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Panorama   Archivio   Pių duri con Teheran e i fondamentalisti

PARLA GIANFRANCO FINI

Pių duri con Teheran e i fondamentalisti

Pino Buongiorno   6/2/2006

Il ministro degli Esteri anticipa la nuova strategia: secco no ai progetti nucleari degli ayatollah, da tenere sotto pressione; politica Ue comune, non decisa da tre soli paesi. E su Hamas...

«Si sta formando un quadrilatero pericoloso. C'è la Siria, che non dà tutte le garanzie che la comunità internazionale richiede. C'è la presenza armata di Hezbollah in Libano. C'è l'Iran di Mahmoud Ahmadinejad. E ora c'è anche il governo palestinese di Hamas.
È doveroso essere preoccupati di fronte a questo quadro».
Il ministro degli Esteri Gianfranco Fini vede la situazione in Medio Oriente «cambiata in peggio in pochissime settimane».
Il radicalismo oggi impera in una regione già instabile. In questa intervista esclusiva a Panorama Fini delinea le aree di maggiore rischio e spiega le contromisure in atto nella comunità internazionale per evitare il baratro.

Il dossier sul nucleare iraniano passa da Vienna, dall'Agenzia atomica internazionale, al Consiglio di sicurezza dell'Onu, a New York. Lei aveva auspicato questa necessità già alcune settimane fa. Che cos'è? Preveggenza o solo buone informazioni dopo il recente viaggio a Washington?
Né l'una né l'altra cosa. Il problema era far comprendere all'Iran che non c'era più spazio per ambiguità. Non c'è alcuna garanzia al momento che Teheran non stia dando corso a un piano nucleare finalizzato anche a scopi militari. E questo, alla luce di quanto ha dichiarato il presidente Ahmadinejad sulla necessità di cancellare Israele dalla mappa geografica, è un lusso che la comunità internazionale non si può permettere.

Per concordare il trasferimento della questione iraniana a New York sono stati determinanti i sì di Russia e di Cina.
È estremamente positivo che la comunità internazionale abbia trovato una sostanziale unità in una materia così delicata. In particolare la Russia ha capito che l'onere della prova è sulle spalle di Teheran. È insomma un serio avvertimento di tipo politico.

Da alcuni mesi il governo italiano ha cambiato atteggiamento nei confronti di Teheran, rinunciando a qualsiasi ruolo di mediazione. Come mai?
Non siamo cambiati noi, ma l'Iran di Ahmadinejad. Nello stesso momento in cui abbiamo assunto una posizione così netta sapevamo di incorrere in proteste e rimostranze da parte di Teheran. Siamo convinti che difendere l'interesse nazionale sia doveroso, ma nei confronti di un paese come l'Iran questo deve avvenire nel quadro della comunità internazionale, quindi non abbiamo avuto esitazione a farlo.

Molte banche estere, molte multinazionali hanno cominciato a tagliare ogni legame con l'Iran. L'Italia continua a essere invece il primo partner commerciale. Non è venuto il momento di invitare le imprese italiane a fare come l'Ubs svizzera o la General Electric?
Chi ha investito in Iran sapeva perfettamente che andava in un paese con potenzialità, ma anche con rischi. Detto questo, mi auguro che proprio la fermezza dimostrata dalla comunità internazionale induca la leadership iraniana ad avere una posizione molto più costruttiva, soprattutto se ambisce ad avere un ruolo di potenza regionale.

Lei è favorevole all'applicazione di sanzioni contro l'Iran e anche, se necessario, all'embargo petrolifero?
La storia purtroppo insegna che le sanzioni, in particolare quelle economiche, finiscono per ritorcersi contro il popolo più che contro il regime.

Che cosa fare dunque? Sarebbe favorevole, per esempio, a vietare i viaggi all'estero dei dirigenti iraniani o a chiudere gli spazi aerei alla compagnia di bandiera di Teheran?
Sono favorevole a tutte le misure, scandite incisivamente nel tempo, che facciano capire che non c'è ostilità nei confronti del popolo iraniano, ma solo fermezza nei confronti di questa classe dirigente. E soprattutto non c'è la disponibilità ad accettare un comportamento così ambiguo del governo di Teheran.

Si arriverà a usare la forza militare per fermare i progetti nucleari a scopo certamente non pacifico dell'Iran?
Nel mio ultimo viaggio a Washington il segretario di Stato Condoleezza Rice ha ribadito che sul tavolo del presidente ci sono sempre, e ha sottolineato sempre, tutte le opzioni. Ma ha anche aggiunto che l'amministrazione Usa continua a ritenere che la questione iraniana debba essere affrontata per vie diplomatiche.

A proposito di diplomazia: il compito del terzetto europeo è finito e ora tocca all'intera Unione Europea, compresa dunque l'Italia, assumersi l'onere di continuare i nuovi negoziati?
Non si tratta di votare la sfiducia alla troika europea. Si tratta di prendere atto che la situazione è oggettivamente mutata in gravità e che, a tutela degli interessi europei, chi va a trattare concordi prima con tutti i ministri dell'Ue le proprie azioni e non, come è accaduto finora, riporti a noi quello che è successo al tavolo delle trattative. Insomma, ci deve essere un più stretto e costante coordinamento fra i paesi. Questo abbiamo chiesto e questo abbiamo ottenuto.

Il braccio di ferro con l'Iran non potrebbe portare a una recrudescenza degli attacchi terroristici e anche a una ritorsione nei confronti dei soldati italiani in Iraq e in Afghanistan da parte dei gruppi radicali, come Hezbollah o l'esercito del Mahdi, legati a Teheran?
Il rischio del terrorismo c'è sempre, è nelle cose, è connesso alle derive dell'integralismo islamico e bisogna fare tutto il possibile per allontanarlo. Non è collegato alla necessità di fermezza nei confronti dell'Iran, anche perché le autorità iraniane sono consapevoli che, qualora ci fossero le prove di collegamento organico con eventuali attentatori, si metterebbero in una condizione insostenibile. Il caso della Siria e dell'inchiesta Onu per l'omicidio dell'ex premier libanese Rafik Hariri deve far riflettere.

Tutto il Medio Oriente, dall'Iran all'Egitto, si è radicalizzato in pochissimi mesi. La vittoria di Hamas nelle elezioni palestinesi è solo l'ultima affermazione di un'organizzazione definita terrorista dall'Ue. La battaglia per la democrazia nel mondo musulmano è persa?
Se facciamo l'errore di ritenere che la democrazia sia semplicemente andare al voto, rischiamo di alienarci definitivamente i musulmani. La democrazia è innanzitutto la condivisione dei valori, primo dei quali è il rispetto della dignità della persona umana, e quindi di conseguenza il rispetto per le donne, per tutte le libertà civili e religiose, il rispetto delle istituzioni e quindi il primato della legge. Da parte occidentale significa rispettare le identità proprie dei musulmani.

Hamas è la pietra tombale sul sogno di uno stato palestinese?
La prima a essere danneggiata dal voto a favore di Hamas è la causa palestinese. Perché se Hamas si ostina a non riconoscere lo stato d'Israele, se nega la road map, se auspica l'introduzione della sharia, è evidente che lo stato palestinese si allontana nel tempo.

In gergo diplomatico, lei vede «finestre di opportunità» con la leadership di Hamas?
Non c'è un leader riconosciuto come tale, non c'è insomma l'Arafat di Hamas. Ci sono tanti leader e le loro prime mosse e dichiarazioni non fanno ben sperare. E non parlo solo di generiche dichiarazioni, più o meno accettabili, ma di atti concreti, come il riconoscimento d'Israele, il ripudio del terrorismo e l'accettazione degli accordi della road map.

Ci sono due situazioni che corrono parallele: la comunità internazionale contro l'Iran, la stessa comunità contro Hamas. Si va verso un muro contro muro?
Sono un realista e non mi sfugge l'oggettiva gravità di tutta la situazione.

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