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Panorama   Archivio   Tv arabe, megafono d'odio

DALL'INVIATO AD AL JAZEERA

Tv arabe, megafono d'odio

Silvia Grilli  27/4/2004

C'è una regia precisa dietro il rapimento degli ostaggi? Le televisioni islamiche e i sequestratori collaborano tra di loro nel pianificare strategie e diffondere messaggi che hanno come primo obiettivo quello di cambiare la politica italiana?

Domenica 18 aprile ho intervistato per Panorama Ahmed Sheikh, il direttore della televisione araba Al Jazeera. Mi trovavo a Doha, la capitale del Qatar, dove c'è la sede della tv. Cercavo di avere informazioni sul video dell'uccisione di Fabrizio Quattrocchi, uno dei quattro italiani sequestrati. Volevo capire chi l'avesse consegnato ai giornalisti della tivù del Qatar e anche perché non fosse mai stato trasmesso. Chiesi al direttore se pensava che l'appello dei familiari degli ostaggi ai rapitori potesse avere l'effetto di ottenerne la liberazione. Lui mi rispose: «Non credo, perché le famiglie non dicono quello che dovrebbero dire. E cioè che l'Italia non doveva invadere l'Iraq e che Silvio Berlusconi non rappresenta la volontà degli italiani». Poi aggiunse, profeticamente: «O voi scendete in piazza contro la guerra e cacciate Berlusconi, oppure mettete in conto che gli iracheni possano rapire gli italiani».

PROFEZIA O REGIA OCCULTA?
Riletta oggi, a nove giorni dall'incontro con Sheikh, e a quattro dall'uscita in edicola, venerdì 23 aprile, di quell'intervista su Panorama, la frase è una straordinaria anticipazione del successivo messaggio dei sequestratori, diffuso lunedì 26 aprile dalla televisione di Dubai Al Arabiya: «Provvederemo a liberare gli ostaggi, se dimostrerete di essere favorevoli alla nostra causa, collaborando con noi. E se direte no alla politica del vostro primo ministro con una manifestazione attraverso le vie della vostra capitale, in segno di protesta alla guerra contro di noi».

La domanda che molti possono, a questo punto, farsi è: era già tutto organizzato? C'è una regia precisa dietro il rapimento degli ostaggi? Le televisioni arabe e i sequestratori collaborano tra di loro nel pianificare strategie e diffondere messaggi che hanno come primo obiettivo quello di cambiare la politica interna ed estera italiana?

CALCOLO POLITICO E PROPAGANDA
In un certo senso sì, se si considera che i telespettatori arabi sono pervasi da un pensiero unico. I direttori palestinesi di Al Jazeera o i giornalisti di Al Arabiya hanno come linea editoriale quella di dare sfogo all'odio contro l'America, Israele e i loro amici, e d'influenzare le opinioni pubbliche non solo arabe, ma di tutto il mondo. Corteggiano i sentimenti dell'audience e nello stesso tempo impongono all'audience alcuni punti fermi.
I punti fermi della propaganda contro la politica di Silvio Berlusconi sono questi: 1) Berlusconi è un servo degli americani. 2) Non gliene importa niente del suo popolo, e tanto meno degli ostaggi. 3) Ha invaso l'Iraq solo per compiacere il suo capo, George W. Bush e per passare qualche bel weekend nel ranch di Bush. 4) Il popolo italiano, storicamente amico del mondo arabo, è vittima di un primo ministro che non li rappresenta. 5) Gli italiani non la pensano come Berlusconi, ma non hanno il coraggio di ribellarsi. 6) Noi dobbiamo far loro capire che devono mandare a casa il premier ed eleggere una nuova maggioranza. Servizi approfonditi sulla politica italiana vengono trasmessi dalle televisioni arabe.

IL GIOCO DI AL JAZEERA
Una rassegna stampa di articoli antiberlusconiani viene mandata in onda ogni mattina da Al Jazeera. Nei giorni in cui ero lì, mi colpì la lettura integrale di un articolo di Mario Pirani sulla Repubblica. L'articolo era intitolato «L'occasione dell'Europa» . Il traduttore arabo insistette in particolare su una frase di quel commento, quella in cui Pirani diceva: «Suona priva di consapevolezza sia politica che militare la stentorea riaffermazione di Berlusconi, dopo la decisione di Zapatero, sulla "assoluta fermezza del governo nelle scelte, nelle alleanze, negli impegni alla base della presenza italiana in Iraq"».

Incoraggiati dagli editoriali dei giornali italiani, i media arabi sono convinti di poter contribuire a influenzare la nostra opinione pubblica. Non a caso, dopo aver deciso di non trasmettere il filmato di Quattrocchi per ragioni ufficialmente umanitarie, il direttore di Al Jazeera ha mandato in Italia il suo inviato Imad Atrache, un giornalista libanese che parla perfettamente la nostra lingua. L'obiettivo di Al Jazeera era raccontare che il popolo italiano è contrario alla politica del suo primo ministro.

REGIA RAFFINATA
C'è una regia italiana dietro il rapimento degli ostaggi in Iraq?, si chiedono ora alcuni giornali italiani. È possibile, ma il punto fondamentale è un altro. La seconda guerra irachena è una guerra mediatica, dove questa volta la regia non è americana, ma araba. I terroristi non sono incolti, né tanto meno disinformati. Sequestrano e uccidono portandosi appresso una telecamera che filmi le scene. Trasmettono i filmati alle televisioni più viste nel mondo arabo, alternativamente al Jazeera o al Arabiya. Attendono l'effetto che fanno i loro filmati sui telegiornali italiani. Guardano la Rai. Seguono il dibattito interno della politica italiana attraverso le reti arabe che li informano con minuzia di particolari della politica di Silvio Berlusconi.

OSTILITA' MANIFESTA
Appena arrivai ad Al Jazeera, un giornalista palestinese s'infuriò con me dicendo: «Un tuo ministro ha detto che per ogni giorno di prigionia degli ostaggi voi espellerete gli immmigrati islamici». In realtà non era un ministro, era il vicepresidente del Senato e coordinatore delle segreterie nazionali della Lega Nord, Roberto Calderoli. Aveva detto: «Per ogni giorno di prigionia degli ostaggi, ciascun paese revochi i permessi di soggiorno ed espella 1.000 immigrati islamici provenienti dai cosiddetti stati canaglia. La legge del taglione è una legge crudele, ma è l'unica che possa essere compresa da belve criminali del genere». La dichiarazione di Calderoli è stata trasmessa e ritrasmesssa dalle televisioni arabe. Come trasmessa e ritrasmessa è stata la dichiarazione di Berlusconi di voler rimanere in Iraq oltre il 30 giugno.

A Baghdad conoscono la nostra politica. Ricordano le frasi dette ieri da Berlusconi, ma anche quelle dette in passato. Ero stata inviata ad Al Jazeera due anni e mezzo fa, subito dopo l'11 settembre. Ero lì quando Berlusconi parlò della superiorità del mondo occidentale e fui trattata con ostilità. Tornata qui due anni e mezzo dopo, i giornalisti della tivù mi hanno di nuovo rinfacciato quella frase: «Non abbiamo dimenticato» mi hanno detto «che il tuo primo ministro disse che la civiltà islamica è inferiore alla vostra».

IL GIOCO AMBIGUO DELL'EMIRO
Le due televisioni principali del mondo arabo, Al Jazeera, che si trova in Qatar e Al Arabiya, che ha sede negli Emirati Arabi Uniti, si fanno concorrenza tra di loro nel dare sfogo all'odio contro l'America e i suoi alleati. Personalmente conosco bene la situazione di Al Jazeera. La televisione di Doha è di proprietà dell'emiro Hamad Bin Khalifa al-Thani, il primo capo di stato di un paese arabo che volò in America dopo l'attacco alle Torri Gemelle per portare al presidente americano le condoglianze sue e del suo paese. A sud di Doha c'è la base militare da cui partono le missioni degli americani. C'è una presenza militare del Qatar in Iraq. Una settimana fa, il Qatar ha ospitato una conferenza della Nato, organizzata dagli americani, che aveva come obiettivo l'allargamento della Nato ai paesi arabi.
La posizione di al-Thani è ambigua. Da un lato è il più grande amico degli americani nel Golfo. D'altro lato considera Al Jazeera come la sua creatura. Una volta ha detto: «Tengo a questa televisione più che alla mia famiglia». Perché Al Jazeera dà voce alla parte profonda del mondo arabo, al suo odio antiamericano e antisraeliano. Ma nello stesso tempo è sensibile, perché lo è l'emiro, alle critiche degli Stati Uniti. Ogni qualvolta gli Usa contestano la tv, l'emiro si affretta a licenziare i direttori, facendo finta di cambiare tutto, senza in realtà cambiare niente. Perché quando la televisione diventa moderata e perde pubblico, regalando audience ad Al Arabiya, anche i nuovi direttori riprendono la linea editoriale originaria e la tivù ritorna integralista.

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