MADE IN ITALY ALL'ATTACCO - INDIA
Il nuovo eldorado
Maurizio Tortorella 1/2/2007
Mentre sta per partire la missione del governo e della Confindustria per Delhi, molte piccole e medie imprese stanno già sbarcando nel Paese. E scoprono che può essere più interessante della Cina.
Una popolazione censita di quasi 1,1 miliardi di abitanti, per il 40% sotto i 15 anni di età; ma anche un numero incalcolabile di sbandati e di senzatetto, del tutto esclusi dai controlli dei demografi. Circa 300 milioni di «benestanti», ai quali ogni anno si aggiunge un esercito di 25 milioni di «affluenti»; ma anche 400 milioni di disperati che sopravvivono con un reddito inferiore a 1 dollaro al giorno. Più di 360 mila laureati all’anno solamente nelle facoltà di ingegneria e 1,7 milioni di diplomati nei licei scientifici; ma anche oltre 300 milioni di analfabeti totali. Almeno 24 milioni di nuovi contratti di telefonia mobile ogni 12 mesi; ma anche 40 mila bambini che nello stesso periodo spariscono senza lasciare traccia, e 100 mila nuovi malati di lebbra, e 13 mila morti solo per infezioni di rabbia.
Le statistiche possono descrivere un Paese, ma questi numeri danno solo una pallida idea di quel folle frullato di ricchezza e povertà che è l’India. Con una crescita dell’8% nel 2006, che nel 2007 e nei tre anni successivi si stima resterà vicina all’8,5%, piazzandola al secondo posto al mondo dopo la Cina. Però in molti sono convinti che, ancora più che a Shanghai o a Hong Kong, il mercato del futuro sia tra Delhi e Mumbai e quindi sia qui che adesso conviene produrre o vendere: per questo, da due anni il Paese è attraversato da centinaia di missioni commerciali e imprenditoriali, molte delle quali italiane, e qui tra il 10 e il 14 febbraio sbarcherà la delegazione del governo e della Confindustria, con oltre 300 imprenditori.
Tutti, da ogni parte del globo, scommettono sull’espansione dell’India, che è esplosa 15 anni anni dopo il varo di un grande programma di liberalizzazioni e detassazioni. Così centinaia di aziende italiane, grandi e piccole, si sono già mosse o si stanno muovendo con un tempismo molto superiore a quello impiegato nei confronti della Cina e battono le stesse piste seguite decine di anni fa da Piaggio, Fiat, Italcementi, Ansaldo, Pirelli, Luxottica: sembrano aver capito che il «vantaggio in India», per parafrasare il titolo del famoso romanzo di Edward Forster, va sfruttato ora. Così, una volta tanto, gli italiani sono in prima posizione: «Sì, siete nel posto giusto al momento più giusto»: questo ha detto Kamal Nath, il potente ministro indiano del Commercio estero e dell’Industria che il 15 gennaio ha incontrato una ventina di imprenditori lombardi guidati dal governatore Roberto Formigoni. E ha ricordato orgogliosamente che la produzione industriale in novembre è salita del 14,4%.
PUBBLICITÀ E BAMBINI SEMINUDI
Certo, a prima vista il Paese spiazza, proprio come le sue statistiche: per le strade, pochi metri sotto i rutilanti cartelloni luminosi che pubblicizzano cellulari e banche d’affari, frotte di bambini seminudi chiedono la carità mentre i loro genitori dormono sul marciapiede. E 100 mila mezzi pubblici neri e gialli nello Haryana, lo Stato di Delhi, viaggiano ecologicamente a gas metano, ma si scontrano con livelli di inquinamento umano e industriale senza paragoni. Del resto, per restare al paradosso, una corsa urbana di 15 minuti in taxi costa in media 25 rupie (meno di mezzo euro), mentre un litro di super ne costa 56 (un euro esatto).
Agli imprenditori che dall’Italia atterrano a Delhi con il volo quotidiano Alitalia da Milano o da Roma, e da gennaio anche col nuovo collegamento tra le due capitali affidato a Eurofly, l’India può sembrare un continente difficile. E in parte lo è, con i suoi 29 Stati federati e con i 6 territori amministrati direttamente dal governo centrale: «Lo sanno bene i nostri produttori di vino» dice Giancarlo Lamio, attaché commerciale dell’ambasciata italiana a Delhi, «che devono registrare ogni etichetta separatamente in tutti gli Stati, pagando dazi ogni volta diversi ma elevati».
Burocrazia e tasse d’importazione mediamente al 35% sono i due ostacoli principali alla penetrazione estera, insieme con le infrastrutture inadeguate, soprattutto stradali ed energetiche. Ma queste si stanno trasformando in business internazionale. Il governo nel 2006 ha lanciato un programma per 7 mila chilometri di autostrade e nel 2007 produrrà 36 mila megawatt in più per coprire quell’8% di domanda elettrica che non riesce a soddisfare: il piano energetico, con un nome tra l’ingenuo e l’entusiasta, «Ultra-mega project», prevede centrali a gas, idroelettriche, nucleari. E ha scatenato l’appetito anche di francesi e tedeschi.
TANTE PICCOLE IMPRESE
La struttura industriale indiana, invece, è un elemento positivo soprattutto per le nostre piccole e medie imprese, perché sembra la fotocopia di quella italiana: ci sono alcuni grandi gruppi, come la conglomerata automobilistico-siderurgico-alimentare Tata o il colosso informatico Infosys che fattura 2 miliardi di dollari, e poi una miriade di piccole e minuscole imprese. Questo tessuto oggi è forte soprattutto nel tessile, gravato fino a 20 anni fa dal divieto – imposto da Indira Gandhi – di produrre con telai non artigianali; ma lo è anche nella chimica-farmaceutica, nella meccanica, nella gioielleria.
Ora però servono integrazioni internazionali e per fare il salto la tecnologia italiana è molto apprezzata. Mentre i rischi tipici del mercato cinese, in India, scendono a livelli accettabili, e non solo per l’uso diffuso della lingua inglese ma anche per un sistema giudiziario lento, però efficace: «Qui la contraffazione quasi non esiste» dice Fabio Marazzi, avvocato bergamasco da cinque anni a Delhi con lo studio M+India. «E rispetto alla Cina c’è molto più rispetto delle leggi».
I contratti, inoltre, prevedono quasi sempre la possibilità di arbitrati: e questi, grazie a un positivo retaggio dei due secoli di colonizzazione inglese, si discutono davanti all’autorevole Camera arbitrale di Londra. In più, la trattativa per una joint venture con gli indiani è più veloce di quanto lo sia con partner cinesi: dura non più di sei mesi. Chi poi decide di aprire in proprio un insediamento produttivo e sceglie di farlo in una «Sez», cioè una delle Special economic zone sulle quali il governo di Delhi sta basando il lancio del Paese (vedere box a destra), ottiene importanti vantaggi fiscali: oltre alla detassazione totale per i primi cinque anni e parziale per i successivi cinque, chi riesce a sviluppare alte quote di esportazione ottiene altri incentivi e agevolazioni. Se poi l’azienda promuove una Sez, ottiene l’esenzione della tassa sul reddito per un periodo da 10 a 15 anni.
Anche grazie alla ricchezza creata dalle Sez e all’espansione dei consumi, in gennaio l’inflazione è salita al 6%: un record. E i salari industriali, che pure lo scorso anno sono cresciuti in media del 13,8%, restano bassissimi rispetto all’Italia: da un ventesimo a un decimo, a seconda dei settori. I comparti più promettenti per Sergio Sgambato, direttore generale della Camera di commercio italo-indiana di Mumbai, sono l’arredamento, l’immobiliare (soprattutto per il boom delle nuove case nel Sud) e l’agroalimentare: «Raccolta e distribuzione agricola» spiega Sgambato «oggi sono al 70% pubbliche, ma le privatizzazioni corrono».
E il sistema industriale locale riesce a trasformare solo il 2-3% dei 150 milioni di tonnellate di frutta e verdura che ogni anno escono dai campi, o dei 212 milioni di tonnellate di cereali, o dei 91 milioni di tonnellate di latte che fanno dell’India il primo produttore al mondo. In questi settori la nostra industria trasformatrice e del freddo ha possibilità superiori a quelle di altri Paesi occidentali. L’ultimo settore che si è aperto agli investimenti esteri è quello dei negozi monomarca, dove il governo dal 2006 permette agli stranieri di avere il 51% di una società di distribuzione. La novità apre la strada alle grandi e piccole case della moda made in Italy. Anche per loro, il «vantaggio in India» non è più solo una possibilità statistica.





