• Profeta di ventura
Marco Ventura

2 Giugno: un'occasione persa

Cronaca di come avrebbe dovuto e potuto essere e non è stato

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Oggi mi sento tutto ringalluzzito per il fatto di essere italiano e vivere in un grande paese, l’Italia, che nei momenti di difficoltà dà sempre prova di rigore, efficienza, fantasia, senso nazionale e considerazione per il lavoro come il più alto dei valori.

Ieri, 2 giugno 2012, la politica e le istituzioni, nazionali e locali, appoggiate da una popolazione in sintonia con la classe dirigente, hanno consentito di mostrare al mondo la concreta solidarietà di tutto il paese verso i cittadini dell’Emilia colpiti dal terremoto, e la comune volontà di rimboccarsi le maniche al fianco degli emiliani che dalla prima scossa in poi, hanno detto e ripetuto di non volere l’elemosina ma solo di poter tornare a lavorare, produrre e guadagnarsi il pane. Emiliani che oggi vivono in tende comprate con i propri soldi e che presidiano la casa e la fabbrica, impazienti di ottenere l’agibilità e rientrare nei sacrifici di una vita e nel benessere che li premia.

L’Italia ieri si è unita a loro lavorando, affrontando l’emergenza e la crisi, che ci tocca tutti, con un coraggio e una serietà di fronte ai quali sfigurano i giapponesi del dopo tsunami (19mila morti, 300 chilometri di coste devastate fino a 10 chilometri di larghezza).

Quello che è successo ieri, è un fulgido esempio di anti-retorica e di buon esempio planetario. Il governo ha anzitutto deciso poche, semplici misure per accelerare al massimo la valutazione dei danni e gli attestati d’agibilità perché gli emiliani possano al più presto rientrare in sicurezza nei luoghi di lavoro. Poi, giocando d’anticipo su qualsiasi strumentale polemica da parte di arrugginiti leader politici a caccia di rivalsa e visibilità dopo la sconfitta delle amministrative (vedi Antonio Di Pietro), ha decretato una tantum la trasformazione del 2 giugno in giornata dedicata a lavoro e solidarietà.

Niente marce militari ai Fori, per non dare neppure la falsa impressione che nel pieno dell’emergenza a Roma le istituzioni perdessero tempo nella celebrazione formale di una unità nazionale smentita nei fatti, smarrita tra le macerie del terremoto e i rottami della crisi economica. Lavorare è stato il modo migliore per festeggiare la Repubblica.

Il presidente del Consiglio è andato in Emilia, per rendersi personalmente conto dei problemi e raccogliere sul campo informazioni. Non è stata una mera passerella, la sua, ma una fitta giornata di analisi della situazione, da professore qual è. Nelle stesse ore il capo dello Stato, invece di accogliere i vip al Quirinale con un buffet inopportuno e incongruo, se comparato ai disagi degli emiliani e di tanti italiani alle prese con il pagamento di tasse inique, da capo delle Forze armate ha spronato ed elogiato l’abnegazione dei militari, ringraziandoli per il lavoro svolto al fianco delle popolazioni.

I militari, in cuor loro, hanno ringraziato per non essere stati coinvolti nelle polemiche sugli sprechi, e per aver fatto quello che desideravano: servire il paese. Il presidente Monti ha ringraziato a sua volta i commercianti italiani che, in risposta all’appello del governo, hanno tenuto aperti gli esercizi e destinato una piccola ma significativa percentuale dei loro introiti alla ricostruzione dell’Emilia.

Così nessuna polemica, ieri. Nessun “botta e risposta” tra l’uomo che tutti ci rappresenta, il presidente Napolitano, e i leader della sedicente Italia dei Valori o della Lega (che stranamente da qualche settimana ha dismesso gli slogan contro “Roma ladrona”). La “sfilata” del 2 giugno c’è stata eccome, in un certo senso, ma in tutte le strade e piazze d’Italia. E in particolare in Emilia, dove i rappresentanti degli organi dello Stato hanno indossato tute e abiti da lavoro, non completi di sartoria e alte uniformi. Abbiamo visto un paese al lavoro, che combatte unito contro la crisi. E che non rinuncia neppure un giorno ai guadagni, alla fatica, all’opportunità di sovvertire un declino che parrebbe inesorabile.

La vera festa è stata ieri questa giornata di silenziosa e normale attività in tutto il paese. Qualche romano del centro storico avrà perso lo spettacolo della parata, ma il paese si è ritrovato unito nella quotidianità del lavoro. Una dimostrazione di serietà, produttività e amor proprio. Senza la conta dei presenti e degli assenti ai Fori imperiali. Senza i battibecchi dei politici per tre giorni (prima, durante e dopo), di cui i cittadini hanno le scatole piene (e le tasche vuote).

Grazie, Presidente Napolitano. Grazie, professor Monti.

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