Archivio Panorama

ONORE PER I CADUTI DI NASSIRIYA
I nostri eroi della pace
Dopo la strage di Nassiriya: non si puņ fuggire dall'Iraq, ma bisogna accelerare la transizione
13/11/2003
URL: http://archivio.panorama.it/home/articolo/idA020001021699
Non è bastata la rete di protezione allestita dall'intelligence italiana, che fa perno sui più importanti capi delle tribù di Nassiriya: nell'attentato all abse dei Carabinieri sono morti 19 italiani, 12 militari dell'Arma, 5 dell'esercito e due civili.
Né sono stati sufficienti i contatti diplomatici, intensificatisi nelle ultime settimane, con il Libano e con l'Iran, dove si trovano alcuni dei santi protettori delle autorità religiose sciite che dominano il sud dell'Iraq.
Né tantomeno è valso il lavoro umile e faticoso di quei grandi peacekeeper dell'Esercito e dei Carabinieri che tutti nel mondo, a cominciare dagli iracheni, hanno imparato a conoscere per la loro umanità, ma anche per la loro professionalità.

Camion bomba. I kamikaze di turno. Un'esplosione tremenda. E l'intero comando dei carabinieri a Nassiriya si è afflosciato su se stesso facendo un numero impressionante di vittime. Sono i nostri eroi della pace, morti in un brutto, bruttissimo mercoledì che rimarrà negli annali della storia patria.

L'Iraq del dopo Saddam Hussein non risparmia nessuno. Non ci sono più zone sicure o aree off-limits. Muoiono uno dopo l'altro, nel triangolo sunnita attorno a Baghdad, i giovanissimi soldati americani. Vengono uccisi anche i professionisti di Sua maestà nel profondo sud, a Bassora. Finisce nel mirino un ufficiale polacco.
Sono feriti anche i soldati bulgari. Per non parlare dei massacri degli inviati dell'Onu e della Croce rossa e di tutti quegli anonimi funzionari civili iracheni che hanno avuto l'ardire di mettersi al servizio della coalizione internazionale.
La sicurezza in Iraq è peggiorata da quel 1° maggio quando il presidente americano George W. Bush dichiarò con fin troppa enfasi la fine delle operazioni belliche. Il paese, che è stato la culla della civiltà mesopotamica, è diventato il laboratorio dove sperimentare l'ultima jihad, il terreno di scontro fra i puri e gli infedeli, l'ultimo avamposto dove Osama Bin Laden sogna di prendersi la rivincita.

Nelle scorse settimane Panorama ha raccontato nei minimi dettagli l'evoluzione della guerriglia in Iraq con quel mix di irriducibili di Saddam Hussein, di mujaheddin accorsi dall'Afghanistan, dalla Siria, dall'Arabia Saudita e dai campi profughi palestinesi, e di miliziani dei vari signori della guerra sciiti. Tutti uniti, a dispetto dei vari credo religiosi, nel nome della guerra santa contro i «nuovi crociati».

Alla vigilia dell'attentato contro le truppe italiane, anche la Cia, buon'ultima, ha redatto un rapporto classificato Aardwolf (destinato cioè al vertice dell'amministrazione Usa). La resistenza in Iraq, è scritto nel documento, cresce di giorno in giorno. Chi la guida, e sono tanti, è arrivato alla conclusione che «la coalizione guidata dagli americani può essere davvero sconfitta». I
l responsabile locale della Cia, che ha il controllo su ben 275 uffici sparsi in tutto il paese, avverte che l'obiettivo di ricostruire democraticamente il paese non sarà mai raggiunto se non verranno apportate alcune sostanziali modifiche.

Proprio a seguito di questo rapporto da shock, l'ambasciatore Paul Bremer, il capo dell'autorità provvisoria della coalizione, è stato convocato di gran corsa a Washington per discutere le nuove linee d'azione. Ma, fin d'ora, una cosa è chiara: richiamare i soldati a casa sarebbe pura follia. Anzi, il dispositivo militare, secondo la Casa Bianca, andrebbe rafforzato, magari con la partecipazione di altri paesi, possibilmente musulmani.

Noi che abbiamo appoggiato l'operazione Iraqi freedom non possiamo che condividere questa scelta. Ci sembra obbligata. Quelle anime pie che in Italia già chiedono il ritiro dei nostri soldati e dei nostri carabinieri non hanno capito nulla della battaglia che si sta giocando sul fronte iracheno.
Ma l'occupazione militare è solo una faccia della realtà.
L'altra, quella che alla lunga vincerà, sarà il trasferimento del potere alle autorità irachene: quelle vere, non gli esiliati che hanno la fortuna di parlare inglese e hanno molti amici al Pentagono.
Bremer pensava di arrivarci alla fine del 2004. Bisognerà invece abbreviare i tempi e non andare oltre la prossima estate per indire libere elezioni magari già in autunno. Nel frattempo potranno finalmente ricominciare a funzionare l'esercito iracheno e soprattutto la polizia.
Ma, ripetiamo, guai a fuggire dall'Iraq appestato. I nostri eroi della pace sarebbero i primi a ribellarsi.
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