Oltre Wikileaks: Bradley Manning, il soldatino che si fece spione

Un’infanzia difficile, genitori alcolizzati, l’omosessualità nascosta. Poi lo stress in Iraq e il punto di rottura che lo hanno spinto a diffondere esplosivi segreti di stato americani. Ora rischia 25 anni di carcere

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di Redazione

di Mattia Ferraresi

I 48 testimoni che l’avvocato di Bradley Manning ha chiesto di poter presentare all’udienza preliminare non ci saranno. Non tutti, almeno. A comparire in un’aula del Maryland davanti a una corte militare saranno soltanto quelli approvati dall’accusa, in questo caso il governo degli Stati Uniti d’America, mentre tutti gli altri non sono stati autorizzati. Non ci saranno nemmeno Barack Obama e Hillary Clinton, convocati dal combattivo avvocato David Coombs per dare conto dell’atteggiamento preventivamente colpevolista nei confronti di Manning, cosa che secondo il legale influenza il giudizio pubblico e quello della corte, danneggiando enormemente il suo assistito. Una nota del tribunale militare dice che "le loro testimonianze non sono rilevanti ai fini dell’indagine e servirebbero soltanto a distrarre l’attenzione dalle questioni che contano".

Le questioni che contano sono i 22 capi d’accusa che pendono sulla testa di Manning, il 24enne analista militare che ha passato a Wikileaks centinaia di migliaia di documenti riservati, dalla famosa strage degli Apache americani in Iraq (di cui peraltro aveva già parlato David Finkel del Washington Post, ma il filmato è quello che conta) fino ai cablogrammi del dipartimento di Stato. Fra le imputazioni c’è aiding the enemy, intelligenza con il nemico, un’accusa che secondo la legge marziale può condurre alla pena capitale.

I procuratori militari hanno già spiegato che nemmeno nella più dura delle ipotesi Manning finirà nel braccio della morte: c’è un groviglio di sentimenti troppo fitto attorno a questa gola profonda in versione cibernetica che non ha la patina drammatica di un Mark Felt o un Daniel Ellsberg, gli storici whistleblower del giornalismo americano.

Quella del passaggio di informazioni riservate a Julian Assange è una storia in cui frustrazione, instabilità, incomprensione, resipiscenza e persino noia si mischiano in un composto inscindibile; i confini fra la vita privata di Bradley e quella pubblica del soldato Manning sono scomparsi in quei mesi di alienazione informatica in una base della 10th Mountain Division alla periferia di Baghdad, quando l’identità hacker del giovane analista ha preso il sopravvento su quella di leale servitore della patria. Nel novembre del 2009 ha contattato per la prima volta il canuto attivista australiano che lo aveva stregato con una frase: "Ogni volta che siamo testimoni di qualcosa che riteniamo ingiusto e non facciamo nulla, diventiamo complici dell’ingiustizia".

Attraverso SiprNet, la rete riservata dell’intelligence, Manning aveva scoperto segreti sconvenienti per il governo americano, quello stesso governo che gli aveva dato la possibilità di impiegare il suo talento di hacker in modo proficuo, ma allo stesso tempo aveva annullato la sua seconda identità, quella che entra in azione davanti alla tastiera, per spedirlo in un angolo remoto del mondo. "Mi hanno rimosso dal mio io digitale" si lamentava Manning via chat con una internauta (in realtà un ragazzo con un io digitale femminile). Nella stanza della base Hammer, un fazzoletto sovraffollato dove "non potevi muoverti di un centimetro senza dover dire 'mi scusi signore'", il gracile soldato più versato per la tastiera che per la mitragliatrice era costretto a lavorare anche per 14 ore di fila. Era sotto pressione, solo, orfano della sua identità, circondato da colleghi che sempre più apertamente lo osteggiavano per quella che ora appare come la chiave del suo disagio: l’identità sessuale.

Manning manifestava da anni la propria omosessualità. A uno psicologo dell’esercito aveva detto di «sentirsi donna», tanto che aveva preso informazioni sull’operazione chirurgica per cambiare sesso. Più di tutto, però, lo terrorizzava l’idea di essere emarginato dalla comunità, di essere additato come diverso e considerato strambo dai colleghi. Per questo ora i legali del giovane vogliono basare la strategia difensiva sul suo stato emotivo corroso dalle incomprensioni della famiglia prima e dell’esercito poi. Invece di aiutare Manning a trovare un equilibrio psicologico, dice l’avvocato, l’esercito ha continuato a metterlo sotto pressione inviandolo in Iraq, sebbene gli assistenti psicologici l’avessero sconsigliato.

D’altra parte Manning non aveva fatto molto per nascondere i suoi tratti femminili né per nascondere la sua avversione alla politica del don’t ask don’t tell istituita da Bill Clinton, quella che impediva ai gay dichiarati di arruolarsi nell’esercito. La stessa che Obama ha annullato dopo anni di battaglie civili.

Non aveva nascosto nemmeno la relazione con Tyler Watkins, il suo ex ragazzo (così lo chiamava Manning su Facebook) al quale, un mese prima di inviare i primi file ad Assange, durante una licenza aveva confidato il suo progetto di sbugiardare il governo per il quale lavorava. Il primo cable inviato a Wikileaks è Reykjavik 13, il "documento di prova": un report dell’ambasciata americana in Islanda senza contenuti politici devastanti, ma con un buon numero di quei dettagli che i diplomatici si curano di comunicare in modo riservato ai propri ministeri. Di questo genere di cose, più che degli scoop sconvolgenti, s’è nutrito Wikileaks. Il documento di prova è piaciuto ad Assange, che fino a quel momento era un hacker filosofo intransigente tanto sulla trasparenza quanto sulla giustizia ma che non aveva ancora trovato l’alchimia giusta per far decollare il proprio sito.

Manning e Assange sono elementi complementari della storia che ha cambiato per sempre il mondo dell’informazione: uno ha bisogno dell’altro per riscattare la sciatteria del presente, i fallimenti professionali, l’indifferenza del padre, l’alcolismo della madre e l’emarginazione sociale; l’altro ha bisogno del primo per dare una sovrastruttura ai suoi ideali. Non è un caso che nella fatale conversazione in chat con Adrian Lamo, hacker e informatore dell’Fbi (l’uomo che ha passato agli agenti il nome di Manning), l’analista dica di avere "sviluppato una relazione con Assange". Dopo l’arresto di Manning, Lamo dichiarerà di avere "messo l’interesse di molti davanti all’interesse di un uomo solo".

Quella di Bradley Manning non ha i tratti di una cospirazione cesellata nei dettagli: benché avesse le qualità per fare l’hacker, Manning non era un hacker. Non voleva sgominare il malaffare e sbugiardare i potenti della Terra, né penetrare negli archivi del club Bilderberg. Era stato un soldato leale fino al momento in cui i nervi avevano retto, fino al punto in cui le sue identità, quella reale e quella virtuale, avevano goduto di un certo spazio d’intersezione. Quando i calcinacci del suo mondo hanno iniziato a crollargli tutt’intorno, Manning ha cercato un’avventata quanto spettacolare via d’uscita attirando l’attenzione di chi avrebbe potuto apprezzare sommamente la sua opera, Assange.

È in quella zona grigia fra il sentimento privato e il dovere pubblico che Bradley ha sentito l’insopprimibile esigenza di dire a qualcuno che l’uomo che aveva passato a Wikileaks tutta quella roba era cresciuto in una città con più chiese che abitanti, aveva una madre gallese, un padre a intermittenza, era molto intelligente, effeminato, forte in matematica, ateo, e insomma aveva un nome e un cognome: Bradley Manning. Soltanto a quel punto il caso è diventato politico.

Mentre il soldato veniva trasferito in una prigione irachena e poi negli Stati Uniti, gli attivisti in suo favore si sono scatenati, hanno raccolto soldi, fatto sitin (nei prossimi giorni saranno di nuovo in piazza), hanno fatto irruzione in una serata di fund raising di Obama, costringendolo a una sostanziale dichiarazione di colpevolezza prima ancora del giudizio.

Il portavoce del dipartimento di Stato, P.J. Crowley, ha perso il lavoro quando ha pubblicamente definito quel trattamento riservato a un soldato americano "controproducente e ridicolo". I membri dell’associazione Free Bradley Manning sostengono che la Casa Bianca abbia garantito l’accesso in aula soltanto ai giornalisti che hanno promesso in cambio un trattamento amichevole nei confronti del governo. Dettagli come questo sono benzina sul fuoco della battaglia per i diritti civili e la libertà d’informazione, ma non dicono molto sul dramma umano di Bradley Manning, il 24enne che ha proiettato all’esterno quella tempesta che da anni gli si agitava dentro mischiando, con effetti esplosivi, i suoi segreti psicologici con i segreti di stato.

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