| EMERGENZA KOSOVO: VIVERE IN UN PAESE SOTTO SCORTA | ||
| Prigionieri della pace | ||
| Sempre meno numerosi, sempre pių poveri, sempre pių minacciati: cosė vivono i serbi nella regione governata dall'Onu. Dove i conflitti con gli albanesi non si sono mai fermati. E dove, dopo Milosevic, torna l'incubo della pulizia etnica. Al contrario. | ||
| di Francesca Folda | ||
| 6/2/2004 | ||
| URL: http://archivio.panorama.it/home/articolo/idA020001022890 | ||
| Miliana ha 11 anni. Spesso fa lezione da sola perché la sua unica compagna di classe non riesce a prendere lo scuolabus scortato dalla polizia. Non c'è altro modo per raggiungere la scuola serba di Obilic, una piccola enclave a pochi chilometri da Pristina. Fino al 1999 gli alunni slavofoni erano oltre 900, oggi soltanto 45. Quasi tutte le finestre della scuola sono protette da grate in metallo. Le altre hanno i vetri rotti, colpiti dalle sassaiole dei kosovari albanesi che si sono insediati nella zona, un tempo prevalentemente serba. Dalla fine della guerra, solo in questo comune si contano 29 serbi uccisi. Gli ultimi tre (padre e madre ultraottantenni con il figlio di 53 anni) sono stati aggrediti il 3 giugno dello scorso anno: massacrati di botte, accoltellati, evirati, bruciati nella loro casa. Kosovo 2004: la regione su cui l'Onu ha giocato la scommessa per la multietnicità di fatto è diventata un suo protettorato, affidando l'amministrazione del paese al governo provvisorio delle Nazioni Unite (Unmik) con 7 mila funzionari internazionali e la sicurezza a 50 mila militari della forza di pace (Kfor). Ma il Kosovo resta ufficialmente una provincia della Serbia, mentre la popolazione di etnia albanese mira ancora all'indipendenza. E l'Onu prepara la ritirata senza certo poter dire di aver vinto. Niente più uccisioni di massa, fosse comuni, villaggi bruciati e razziati. Ma ancora oggi c'è un'etnia discriminata, che vive nella paura, non ha lavoro né libertà di movimento. Si sono soltanto invertiti i ruoli nei giochi di forza tra serbi e albanesi. Stavolta sotto gli occhi della comunità internazionale. Albanesi e serbi del Kosovo sono divisi da tutto, non solo lingua e religione. Oggi usano persino targhe automobilistiche e monete diverse. Gli albanesi hanno abbracciato entusiasti la gestione Unmik, intitolato viali a Bill Clinton, adottato l'euro e inventato un nuovo registro automobilistico. Ma i non albanesi continuano a utilizzare targhe e documenti della Serbia, oltre alla valuta di Belgrado. Molti di loro vivono del sussidio mensile (circa 80 euro, ma in dinari) che il governo serbo concede ai capifamiglia perché non lascino la regione. Quando Slobodan Milosevic lanciò la sua campagna di discriminazioni contro gli albanesi del Kosovo, i serbi erano circa 300 mila. Occupavano posti di rilievo in enti pubblici, scuole, ospedali e fabbriche. Dopo la caduta del regime sotto le bombe Nato, sono fuggiti per evitare le ritorsioni dell'Uçk, l'esercito di liberazione albanese. Prima che le forze militari alleate prendessero il controllo, la violenza dei paramilitari serbi è stata ripagata con la stessa moneta: vendette, esecuzioni, cimiteri ortodossi profanati, case bruciate. Oggi i serbi del Kosovo sono ridotti a un terzo: molti hanno trovato le proprie case distrutte od occupate da albanesi (che se hanno accettato di pagarle, hanno preteso prezzi stracciati). Ivan, ingegnere elettrotecnico, vive nella zona di Obilic: ha lavorato 11 anni in una delle due centrali elettriche a carbone che garantivano energia a gran parte della ex Iugoslavia. Per lui non c'è più posto (non sarebbe sicuro) tra i dipendenti albanesi. Ivan arrotonda il sussidio di Belgrado lavorando come interprete per i carabinieri, ma a primavera lascerà la casa dove è nato per trasferirsi in Serbia. Lo aspettano la moglie e il figlio appena nato: a Pristina non c'è più un ospedale dove far venire alla luce bambini serbi. Anche la sua casa finirà agli albanesi. E allora, in questa frazione di Obilic, la nuova pulizia etnica sotto gli occhi dell'Onu sarà compiuta. Altro che ritorno. L'Onu aveva previsto un piano di rientri per quelli che a tutti gli effetti possono considerarsi i profughi serbi dell'ultima guerra balcanica. Nella valle di Osojane, in cinque paesi ne vivevano oltre 2 mila: oggi sono 300, concentrati in due villaggi per motivi di sicurezza, 136 alloggiati in container perché le loro case devono ancora essere ricostruite. «Ma i giovani preferiscono restare in Serbia o emigrare in Europa» racconta Sonja Vucovic, giovane pedagoga, «perché qui non hanno futuro: ha un impiego solo il 10 per cento della popolazione slava, lavorare nei campi è pericoloso e non ci si può muovere nemmeno per vendere prodotti agricoli». A Suvi Lukavac, nella provincia di Istok, sono state quasi ricostruite 21 case per altrettante famiglie serbe e rom rientrate con la scorta del contingente Kfor spagnolo. Ma la procedura di riappropriazione non è semplice: da quella che viene chiamata «go-and-see-visit» (il primo approccio dei capifamiglia con i villaggi abbandonati) al ritorno in case abitabili passano anche due anni. È necessario provare di essere i legittimi proprietari dei terreni su cui erano edificate le case distrutte e saccheggiate. Alla lentezza della burocrazia si aggiunge un mai sopito odio etnico. Nel 2002, in Kosovo, si sono contati 136 omicidi. Le vittime serbe sono state 30, il 22 per cento (pur essendo solo il 10 per cento della popolazione). Ad agosto del 2003 l'ultimo episodio: colpi di kalashnikov contro un gruppo di bambini serbi che giocavano lungo il fiume a Goradzevac. Due ragazzi morti, quattro feriti. Pochi giorni dopo era previsto il rientro di 200 profughi slavi che le autorità internazionali si sono affrettate a cancellare. Non è l'unico dietrofront cui è stata costretta Unmik. Il 10 dicembre scorso, 26 serbi di Klina, una città al centro del Kosovo, scortati in forze dai militari della Kfor, sono tornati nel loro villaggio alle prime ore del mattino e hanno cercato di insediarsi in un grande edificio senza tetto per ricostruire poco alla volta le loro abitazioni. Appena si è diffusa la notizia, un centinaio di albanesi ha raggiunto la zona impugnando spranghe e pietre: rifiutano qualsiasi reinsediamento serbo se prima non hanno notizie certe dei familiari «scomparsi» durante le persecuzioni di Slobodan Milosevic. Risultato? I serbi sono fuggiti per la seconda volta (assieme alla Kfor) da quello che era il loro villaggio. Una disfatta per l'Onu. «Questa cosiddetta pace della Nato in Kosovo significa soltanto che la guerra è sotto controllo, non che ci sia davvero la pace» ha scritto la giornalista serbokosovara Marilina Veca nel libro Kosovo perduto. «Non appena andrà via la Kfor, sarà di nuovo conflitto» è il commento della gente comune di entrambe le etnie. La comunità internazionale sembra prendere tempo, rinviando l'unica decisione politica che tutti aspettano: rendere o meno il Kosovo indipendente, magari cedendo alla Serbia la parte a nord di Mitrovica, città divisa e contesa. «Mitrosalemme» l'hanno ribattezzata gli osservatori internazionali, una Gerusalemme dei Balcani, con popoli uniti solo da due ponti. Pochi gli scambi. Falliti i tentativi di mediazione. Come il grande mercato multietnico, inaugurato il 12 aprile 2002 a metà del ponte Cambronne. La settimana seguente i banchi erano vuoti, nessuno si è più presentato a vendere mercanzie. Molti sostengono che sia il governo di Belgrado a boicottare la convivenza tra le due parti. Ma ci sono anche frange estremiste del disciolto Uçk come i Black Eagles (convertite al crimine organizzato) che non hanno fatto mancare agguati e minacce tanto contro i serbi quanto contro gli albanesi etichettati come «traditori». I segnali positivi sono pochi e contraddittori. Il Kosovo police service (la neonata polizia multietnica promossa dall'Onu) ha assunto il controllo dei check- point sul ponte principale di Mitrovica. Ma l'intelligence internazionale segnala vessazioni nei confronti delle auto serbe ai posti di blocco meno simbolici della regione. A Mitrovica, nella parte nord della città, sorgono le cosiddette Tre torri, palazzoni di cemento armato dove famiglie di etnie diverse vivono sullo stesso pianerottolo. Ma a Pristina c'è un solo edificio abitato da serbi: è quello dove alloggiano anche gli stranieri dell'Onu. La tensione è sempre nell'aria. Il sabato a Lipljan, giorno di mercato, quando i serbi vanno a fare la spesa scortati dai soldati finlandesi. O la domenica, quando un pullman Unmik, seguito da militari e polizia, raccoglie a Mitrovica Nord i serbi ortodossi che vogliono assistere alla messa nella chiesa di San Sava, la cattedrale nella parte albanese della città. La chiesa è circondata dal filo spinato, vigilata 24 ore su 24 da 15 soldati greci. Un carro armato è parcheggiato accanto alle navate. La religione è il motivo per cui i serbi non rinunciano al loro diritto di cittadinanza in Methonia (la terra dei monasteri). È così che chiamano la parte centrale del Kosovo, culla della Chiesa serba dal 1200, quando per la prima volta fu incoronato patriarca ortodosso uno slavo. A Pec c'è quello che può essere considerato il «Vaticano»: un monumentale monastero dove vivono come prigionieri l'attuale patriarca, 24 suore e sei laici. Per far arrivare i pellegrini o fare la spesa, devono prenotare la scorta del contingente italiano Kfor. Altrettanto accade ai 30 monaci del monastero di Decani. Confessa padre Andrej: «Non siamo monaci di clausura, ma siamo abituati alla vita monastica. Le famiglie serbe, invece, vivono recluse in casa e aspettano le nostre visite per ricevere cibo e sacramenti. Come quei malati che respirano grazie a macchinari, noi abbiamo bisogno della Kfor e dei carabinieri della Msu per sopravvivere». Non si tratta di manie di persecuzione. Dalla fine dei bombardamenti Nato, 116 chiese in tutto il Kosovo (una regione grande come l'Abruzzo) sono state distrutte o incendiate. «Mantenere l'ordine pubblico e la legalità, promuovere il rispetto dei diritti umani, assicurare il rientro sicuro e incondizionato dei profughi nelle loro case in Kosovo»: questo era il mandato dell'Onu. Ma il primo ministro kosovaro Bajram Rexhepi, ancora una volta lo scorso 22 gennaio, è stato costretto a richiamare la sua gente: «Io non appoggio il principio della multietnicità. Ma anche se non ci amiamo, e non siamo obbligati a farlo, io chiedo di rispettarci l'un l'altro (con i serbi, ndr) e di evitare gli attacchi». Non chiamatela «pace».
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