| ESCLUSIVO: SONO IN PAKISTAN I PROTETTORI DI OSAMA BIN LADEN | ||
| Doppio gioco nei palazzi di Islamabad | ||
| Coperto da una parte dei servizi segreti e dell'esercito locale, lo sceicco dei terroristi ha trovato rifugio e aiuto. Facendosi anche operare a Quetta. L'accusa è contenuta in un rapporto segreto della commissione sull'11 settembre. | ||
| di Pino Buongiorno | ||
| 19/11/2004 | ||
| URL: http://archivio.panorama.it/home/articolo/idA020001027870 | ||
| Washington. L'ultimissima segnalazione arriva da Karachi, la megalopoli pachistana di 15 milioni di abitanti, circondata da ghetti urbani e popolata da scuole teologiche (madrasse) fondamentaliste. Reduce dalle aree tribali pashtun del Waziristan meridionale, rese insicure dopo il recente assalto dei ranger pachistani, Osama Bin Laden ha trovato rifugio all'inizio di novembre nella città portuale del Pakistan e si è nascosto per qualche giorno nel quartiere Said Abad, nella parte occidentale di questa che è insieme la capitale del business pachistano e della jihad antioccidentale. Scortato da guardie del corpo uzbeke, yemenite e tagike, l'emiro di Al Qaeda sarebbe stato ospite di un influente trafficante di armi e di droga pachistano, Sardar Mohammed Khan, legato a filo doppio all'ex leader dei talebani, il mullah Omar. La notizia della presenza dello sceicco saudita a Karachi è stata diramata nei giorni scorsi a tutti i servizi segreti alleati dall'intelligence italiana, che ha una rete di informatori tra Afghanistan e Pakistan, ritenuta fra le più efficienti della coalizione internazionale nella guerra contro il terrorismo. Bin Laden a Karachi non è nemmeno un caso. Intanto, perché interi quartieri sfuggono al controllo degli apparati di polizia. Poi, proprio in questa immensa città sono nate nelle scorse settimane tre nuove organizzazioni terroristiche di matrice islamica. La prima, Jandullah, sunnita, si può considerare una diretta emanazione di Al Qaeda, che Bin Laden personalmente ha benedetto. La seconda, Sepah-i-Hadri, d'ispirazione sciita, è impegnata nel reclutamento dei guerrieri santi da inviare in Iraq a sostegno delle formazioni estremiste del sud del paese in vista delle elezioni politiche del prossimo gennaio. La terza si chiama Al Hadi ed è stata fondata dai mujaheddin talebani fuggiti dall'Afghanistan e dai terroristi di alcuni gruppi sciolti dalle autorità pachistane. Negli uffici del congresso americano, a Washington, dove si sta discutendo la riforma dei servizi segreti americani secondo le raccomandazioni formulate dalla commissione sull'11 settembre, quest'ennesima localizzazione in Pakistan dell'emiro di Al Qaeda non ha destato grande sorpresa. Per un motivo molto semplice, che Panorama è in grado di rivelare. Agli atti della commissione d'indagine bipartisan c'è un rapporto esplosivo (e ancora inedito) sul ruolo ambiguo giocato negli ultimi tre anni da alcuni settori dell'esercito e dei servizi segreti del Pakistan, che hanno protetto e assicurato la lunga latitanza di Bin Laden. Lo ha fatto preparare Phil Zelikov, il capo dello staff della commissione sull'11 settembre, che è anche uno storico dell'Università della Virginia nonché coautore, assieme a Condoleezza Rice, di un saggio del 1995 intitolato Germany unified and Europe transformed. Zelikov, che fra il 2001 e il 2003 è stato anche membro dell'influente President's foreign intelligence advisory board, aveva avvertito nella scorsa primavera la necessità di indagare più a fondo sulle connection di Bin Laden in Pakistan. I rapporti della Cia acquisiti dagli investigatori del congresso e le testimonianze raccolte avevano lasciato molti buchi neri. Occorreva scavare con maggiore impegno. Nel maggio di quest'anno Zelikov ha chiesto aiuto a un suo conoscente pachistano, molto bene introdotto a Islamabad e a Rawalpindi. Avrebbe dovuto, si legge testualmente nella lettera d'incarico, «riempire i gap su quello che era successo dietro le scene in Pakistan nel periodo immediatamente precedente gli attacchi terroristici contro New York e Washington». L'influente pachistano, il cui nome è segreto, ha preso molto sul serio la missione e per tre mesi ha viaggiato in lungo e in largo nel paese e ha incontrato diverse fonti, fra cui ministri e ufficiali in pensione dell'Isi, Inter-services intelligence agency, il cuore del potere in Pakistan, che spesso agisce all'insaputa dello stesso presidente Pervez Musharraf. Il rapporto richiesto è stato trasmesso a Washington, ma in ritardo, quando cioè il volume best-seller di 567 pagine sull'11 settembre era già in stampa. «Anche se fosse arrivato in tempo sarebbe stato probabilmente tenuto fuori per la sua carica dirompente» dichiara a Panorama Arnaud de Borchgrave, un esponente di spicco del Centro di studi strategici e internazionali nonché commentatore dell'Upi e del Washington Times, da sempre convinto che il governo pachistano, nonostante la sua acclarata alleanza con l'America, faccia doppi se non tripli giochi. «Potrebbe essere ancora più imbarazzante per Musharraf delle informazioni fornite dalla Cia sul mercato nero del nucleare militare, diretto da Abdul Qadeer Khan, il padre della bomba islamica» afferma l'esperto di terrorismo. Perché? Perché, fin da quando, nel dicembre 2001, Bin Laden e una cinquantina di suoi fedelissimi sono fuggiti a cavallo dalla catena montuosa di Tora Bora, in Afghanistan, cinta d'assedio, ma con scarso successo, dall'esercito Usa, i leader tribali pachistani, ma anche diversi dirigenti dell'Isi, in servizio attivo o in pensione, hanno protetto la dorata latitanza in Pakistan. Prima, nelle aree tribali del Waziristan. Poi, nella provincia di frontiera del nord-ovest, che ha come capitale Peshawar. E infine nel Baluchistan, a Quetta, la città che è ancora il centro della resistenza talebana. La seconda scoperta è che Bin Laden è stato curato in un ospedale militare di Peshawar e successivamente, nell'aprile di quest'anno, addirittura operato ai reni a Quetta, alla presenza del medico personale, Abu Rafiq. Questo spiegherebbe anche la trasformazione fisica subita dallo sceicco in fuga. Nei video successivi agli attentati alle Torri gemelle e al Pentagono Bin Laden è apparso pallido, provato e con il braccio sinistro semiparalizzato. Nell'ultimo filmato, consegnato al corrispondente di Al Jazeera, a Islamabad, il 29 ottobre scorso, il capo di Al Qaeda, seppure continua a non muovere la mano sinistra, sembra aver superato tutti i malanni di cui soffriva da anni. Terza e sconvolgente rivelazione del documento in possesso della commissione d'inchiesta, ma non pubblicato: alcuni ufficiali dell'Isi erano a conoscenza dei piani di Bin Laden sull'11 settembre. Il nome più citato è quello del generale Hamid Gul, un ex direttore generale dei servizi segreti pachistani, attualmente consigliere della coalizione dei sei partiti religiosi (Mma), che governa due delle quattro province del Pachistan ed è presente in parlamento con il 20 per cento dei deputati. Quindici giorni prima delle stragi di New York e di Washington, il generale Gul si trovava a Kabul. In un'intervista del settembre 2001 nella sua villa di Rawalpindi, il generale ha negato all'inviato di Panorama di aver incontrato Bin Laden durante quel viaggio, ma ha ammesso di essere «un ammiratore» dello sceicco. L'ex direttore della Cia George Tenet ha definito Hamid Gul «l'uomo più pericoloso del Pakistan», mentre un importante esponente politico pachistano lo considera «lo stratega di Bin Laden». Si legge nel rapporto allegato agli atti della commissione d'inchiesta americana: «Le impronte di ogni importante attacco del terrorismo islamista sono sempre ben visibili in Pakistan, fin dalle stragi dell'11 settembre. Tutti i 19 partecipanti sono stati addestrati, hanno risieduto o si sono incontrati per coordinarsi o ricevere soldi da o attraverso il Pakistan. In seguito sempre da questo paese sono passati i terroristi che hanno compiuto attentati in Asia e in Europa». L'affondo finale dell'anonimo autore del dossier riguarda proprio il vertice militare e politico del paese. «Il Pakistan ha raccolto un'enorme messe di soldi e di compiacenti dichiarazioni politiche per la sua apparente cooperazione con gli Stati Uniti, e in questo ha sviluppato un mix di imbrogli e ricatti (inclusi quelli nucleari) per assicurarsi un fiume incessante di concessioni, aiuti e un'elevata soglia di tolleranza internazionale per la sponsorizzazione e l'appoggio concessi al terrorismo islamista». La minaccia che incombe sul mondo intero è l'implosione di uno stato che ha le bombe atomiche e che potrebbe consegnarle ai terroristi internazionali. «È cruciale sapere che, se i gruppi terroristi islamisti riusciranno ad avere accesso ai dispositivi nucleari, l'Isi sarà certamente la fonte. Almeno sei scienziati pachistani collegati con il programma atomico di Islamabad sono stati in contatto con Al Qaeda e con Osama Bin Laden su istruzione dell'Isi» è l'ultima rivelazione di un dossier che andrebbe reso pubblico in tutte le sue parti, anche a costo di cozzare con la ragion di stato.
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