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DELIRIO IN CURVA - LE FORZE DELL'ORDINE NEL MIRINO

Dalla curva: dagli allo sbirro

Gianluca Amadori  12/2/2007

L'uccisione di Filippo Raciti č stata il culmine di una violenza che pare inarrestabile. E in tutti gli stadi il tifo organizzato ha un solo grande nemico in comune: l'agente di polizia » Forum

Luigi ha 38 anni e fa il poliziotto, proprio come Filippo Raciti. Però è più fortunato.
A Filippo hanno spappolato il fegato a Catania ed è morto per terra «como nu cani fitusu».
A Luigi, il 10 gennaio, a Salerno, hanno tirato addosso una bomba carta imbottita di chiodi. Uno gli ha perforato un testicolo.
Filippo è morto per 13 euro di straordinario. Luigi ne ha presi 26 per la trasferta (quella mattina era partito da Bari, dove vive) ed è ancora vivo. Luigi Silvestre da venerdì 2 febbraio, dopo l'assassinio dell'ispettore Filippo Raciti, si sente un miracolato.

TRAMONTO ULTRÀ
Miracolato come tutti gli altri poliziotti che dall'inizio del campionato sono stati feriti negli scontri con gli ultrà. A novembre i tifosi laziali hanno incendiato a Firenze un'auto della polizia con dentro due uomini e i catanesi, sempre loro, a dicembre, hanno scagliato 67 bombe carta sulle forze dell'ordine.
A Napoli, nell'ultimo anno, alcuni fanatici hanno assaltato più volte il commissariato vicino allo stadio. Il bilancio, secondo i dati dell'Osservatorio nazionale sulle manifestazioni sportive del ministero dell'Interno, è di 202 poliziotti feriti dall'inizio del campionato, contro i 142 di un anno prima: 42 per cento in più. Un dato ancora più preoccupante se confrontato con gli altri numeri (tabella a pagina 46) che registrano una diminuzione della violenza tra tifosi.

Maurizio Marinelli, poliziotto e direttore del Centro studi sulla sicurezza pubblica, ha una teoria sull'aumento della rabbia contro le forze dell'ordine: «Molti gruppi storici del tifo si sono sciolti, i vecchi leader delle curve, anche a causa delle diffide, non vanno allo stadio. E vengono sostituiti da ragazzi sempre più cattivi». «Non c'è niente di romantico in questo fenomeno crepuscolare» puntualizza il sociologo Alessandro Dal Lago, autore di numerosi saggi sul calcio. «I gruppi organizzati si sciolgono per lotte di potere, per questioni miserabili, come la gestione dei biglietti».
Uno dei primi poliziotti feriti in un agguato premeditato è stato il vicequestore di Brescia Giovanni Selmin. Era il 1994, all'alba del cosiddetto «calcio moderno», quello delle pay-tv. Da allora è fiorito il business che ha trasformato alcune tifoserie in piccole holding. «Gli ultrà stanno abbandonando la ritualità di canti e coreografie. Oggi si preoccupano solo del controllo di un territorio a fini di interesse, senza alibi sportivi.
È calata sul pallone una cupezza che ha accentuato la violenza contro lo Stato e la polizia» conclude Dal Lago.
D'accordo con lui un leader della Curva B del Napoli, Vincenzo Busiello, 42 anni di cui 35 da tifoso: «In un recente incontro con il questore abbiamo spiegato che noi della vecchia guardia non abbiamo niente contro le forze dell'ordine. Noi vogliamo scontrarci solo con gli altri ultrà. Ma oggi in curva ci sono molti ragazzini che la pensano diversamente».

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Giovani che si vestono in modo anonimo per non essere riconoscibili, come insegna la bibbia degli hooligan inglesi Fedeli alla tribù, di John King, romanzo sugli Headhunters del Chelsea. L'identikit dei violenti è uguale in tutta Italia: dai 15 ai 20 anni, agiscono spesso sotto l'effetto di droghe e cercano l'iniziazione: lo scontro con lo «sbirro».
«Si muovono in branco e portano nello stadio la violenza e la criminalità che c'è nella società, in particolare nei quartieri più degradati» prova a spiegare Busiello.

POLIZIOTTI COME NEMICI
Poche settimane fa la questura di Napoli ha controllato, grazie ai biglietti nominativi, le fedine penali dei «curvaioli» e ha scoperto che su 12 mila persone, 1.200 erano pregiudicati. Numeri che spiegano l'odio per le divise, soprattutto quando cercano di impedire l'ingresso senza biglietto a torme di esagitati.
La saldatura con la criminalità organizzata sta infettando altre curve del Sud, dove i capi non hanno la forza di allontanare i «picciotti». E così, per esempio, a Catania e a Palermo sono comparsi striscioni di solidarietà con i boss in carcere.
Ma ogni domenica gli ultrà inneggiano ai compagni in prigione o a quelli colpiti dal «daspo», il divieto firmato dal questore di entrare allo stadio. Un tentativo di far rispettare le regole che ha reso ancora più aggressivi i teppisti.
Non solo quelli di sinistra, storicamente allergici alle divise, ma pure quelli di destra.
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«Le forze dell'ordine sono diventate il principale nemico da quando lo Stato ha deciso di eliminare il tifo organizzato.
In realtà lo ha compattato» azzarda l'avvocato Lorenzo Contucci, 41 anni, un passato nella curva romanista e un presente da «difensore dei tifosi». «Gli ultrà sono in rivolta dal 2001, quando è diventato più evidente l'indirizzo repressivo del governo».
E così sui siti dei sostenitori di destra il ritornello è lo stesso: i fan interisti di curvanordmilano.it discettano in punto di diritto sulle «garanzie democratiche» che sarebbero conculcate dai daspo, mentre gli Irriducibili (irriducibili.it) della Lazio rendono onore a quattro «camerati» in prigione accusati di diversi reati con una canzone ska dalla chiusa esemplare: «Ma voglio dirvi solo una cosa (ai poliziotti, ndr), contro di voi nessuna resa».

CON I NO GLOBAL
Non va meglio a sinistra. A Cosenza i supporter della squadra hanno messo su internet un manualetto per dribblare le diffide, mentre i livornesi fanno ascoltare in rete le presunte minacce subite da parte dei poliziotti in questura.
La guerra alle «divise blu» da parte degli ultrà vicini al movimento antagonista ha una data simbolica: il 20 luglio 2001, quando al G8 di Genova venne ucciso da un carabiniere Carlo Giuliani, no global e tifoso del Genoa. «L'errore della sinistra radicale è stato di trasformare in mito un ragazzo che indossava un passamontagna e voleva fare del male» sottolinea Isabella De Martini, neuropsichiatra e organizzatrice di quel vertice.
Non deve pensarla come lei chi ha scritto, nei giorni scorsi, in piazza Alimonda, dove è morto Giuliani: «Uno di meno», riferendosi all'omicidio di Raciti.

Tifo e ribellione politica, da alcuni anni, marciano insieme. Anna Canepa, magistrato antimafia e pubblico ministero nel processo contro i black bloc, ricorda: «Durante gli scontri del G8, sono scesi in piazza molti rappresentanti delle frange estreme delle tifoserie».
Sei anni dopo i poliziotti devono ascoltare le lezioni di guerriglia del deputato di Rifondazione comunista ed ex giottino Francesco Caruso che denuncia la disorganizzazione della polizia durante le cariche.
«In parte è vero» ammette Antonio Lippiello, 32 anni di piazza nel curriculum e membro del direttivo del Silp Cgil, sigla sindacale di sinistra della Polizia. «I reparti mobili, quando rispondono alle provocazioni, sono lenti e macchinosi: c'è bisogno di nuove leve, visto che l'età media è sui quarant'anni, e occorrono mezzi moderni per essere più agili negli inseguimenti».

«FRATELLI DI LAMA»
«Il problema è che da troppi anni la polizia deve fare muro tra le tifoserie» sottolinea Stefano Filucchi, ex dirigente di polizia e oggi vicedirettore generale dell'Inter. «Dopo tanto tempo, la situazione si è incancrenita: i violenti non vedono più i nemici, solo il muro che li separa».
E così fioriscono le sigle ultrà che concentrano il loro odio contro i «pupazzi in divisa», come li definisce Andrea Arena, tifoso-scrittore, nel suo Io, ultras. Il fenomeno della guerra alle forze dell'ordine non fa differenze di latitudine. Luca tifa Milan e fa l'istruttore di boxe a Milano. Sulle nocche si è fatto tatuare l'acronimo Acab, «All cop are bastards» (in italiano «Tutti i poliziotti sono bastardi»), titolo di una canzone punk degli anni Ottanta, oggi vessillo dell'odio contro i «caschi blu».
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La stessa scritta campeggia su uno striscione a San Benedetto del Tronto: sopra due braccia disegnate spezzano un paio di manette.
Nella Curva Sud della Roma sono nati i Bisl («Basta infami, solo lame»): dichiarano «onore ai detenuti, ai diffidati, morte alle spie».
I pescaresi del Vapu (Violenza al pubblico ufficiale) promuovono il «fondamentalismo ultrà» e «la lotta allo stato di polizia», mitizzando il bandito Luciano Liboni, ucciso a Roma da un carabiniere in una sparatoria.

Ormai i tifosi che si scontrano con la polizia raccolgono la solidarietà di tutti gli altri, a prescindere dalla fede e dal colore politico. Come confermano le recenti vicende dei due supporter (uno napoletano e l'altro bresciano), finiti in coma durante tafferugli con le forze dell'ordine.
Il movimento ultrà li ha beatificati: «Vittime della repressione». Persino più significativa l'alleanza internazionale scesa in campo per protestare contro la morte del parigino Julien Quemener, ucciso a giugno in uno scontro con la polizia.

«Il problema nuovo che dobbiamo affrontare» avverte Marinelli «è la migrazione della violenza». Esempi? «Per scontrarsi con la polizia i tifosi del Milan vanno a Brescia, quelli dell'Atalanta a Varese, e quelli italiani in giro per l'Europa». Un'epidemia che non risparmia neppure la Nazionale.
Nei mesi scorsi sono nati gli Ultras Italia, con un solo nemico: le divise. Durante i festeggiamenti per il trionfo mondiale in molte città italiane, da Padova a Roma, sono partiti gli attacchi ai mezzi di polizia e carabinieri. E pensare che avevamo vinto...

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