LA RIFLESSIONE DEL PM
Tra al Zarqawi e bin Laden un duello a colpi di popolarità
Stefano Dambruoso 27/9/2004
Non c'è Bin Laden dietro tutti i recenti rapimenti, o almeno non c'è solo Al Qaeda. Così come appare riduttivo ricondurre tutto quanto non sia firmato Al Qaeda all'attività di al-Zarqawi, riproponendo all'infinito una sorta di competitività fra loro, utile solo per loro. Visibilità equivale infatti a potere > Scheda
Cosa sta accadendo in Iraq? Perché tanti ostaggi, con caratteristiche personali, professionali ed etniche profondamente diverse, diventano preda di gruppi, non solo terroristi, attivi nel territorio di guerra, che sembra ormai sfuggito a ogni controllo? Perché i rapimenti si sono affiancati in modo così determinante agli attacchi kamikaze nello scenario iracheno? Chi sono i gruppi di rapitori? Sono tutti coordinati da un'unica centrale del terrore o della «resistenza»? O esistono più gruppi che agiscono in modo indipendente? C'è Al Qaeda dietro i rapimenti? C'è Osama Bin Laden? C'è anche, e soprattutto, Abu Musab al-Zarqawi, l'emiro giordano, già membro di Al Qaeda, che dicono essersi distaccato per svolgere un ruolo autonomo nel contesto iracheno?
Questi sono alcuni degli interrogativi più frequenti che i recenti fatti iracheni pongono. Va ricordato che in tutte le aree di guerra i rapimenti tradizionalmente rappresentano uno strumento da utilizzare cinicamente. Esprimendo poi una valutazione personale, ritengo che si debba subito sgombrare il campo da impostazioni e analisi infondate: non esiste un'unica centrale del terrore che coordina le varie azioni terroristiche e di guerriglia in Iraq.
Non c'è Bin Laden dietro tutti i recenti rapimenti, o almeno non c'è solo Al Qaeda. Così come appare riduttivo ricondurre tutto quanto non sia firmato Al Qaeda all'attività di al-Zarqawi, riproponendo all'infinito una sorta di competitività fra loro, utile solo per loro.
Visibilità equivale infatti a potere. Una visibilità che va però controllata. La recente smentita che proprio Zarqawi ha lanciato ai media per tirarsi fuori dalla vicenda del rapimento delle due operatrici italiane risponde proprio a questa necessità. Quindi, gruppi poco noti hanno utilizzato strumentalmente il «cappello» di Abu Musab al-Zarqawi ai loro fini. Lui è diventato, come Al Qaeda, un «logo», un ombrello ideologico di rivendicazione.
E così l'emiro giordano ha finalmente raggiunto il proprio obiettivo. Alzando il livello del terrore mediatico (sue le prime decapitazioni in Iraq), è assurto a livelli di popolarità, e quindi di influenza, pari a quelli di Bin Laden.
Il disegno di al-Zarqawi, e anche quello di Al Qaeda, è impedire, a ogni costo, la normalizzazione in Iraq; riaccendere uno scontro fratricida tra le due anime dell'Islam, i sunniti contro gli sciiti, per indurli a reagire in modo aspro. Una strategia della tensione da condurre sul filo degli attentati stragisti e dei rapimenti.
E il nuovo governo iracheno, «fantoccio» perché servo degli americani, è un'ulteriore occasione per sollecitare la rivolta. Dunque va rovesciato, al pari dei regimi al potere in Arabia Saudita e Giordania. Un punto che trova d'accordo al-Zarqawi e i seguaci di Osama.
Se però le cose non dovessero andare come stabilito (questa è un'altra elaborazione del suo pensiero), potremmo «fare i bagagli» e cercare un altro fronte. Magari in Europa, dove la banda ha dimostrato di avere già «ufficiali» e attentatori suicidi.
Ma in Iraq molti rapimenti hanno avuto e continuano ad avere esclusivamente il fine di lucro, il riscatto. Ai «signori del traffico di esseri umani rapiti» ci si rivolge per cedere un ostaggio che politicamente è diventato troppo oneroso continuare a gestire.
Il rischio per la vita degli ostaggi, in questi casi, è diverso ma sempre molto alto: se non arrivano i soldi, non vi sono remore a sopprimerli.





