Trapianti e carenza di organi: la soluzione è pagare i donatori?

Trapiantare un rene sano in un paziente con patologia renale in stadio avanzato permette di allungare l'aspettativa di vita e di migliorarne la qualità assai più della dialisi. Ma le liste d'attesa per un trapianto sono infinite. Sul British Medical Journal si discute sull'opportunità di pagare i donatori: una proposta destinata a far discutere. Partecipa al FORUM

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di Roberto Verrastro

 

Mentre in Italia vengono discusse le ragioni della fase di stallo attraversata dal trapianto di organi, un faccia a faccia ospitato dal British Medical Journal mette a confronto opinioni opposte sul tema del possibile compenso, eventualmente anche in denaro, quale metodo per favorire le donazioni. A sostenere che questa sia una via praticabile per rimediare alla carenza di organi è Arthur J. Matas , professore di chirurgia all’Università del Minnesota . Matas focalizza la sua attenzione in particolare sul trapianto di rene, sostenendo che a chi soffre di una patologia renale allo stadio finale, il trapianto assicura una sopravvivenza più lunga e una migliore qualità di vita rispetto alla dialisi , a condizione che esso possa avvenire tempestivamente, presupposto che anche negli Stati Uniti si scontra con liste d’attesa ogni anno più lunghe per poter ricevere l’organo da un donatore deceduto. La soluzione consiste dunque per Matas nell’incoraggiare le donazioni da parte di soggetti in vita, tramite sistemi di pagamento regolati che minimizzino il fenomeno del turismo dei trapianti, che favorisce i ricchi in grado di andarsi a comprare gli organi nei molti Paesi dove questo tipo di mercato già prospera al di fuori di ogni regola. Un sistema regolato, secondo Matas, dovrebbe prevedere forme di pagamento effettuate da governi o compagnie di assicurazione, con un sistema di assegnazione degli organi che garantisca un’opportunità effettiva a chiunque necessiti dell’intervento. In questo modo, proibendo ogni altro tipo di commercializzazione, il donatore sarebbe attentamente esaminato e trattato con dignità, oltre che ricompensabile non solo con pagamenti in denaro, ma, in alternativa, con deduzioni fiscali o assicurazioni sulla vita. Poiché la dialisi costa molto di più di un trapianto, Matas sostiene che una ricompensa per la donazione rimedierebbe almeno in parte alla carenza di organi senza gravare economicamente sui sistemi sanitari. Queste tesi sono contestate da Jeremy Chapman , docente della facoltà di medicina dell’Università di Sydney , secondo il quale la valutazione dei donatori viventi di rene è un processo complesso, al termine del quale meno della metà di loro sono giudicati adatti da un punto di vista medico: l’esame della storia medica e dei sintomi attuali dei potenziali donatori deve infatti fare i conti con la loro tendenza a occultarli, a dispetto delle potenziali conseguenze per se stessi e per i destinatari dell’organo da cui si attendono un guadagno. In India e in Pakistan, per esempio, dove i reni vengono venduti per saldare debiti, a beneficiare del commercio in realtà sono solo gli intermediari che intascano il denaro nel passaggio dell’organo da chi lo vende al destinatario. E la vendita degli organi, secondo Chapman, distrugge la donazione, come dimostra il caso dell’Iran, dove è rara o assente, dinamica che a suo dire si può instaurare ovunque avvenga la vendita di organi: nessun familiare donerà un rene a un congiunto sapendo che il governo pagherà qualcun altro per farlo.

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