solo 10 ambasciate. Fra queste, quella del Pakistan. L'unica in tutta l'Africa occidentale". Strano...

"Già, il Pakistan" mi dice una fonte ben informata. "Qualche anno fa il Niger ha venduto in via ufficiale alla Libia oltre 500 tonnellate di uranio. E corre voce che Gheddafi a sua volta le avrebbe rivendute al Pakistan". Butto lì: e l'Iraq? "Non mi risulta niente... Tutto è possibile, ma mi sembra difficile. Per il trasporto, più che altro. La Libia è oltre il confine. L'Iraq è dall'altro capo del mondo. E poi, qui ci sono due fabbriche che trasformano l'uranio in polvere gialla.
Lo mettono in fusti da 400 litri, riempiti a metà: 200 chili per fusto. Poi partono per Cotonou, dove vengono imbarcati. Organizzare un traffico del genere comporta enormi problemi di trasporto e sicurezza: qui le strade sono tutte infestate da banditi. Occorrerebbe un enorme dispiegamento di uomini, oltre che di mezzi". Anche perché la mia fonte non sa che le tonnellate dovrebbero essere 500. Il che vorrebbe dire 2.500 fusti da spostare per mezza Africa e portare in Iraq via Turchia. Sembra fantapolitica...
Rientro in Italia a mani vuote. Sul piatto delle verifiche c'è poco o nulla. Informo il direttore, che decide di non pubblicare niente. È il 23 ottobre 2002. Nove mesi dopo scoppia il Niger-gate.
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