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UCRAINA - L'ONDA ARANCIONE
Oggi Kiev. Domani Mosca?
L'entusiasmo del movimento sceso in piazza per denunciare i brogli elettorali è travolgente. Ma non cancella il problema delle alleanze. Che la futura dirigenza del paese dovrà risolvere cercando un equilibrio tra Europa e Russia. > Mappa dell'Ucraina
di Pino Buongiorno
13/12/2004
URL: http://archivio.panorama.it/home/articolo/idA020001028255
DA KIEV - Dopo l’Ucraina toccherà alla Russia? Non bisogna andare a chiederlo ai giovani del movimento Pora («È l’ora»), accampati dalla notte del 21 novembre nella tendopoli di piazza Indipendenza, a Kiev, assieme a migliaia di babushke, pensionati e lavoratori, che sono affluiti da ogni angolo di questo immenso paese. Per tutti loro, che vivono all’addiaccio da oltre due settimane e sopravvivono di giorno con borscht, salame e tè e di notte con il calore dei corpi avvinghiati, la rivoluzione tinta d’arancione ha un unico obiettivo: liberarsi di un regime, come quello di Leonid Kuchma, dispotico, corrotto e inefficiente. In dieci anni il presidente-satrapo ha arricchito i suoi famigli, mentre ha ridotto oltre la metà dei 48 milioni di ucraini in uno stato di povertà nera pur con un tasso di crescita del pil alla cinese: l’anno scorso ha superato di poco il 14 per cento. «Per tutti noi questa è solo la seconda liberazione dopo l’indipendenza dal comunismo sovietico» gioisce Andrei Gusak, il capo dell’attendamento.

Se si cercano risposte più profonde a questo straordinario fenomeno che sta trasformando dalle fondamenta l’Ucraina, ma che può seriamente cambiare volto anche alla Russia e un domani all’Europa, bisogna bussare all’Accademia Mohiliana, il cuore della rivolta studentesca. È qui che è stato organizzato il primo centro stampa di Viktor Yushchenko, 50 anni, ex governatore della banca centrale, il candidato riformista miracolosamente risorto dopo i brogli elettorali del 21 novembre grazie alla pressione popolare, alla mediazione dell’Unione Europea e al verdetto della corte suprema. Da qui, da via Skovoroda, sono partiti i primi cortei del gruppo Noi camminiamo, diretti verso piazza Indipendenza (Maidan). E dai vari ingressi di questo campus universitario entrano di nascosto gli esponenti politici russi dell’ala liberal per capire se l’onda lunga della volontà popolare a Kiev arriverà a sconfiggere quella democrazia autoritaria che Vladimir Putin sta imponendo da Mosca a Vladivostok. Il più famoso è Boris Nemtsov, che è stato un ex vice primo ministro russo. «Non ho alcun dubbio» dichiara a Panorama Viatcheslav Brukovietsky, il rettore della più antica università dell’Ucraina (1658). «Il movimento arancione influenzerà la politica della Russia nei prossimi 10 anni».

Ex dissidente ai tempi dell’impero sovietico, Brukovietsky si può considerare l’ideologo (e forse qualcosa in più) del movimento che sostiene la candidatura di Yushchenko contro quella del primo ministro di Kuchma, un altro Viktor, di cognome Yanukovich, 54 anni, ex operaio di una fabbrica d’auto con un passato criminale. «Nemtsov è rimasto sorpreso dalla nostra passione democratica. A Mosca, mi ha confidato, di democrazia ce n’è veramente poca di questi tempi» racconta ancora il presidente dell’università che nei prossimi giorni andrà a spiegare al dipartimento di Stato americano il significato vero della rivolta di Kiev. Intanto Brukovietsky e il politologo Mykola Riabchuk tengono a precisare che questa non è una rivoluzione nel senso classico del significato. «Non c’è odio, non c’è aggressività, non siamo al 1917 e nemmeno al 1991» assicura Riabchuk, che è anche condirettore del mensile Krytyka. I ragazzi e le ragazze che si vedono sotto le cupole d’oro del monastero di San Michele sono sorridenti, felici di mostrare il loro simbolo arancione. È come se vivessero una Woodstock di orgoglio nazionale.

«Direi che il movimento arancione è un’evoluzione naturale della rivoluzione del 1991» afferma il rettore dell’Accademia Mohiliana. «Dopo l’indipendenza abbiamo vissuto una breve stagione di euforia per ritornare all’autoritarismo di stampo sovietico. Il guaio per Kuchma e per i suoi clan oligarchici è che nel frattempo è cresciuta una generazione di ucraini che non vuole più subire angherie e vessazioni e crede nel processo elettorale trasparente. Questa è l’avanguardia dell’attuale protesta e questa sarà la futura classe dirigente della nuova Ucraina».

A Kiev tutti sostengono che sarà un percorso lungo, difficile. «Ma indietro non si torna più» prevede Volodymyr Polokhalo, il più noto politologo ucraino, direttore della rivista Pensiero politico. «Movimenti di tali dimensioni non si possono più fermare. Né si può dire che siano eterodiretti dalla Cia, dal finanziere George Soros o dalla Polonia. Questo può essere successo in Serbia o in Georgia. Da noi no. Anche se non mi nascondo che l’attuale cricca al potere proverà ancora a mettere i bastoni fra le ruote e gli oligarchi arricchiti da Kuchma faranno di tutto pur di non perdere i soldi che hanno rubato e non finire in prigione».
La minaccia più seria è la separazione delle province orientali filorusse da quelle occidentali filoeuropee. Putin e i suoi servizi segreti stanno provando a fomentare le divisioni. Gli stessi clan paramafiosi di Donetsk sono tentati dai referendum indipendentisti come ultima risorsa. Eppure, spiegano i più affermati politologi ucraini, la rottura dell’unità statale sembra solo un miraggio. E se il presidente russo dovesse davvero puntarci, come ha fatto in Moldova con la Transnistria e in Georgia con l’Abkhazia, andrebbe incontro a un fallimento. «Secondo tutti i sondaggi indipendenti solo il 5 per cento degli ucraini è favorevole a staccarsi dalla madrepatria» sostiene il politologo Riabchuk.

Quasi certo è invece il progressivo avvicinamento all’Unione Europea e alla Nato. Più alla prima che alla seconda, conferma a Panorama Volodymyr Yevtukh, ex ambasciatore dell’Ucraina in Italia e attuale preside della facoltà di sociologia dell’Università nazionale Taras Shevchenko. «L’Alleanza atlantica è vista ancora con sospetto dalla stragrande maggioranza della popolazione perché ricorda la guerra fredda».

L’Europa invece è un sogno non più segreto, ma che si vuole coronare senza alcuna fretta. Gli stessi collaboratori di Yushchenko, che si sentono già la vittoria in tasca, a 15 giorni dal voto di Santo Stefano parlano di un periodo di almeno 10 anni prima che l’Ucraina possa entrare nell’Ue. Il vero punto interrogativo riguarda il vicino Orso russo. Come evitare le sue zampate?
Se si parla direttamente con il candidato riformista e filoccidentale, la prima cosa che Yushchenko dice è che «nessuno qui ha in testa di rompere i rapporti con la Russia. Anzi, andranno migliorati». I gasdotti provenienti dalla Siberia, che attraversano l’Ucraina per portare il gas in Europa, sono vitali per l’economia di questo paese sottosviluppato. Così come non si può rinunciare all’affitto della base navale di Sebastopoli, quartier generale della flotta russa. E nemmeno si possono trascurare i legami etnici di una buona fetta della popolazione. E ancora nessuno può dimenticare che per Mosca ancora oggi l’Ucraina è «la culla della Russia» come lo fu in pieno Medioevo con la nascita del Rus del principe Volodymyr.
La scommessa della futura dirigenza riformista è mantenere un delicato equilibrio fra Europa e Russia senza appiattirsi né sull’una né sull’altra. Dopotutto Ucraina significa letteralmente terra di frontiera. E quando si è sulla linea di confine fra est e ovest ci sono solo due possibilità: essere schiacciati o diventare determinanti nella geostrategia dell’Eurasia. I 200 mila che ogni giorno affollano piazza Indipendenza e i tanti bambini che nasceranno fra nove mesi con il nome Maidan vogliono un’Ucraina risorta che rimanga arancione: il colore di chi si ribella alla dittatura, ma senza violenze, con dignità e allegria.


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