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TESTIMONIANZE DALLA TERRA SANTA: IL GRAN MUFTÌ E IL RABBINO DEL MURO DI GERUSALEMME
Karol rimpianto da musulmani ed ebrei
«Diceva che non c'è pace senza giustizia. Era un uomo di Dio e la sua scomparsa è un lutto non solo per i cattolici ma per l'intero mondo».
di Giovanni Porzio
8/4/2005
URL: http://archivio.panorama.it/home/articolo/idA020001030188
Lo sceicco Ekrima Said Sabri, Gran muftì di Gerusalemme e della Terra santa, massima autorità spirituale dei musulmani di Palestina, accolse nella moschea di al-Aqsa Giovanni Paolo II durante il pellegrinaggio del marzo 2000.

Qual è il ricordo più vivo che conserva del suo incontro con il Pontefice?
La determinazione con cui sosteneva il principio che non c'è pace senza giustizia. Era un uomo di Dio. La sua scomparsa è una perdita non solo per i cristiani ma per l'intero mondo. Mi auguro che il suo successore proseguirà sul sentiero del dialogo e della tolleranza tracciato da questo Papa.

I rapporti tra i palestinesi e la Santa sede sono sempre stati molto stretti. Yasser Arafat incontrò più volte il Papa e l'accordo siglato tra il Vaticano e l'Olp delinea per Gerusalemme uno «statuto speciale» per la culla delle tre religioni monoteistiche. Condivide questa posizione?
Mi sono trovato d'accordo con il Papa quando ha sottolineato la sacralità di Gerusalemme, il suo significato universale. E abbiamo parlato dei tentativi israeliani di fagocitare la zona araba e musulmana della città. Sia noi sia la Santa sede condanniamo l'occupazione illegale dei territori palestinesi e sosteniamo che è necessario applicare le risoluzioni dell'Onu. Ma Israele si rifiuta di accettarle.

Che cosa unisce cristiani e musulmani? E cosa li divide?
Viviamo insieme da 15 secoli. Camminiamo sulla stessa strada. Crediamo negli stessi principi di pace, giustizia e tolleranza. Per noi Cristo non è morto sulla croce e l'Islam non è solo una religione, è anche un codice giuridico e sociale. Noi siamo contrari all'aborto ma non al controllo delle nascite. Ciò che davvero conta, però, è lo spirito di collaborazione, la volontà di superare le differenze che il Papa ha sempre manifestato.

E gli ebrei?
Sono ahl al-Kitab, gente del Libro, come noi e i cristiani. Abbiamo il massimo rispetto per la religione ebraica, che ha tanti punti in comune con la nostra. Ci battiamo contro la politica di Israele, contro l'occupazione delle nostre terre, contro il proliferare delle colonie. Non contro l'Ebraismo.



«È stato il primo papa a metter piede in una sinagoga. Di lui ricordo l'umiltà, il rispetto, la ricerca incessante di pace e comprensione».

Shmuel Rabinovitch, rabbino del Kotel, il Muro del pianto, sfiora con le labbra una delle antiche, colossali pietre dove i fedeli sostano in preghiera e raccoglimento. «Qui Giovanni Paolo II appoggiò le mani» ricorda. «E in questa fessura del Muro, come facciamo noi ebrei, introdusse il betek: la sua richiesta di pace e di tolleranza tra le religioni».

Quale significato ha avuto per voi la visita del Papa?
La sua fu una decisione coraggiosa. Questo è il centro spirituale dell'Ebraismo, il fulcro della nostra fede. E in quell'occasione il Pontefice dimostrò di essere una persona dotata di una sensibilità straordinaria: si presentò senza i simboli cristiani, come la croce, rispettando tutte le norme del nostro culto.

L'origine polacca ha secondo lei influito sull'attitudine del Papa nei confronti degli ebrei?
L'esperienza del nazismo e delle persecuzioni contro gli ebrei non può averlo lasciato indifferente e ha certamente avuto un peso sulla sua formazione. Ma credo che un'importanza ancora maggiore si debba attribuire al suo innato senso di responsabilità e alla chiara ispirazione che lo ha sempre guidato: l'umiltà del perdono, la ricerca incessante della pace e della comprensione, tra gli individui e tra i popoli. Ha reso la religione molto più affascinante anche per i giovani.

In che modo ha contribuito a migliorare i rapporti tra gli ebrei e la Chiesa cattolica?
Durante il suo pontificato, nel 1993, il Vaticano ha riconosciuto ufficialmente lo stato di Israele e Giovanni Paolo II è stato il primo papa a mettere piede in una sinagoga, a Roma. È stato un ponte tra i nostri due popoli. Con il suo magistero ha ridotto al minimo la probabilità che gli orrori del passato possano ripetersi. Gli dobbiamo lo stesso rispetto che ha dimostrato nei nostri confronti.

Che cosa si augura dal successore di Giovanni Paolo II sul soglio di Pietro?
Che prosegua sul largo cammino tracciato da Karol Wojtyla. E che ci restituisca alcuni dei tesori ebraici custoditi in Vaticano, come i Kitveh Yad, i manoscritti dei grandi rabbini del passato.
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