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Panorama   Archivio   La collezionista di ossa

PERSONAGGIO - L'ANGELO VENDICATORE DELLE STRAGI

La collezionista di ossa

Marco De Martino  15/5/2006

Clea Koff è un'antropologa forense e, dall'Africa ai Balcani, ha incastrato decine di criminali di guerra. Come? Entrando nelle fosse comuni e studiando gli scheletri.

Scende nelle fosse comuni come un angelo vendicatore, con il sorriso sulle labbra e un unico pensiero, rivolto ai cadaveri: «Stiamo arrivando, stiamo per portarvi via di qui». Prima ricompone i teschi con i loro scheletri, poi scava fino a dove ci sono corpi mummificati, infine arriva al livello di quelli che si stanno decomponendo. Nessuno conosce l'odore del genocidio meglio di Clea Koff: lo ha annusato in Ruanda, Bosnia, Kosovo, ora aspetta che la chiamino per andare in Sudan.

Se le chiedete come fa, cosa le dà la forza necessaria per passare giorni interi a scavare le colline dove sono sepolti centinaia di cadaveri, lei sorride di nuovo: «Solo il mio lavoro permette a chi è morto di incriminare il suo carnefice, e di farlo proprio quando lui meno se lo aspetta, quando pensa di averla fatta franca».
Sul suo biglietto da visita c'è scritto antropologa forense, ma dopo avere letto la sua storia (che la Sperling & Kupfer pubblica con il titolo La memoria delle ossa) è chiaro che Clea Koff è una detective specializzata in indagini nell'aldilà. Grazie a lei oltre 40 criminali di guerra sono finiti davanti al tribunale internazionale delle Nazioni Unite: in fondo al suo libro ne elenca alcuni, e si capisce che lo fa con una certa soddisfazione.

Nata in Gran Bretagna da padre americano e madre della Tanzania (entrambi impegnati nella difesa dei diritti civili), Clea è cresciuta tra Los Angeles e il Kenya. Da bambina sfidava le scimmie per rubare le ossa di animali che poi si divertiva a pulire a casa: «Non so come è nata questa passione, ma vedo come si è evoluta» dice iniziando a raccontare la sua storia a Panorama. «Dieci anni fa, quando ho cominciato a lavorare in Ruanda, non avevo problemi a maneggiare le ossa dei bambini, ora è più difficile farlo senza pensare a chi li ha uccisi. Senza cercare di comprendere come si possa compiere un atto del genere».

Facendo il suo lavoro è mai riuscita a capire perché si scatena un genocidio?
A differenza di quanto si pensa, i massacri non nascono mai da sommosse spontanee. Nelle fosse dove sono stati sepolti i morti di Srebrenica abbiamo trovato chilometri di filo di ferro usato per legare le mani delle vittime. Per uccidere tanta gente in così poco tempo occorre pianificazione, è necessaria una decisione politica che sempre è presa da pochi. Quelli vanno fermati.

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La fossa comune di Ovcara, presso Vukovar, in Croazia

Non c'è anche una motivazione razziale in crimini tanto atroci?
Penso che quella sia la retorica ufficiale usata per incitare la gente a uccidere. Gli hutu non hanno massacrato i loro vicini solo perché erano tutsi, ma per prendere i loro terreni. E negli anni Novanta la pulizia etnica in Kosovo non avvenne per vendicare una battaglia del 1389, come diceva Slobodan Milosevic.

Che cosa ha provato quando ha saputo della morte di Milosevic dopo tutti gli sforzi che c'erano voluti per incriminarlo?
All'inizio tristezza: sapevo che era malato da tempo, ma non mi aspettavo che morisse così in fretta. Poi i miei sentimenti sono cambiati quando ho sentito che i suoi familiari discutevano su dove seppellirlo, se nella sua città natale o vicino alla moglie in Russia. Allora, di nuovo, ho sentito una forte rabbia: ho pensato alle migliaia di persone i cui familiari sono stati uccisi per colpa di Milosevic e che dopo dieci anni non hanno ancora visto le spoglie dei loro cari.
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La fossa comune di Ovcara, presso Vukovar, in Croazia
È per lenire la sofferenza dei familiari delle vittime che ha scelto questo lavoro?
Restituire il corpo delle vittime ai familiari è un atto di giustizia, il primo in attesa dei verdetti. Trovo insopportabile l'idea di essere sepolti dai propri assassini.

Ma non pensa che il tribunale internazionale ci metta troppo tempo a deliberare?
No, la lunghezza fa parte dell'accuratezza della ricostruzione del caso. C'è più giustizia in questo modo di procedere che a Guantanamo.

Ci sono misteri che le sue indagini non sono riuscite a risolvere?
Sì, quello delle vittime di Kibuye, in Ruanda. Molte donne, quasi la metà bambini, tutti uccisi da un colpo di machete in testa. Ma nessuno di loro presenta ferite da difesa alle braccia. Come se la rassegnazione fosse così grande da impedire la minima forma di ribellione. Come se non potessero immaginare che i delitti così efferati di cui avevano sentito parlare alla radio potessero accadere veramente.

Il suo lavoro può diventare routine?
Lo è per forza di cose nella parte scientifica, che consiste nel dare un'identità a chi l'ha persa. Per farlo è necessario agire con metodo. Prima dobbiamo ritrovare tutte le ossa rimaste, e spesso non è facile perché è passato molto tempo e gli animali o le intemperie hanno mosso i resti: è come mettere assieme un puzzle. Poi bisogna determinare l'età, guardando lo stato di usura delle articolazioni, ma anche delle ossa di braccia e gambe. Per accertare il sesso osserviamo le ossa pelviche, e ci sono sistemi anche per individuare l'origine etnica delle vittime.

Quali sono i momenti più difficili?
È quando una scarpa, un pezzo di abito o il racconto di un familiare mi inducono a immaginare la storia degli scheletri su cui lavoro: allora la mia imparzialità di scienziata non regge al dolore. E talora mi lascio andare. Ho imparato a non leggere le testimonianze dei sopravvissuti. Altrimenti finisco per identificarmi nelle vittime negli ultimi attimi della loro vita.

Nel suo libro racconta di essere stata perseguitata dagli incubi: li ha ancora?
Sì. E ne sono molto sorpresa. Poche notti fa ho sognato di essere rincorsa da un gruppo di assassini che mi sparavano. E il terrore che ho provato è lo stesso che ho avuto in Ruanda quando con i miei colleghi ho assistito a un omicidio.

Cosa fa tra una missione e l'altra?
Ho fondato un'organizzazione che si ripromette di identificare i circa 40 mila corpi senza nome che sono stati trovati negli Stati Uniti. È lo stesso metodo usato in Bosnia, dove ai familiari dei desaparecidos si chiedono informazioni sul corpo dell'amato, e con quelle si riesce talora a risalire a uno degli scheletri trovati nelle fosse comuni. È un servizio fondamentale perché non sapere cos'è successo a un amico o a un familiare scomparso è doloroso per chi vive in California come per chi ha vissuto la guerra a Tuzla: non possiamo permettere che così tanti corpi restino senza nome.

È religiosa?
No, ma sono certa che nei posti dove ho scavato le fosse comuni era rimasta una traccia dei morti. Lo spirito, direbbe qualcuno, ma io non ne sono sicura.

E lei dove vorrebbe essere sepolta?
Ci penso spesso. Spero di essere sepolta dai miei cari. Mi piacerebbe riposare in una cripta, ma è una decisione recente. Da piccola la mia ambizione era diventare uno di quegli scheletri che si usano nelle università per studiare anatomia. Poi ho saputo come vengono trattati quei corpi. E ho cambiato idea.

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