Aridatece il Procuratore Caselli

L'articolo di Marcenaro e Arena che ha portato alla condanna per diffamazione dei due giornalisti e del direttore di Panorama. Le reazioni - L'intervista al direttore Mulè - Il commento di A. Chirico

Aridatece il Procuratore Caselli Aridatece il Procuratore Caselli
Il procuratore di Palermo, Francesco Messineo. ANSA/FRANCO LANNINO

di Andrea Marcenaro

"Non ne voglio parlare". Soltanto un’opinione. "Non ne voglio parlare!". Anche questo silenzio si doveva sentire. Il pentito Gaspare Spatuzza stava accusando Silvio Berlusconi come un torrente in piena, lo incolpava di intrecci infami con la mafia, di montagne di denaro sporco destinate a segnare l’origine della sua Fininvest; e non solo, lo stava addirittura tacciando di stragista, tanto che i titoli di molti giornali già parlavano di un premier ridotto all’angolo, e Michele Santoro respingeva ogni commento.

Proprio lui, l’anchorman che avrebbe dovuto toccare il cielo con un dito, e dunque aprirsi e infierire come non mai sul suo nemico sgominato, se ne restava muto. Qualcosa non tornava.

Negli stessi istanti in cui Santoro esibiva il suo inatteso silenzio, sabato 28 novembre due procure della Repubblica molto importanti, quella di Firenze e quella di Palermo, manifestavano reazioni opposte. Il procuratore fiorentino Giuseppe Quattrocchi smentiva l’esistenza di una nuova indagine sulle stragi del 1993 nei confronti del presidente del Consiglio. Laddove una fonte della procura siciliana lasciava filtrare a Il Fatto quotidiano , giornale molto più che amico, come quella procura stesse invece valutando con attenzione l’apertura di un’indagine per mafia nei confronti del premier: "Stiamo esaminando un materiale probatorio molto ampio e complesso che ci porta a ritenere l’esistenza di un rapporto di interlocuzione tra i boss mafiosi e ambienti imprenditoriali milanesi nella stagione delle stragi tra il 1992 e il 1993".

Ineffabile Palermo, grande, indomabile, sempre pronta e mai dimessa, fedele a qualsiasi inquisizione contro ogni premier passato e presente, talora a dispetto dei santi. Ce la farà? Non ce la farà questa volta? Le intenzioni ci sono tutte. Ma il fisico? Ce l’ha, il fisico? Merita una bella mappa chiarificatrice, una procura così.

La comanda un brav’uomo, dicono tutti. O meglio, che il dottore Francesco Messineo comandi la procura proprio esatto non è: ne è solo formalmente al vertice. Con Gian Carlo Caselli  prima, e con Piero Grasso poi, che sedevano su sponde politiche, politico-giudiziarie, ideologiche e perfino filosofiche opposte, tutto era definito, chiaro, preciso: il carisma del capo, il gruppo dei fedelissimi, gli oppositori, i peones, quelli che se ne fregavano. Come il metodo di lavoro, gli obiettivi, le linee.

Con Messineo, parlare di carisma è francamente improprio. Guai a toccarlo, intendiamoci. Se lo fai e rilevi, per esempio, la sua parentela a dir poco ingombrante con un imprenditore più volte al centro di indagini per mafia, è perché "si vuole fermare la procura di Palermo nel progredire di delicatissime indagini sulle relazioni esterne di Cosa nostra". Questa almeno è la citazione testuale di un documento di solidarietà col capo, firmato da non tutti i suoi sostituti la scorsa primavera. Ma Messineo è un procuratore a termine, e lui lo sa bene.

Tutto sta nel vedere quando (e se) Antonio Ingroia e Lia Sava, due dei suoi presunti fedelissimi, decideranno di chiedere l’arresto di Sergio Maria Sacco, imprenditore della Saccoplast, sacchetti in plastica, fratello della moglie del procuratore. Che nostalgia, però.

Che differenza, dai tempi splendidi del dottor Caselli, simbolo del sacrificio personale di chi lasciava Torino per battere la mafia. E il quale parecchia, in effetti, ne aveva poi abbattuta. Del Caselli che intese tagliare le unghie nientemeno che a Giulio Andreotti, quantunque quella volta sia andata com’è andata. Che vantava un meritato rapporto personale con Oscar Luigi Scalfaro , il presidente tutto per lui, con Luciano Violante , quasi un ufficio istruttorio parallelo, e un mondo intero che applaudiva e una stampa compatta che lo sosteneva.

Interpellato, Violante invece dice: "Non mi occupo della situazione di Palermo, non seguo queste cose". Poi sottilizza, forse non senza autoironia: "Non mi chieda giudizi sulle inchieste. Sulle inchieste non intervengo".

Perché molto tentenna e quasi tutto dipende, adesso, a Palermo. Con un procuratore tanto in ombra, non c’è dopo tutto da stupirsi dell’esistenza di un procuratore ombra. Il quale infatti esiste e si chiama Antonio Ingroia, 51 anni, allievo di Paolo Borsellino, formalmente procuratore aggiunto, acuto, ambizioso quanto basta. È lui il vero capo, proclamano i detrattori suoi. Esattamente così, confermano i detrattori di Messineo. Ingroia non se ne cruccia, dal momento che una cosa sa: se il capo di nome si allontana dal capo di fatto, l’isolamento del capo di nome è nelle cose.

Ma non si può parlare di procura divisa, a Palermo. Si divide qualcosa se prima era unita. L’ufficio inquirente, qui, sembra piuttosto frantumato. Via Giuseppe Pignatone, uomo d’ordine, coordinatore dell’arresto di Bernardo Provenzano , coordinatore del pool che ottenne condanna e dimissioni di Totò Cuffaro , coordinatore del gruppo di uomini molto vicini all’attuale capo della Direzione nazionale antimafia , Piero Grasso, ormai dissolto per consunzione. Adesso Pignatone è procuratore a Reggio Calabria.

Via Michele Prestipino , che ha seguito Pignatone a Reggio. Via Maurizio De Lucia, ora sostituto alla Dna. Via tra poco Roberta Buzzolani, verso il ministero della Giustizia. Via Sergio Barbera e Roberto Piscitello, approdati in via Arenula presso il ministro Angelino Alfano .

Via un altro storico componente del pool, Massimo Russo, ex pm durissimo, rigidissimo e antimafiosissimo. Il quale merita però una parentesi, dal momento che incarna una sorta di metafora del rapporto tra giustizia e politica in Sicilia.

Attualmente potentissimo assessore alla Sanità nel governo di Raffaele Lombardo, Russo  ha fatto campagna elettorale per l’Udc insieme con Pino Giammarinaro, esponente dc del Trapanese di cui Russo stesso aveva chiesto la condanna per mafia, quand’era pubblico ministero: "Una cosa sono le posizioni personali, altra cosa le posizioni processuali" ha cercato di spiegare poi Russo. Ma la gente di Palermo mormora, ricorda, giudica e tende a fidarsi di meno. Autorevolezza e giustizia sono termini il cui rapporto sembra andare sfarinandosi, anche in Sicilia.

Renato Mannheimer non si pronuncia su tanto argomento, ma di una cosa è convinto, anzi di due. Prima convinzione del professore, molto personale: "Un’eventuale incriminazione di Berlusconi per mafia sarebbe debolissima, la procura di Palermo farebbe bene a non contare sull’appoggio dell’opinione pubblica. Qualsiasi cosa dica Spatuzza, o dicano eventualmente i fratelli Graviano, conterebbe come il due di picche". Seconda convinzione del professore, molto professionale: "Escludo che un’iniziativa della procura di Palermo possa influire sul consenso al presidente del Consiglio. O meglio, non escludo che possa influire: aumentandolo".

Con Ingroia sta Nino Di Matteo, nuovo presidente distrettuale dell’Associazione nazionale magistrati , votatissimo, gran lavoratore, caparbio al punto da convincere il procuratore Messineo a firmare la richiesta di rinvio a giudizio di Totò Cuffaro anche per concorso esterno in associazione mafiosa. A tutti sembra un doppione del primo processo che ha già condannato Totò "Vasa-vasa" per favoreggiamento e rivelazione di segreti. Tant’è. È il famoso concorso esterno.

Con Di Matteo, Ingroia sta conducendo indagini delicate. Sono nate dalle dichiarazioni di Massimo Ciancimino , il figlio dell’ex sindaco di Palermo che ha deciso di raccontare la verità in un momento topico: mentre la corte d’appello deve decidere se confermargli o meno la condanna per riciclaggio, tentata estorsione e fittizia intestazione di beni. In altre parole, un signore sotto processo per la sparizione del tesoro del padre aveva deciso di aprirsi, non con i magistrati che l’avevano fatto condannare, bensì con Ingroia e Di Matteo. Singolare vicenda.

Dopo mesi di tira e molla, Ciancimino junior ha portato il "papello" con la richiesta della mafia allo Stato per interrompere le stragi. Poi i pizzini di Provenzano a don Vito. Ora promette cassette registrate sulla trattativa, premettendo a verbale che in fondo alle cassette, in fondo non c’è niente. Con Ciancimino jr Ingroia ha mostrato una pazienza che non sarebbe stata concessa a nessun altro. Ci spera, lavora a fare il botto.

Ma un punto distingue Ingroia da Caselli e non consente di rimpiangere il secondo. Tutto era "doveroso", ai tempi di Caselli. Doveroso indagare, doveroso fare i processi, doveroso usare pentiti marciti come Balduccio Di Maggio. Il contesto lo consentiva. L’andazzo lo pretendeva. Ma niente come la magistratura sa mettersi al vento dell’andazzo. "Tutto è importante, oggi, ma un po’ meno doveroso di allora" suona il commento di un avvocato palermitano che ne ha viste molte. Traduzione: forse non è più tempo di colpi di testa, forse i tempi non consentono grandi blitz, grandi procedimenti per sfidare e calpestare la politica. Facendola concorrere esternamente, poi, e tirando la pelle come quella del pollo.

Forse Ingroia non ha sposato il pentito Spatuzza. Che chissà, tra l’altro, se si è davvero pentito. Educati, forse, dai colpi subiti nel passato, i magistrati del capoluogo siciliano fanno senz’altro i radicali in tv, ma non sentono più l’obbligo di caricare a testa bassa. Spatuzza glielo ha sdoganato Firenze. Il piccolo Ciancimino si è sdoganato da solo, con le conferenze stampa alla fine degli interrogatori e le interviste in tv tra Annozero e Sky .

Forse la procura di Palermo si sente meno "doverosa" di un tempo. Punta ancora a riscrivere la storia d’Italia, ma senza impiccarsi all’obiettivo. Forse. Meglio un’archiviazione "pesante", dove puoi dire quello che vuoi tu, che una sentenza in cui un giudice può darti torto marcio.

E allora sei costretto ad attaccarlo, come venne attaccato il collegio giudicante che assolse Andreotti nell’"Eredità scomoda" di Caselli, e appunto di Ingroia.

Forse, anche sull’indagine Berlusconi-Dell’Utri l’assatanamento spettacolare dei maggiorenti della procura palermitana, a parte il discusso Messineo, non è poi così assatanato quanto lo spettacolo lascia intendere.

Forse anche Santoro teme questo.

Vuol dire qualcosa in proposito, signor Santoro? "Nulla. Lei non sta toccando un tema qualsiasi. Sta dicendo che tutto è cambiato". Forse. "Non solo per quanto riguarda Berlusconi. Che anche l’opposizione è cambiata". Forse. "Che prima no, ma che adesso anche l’opposizione sopporta a fatica le inchieste della magistratura libera". Forse. "Allora non voglio dire nulla al di fuori della mia trasmissione".

Perché? "Non intendo che le mie dichiarazioni possano essere usate per contrastare il lavoro di alcuno".

E intende dei magistrati che sogna.

 

(ha collaborato Riccardo Arena)

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