• Profeta di ventura
Marco Ventura

Ergastolo a Mubarak: l'Egitto volta pagina

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Ergastolo per Hosni Mubarak e per il suo ex ministro dell’Interno, Habib el-Adly, giudicati colpevoli per le oltre 800 vittime della rivoluzione del 2011, manifestanti caduti sotto i colpi delle forze di sicurezza che per 18 giorni avevano tentato di reprimere la protesta della tarda primavera araba approdata in Egitto in inverno, nel gennaio-febbraio 2011. (Dopo la sentenza Mubarak, colto da crisi cardiaca, è stato trasportato in ospedale)

Assolti i figli dell’ex faraone, Amaa e Gamal, per prescrizione dei reati di corruzione e malversazione. Assolti anche i più stretti consiglieri di el-Adly. Proteste in aula. I familiari delle vittime hanno urlato contro i giudici “piazza pulita!”, “bonifichiamo la magistratura!”. Fuori, scontri con subito una ventina di feriti tra manifestanti pro e contro Mubarak, e la polizia che ha caricato i primi in risposta a una dura sassaiola. Gli umori del paese, le divisioni che permangono, le emozioni che non si raffreddano, hanno accompagnato e seguito la lettura della sentenza.

Tre minuti che scrivono un’altra pagina di storia nel più importante paese nordafricano mediorientale, cardine dei processi di guerra e pace in Medio Oriente, uno dei pilastri dell’Islam nel mondo, patria dei fratelli musulmani e per trent’anni sotto il pugno di ferro (provvidenziale per l’Occidente) del Faraone, garante del fragile equilibrio arabo-israeliano e della stabilità geo-politica di tutta l’area.

Ergastolo, quindi. Una sentenza che ha scatenato il livore espresso in un cartello brandito in aula che chiedeva per Mubarak la pena capitale. Facile per tutti ricordare che quei giudici erano in carica anche sotto Mubarak. In un paese comandato a bacchetta per tre decenni, in continuità col regime precedente di Anwar el-Sadat morto in un attentato (Mubarak è scampato a otto tentati omicidi), è naturale che la nomenclatura sia in parte la stessa. E che la magistratura sia (e sia vista) come una camera di compensazione di storiche tensioni strutturali. In aula c’era anche un volto, tra i tanti, che non accusava emozioni. Un volto duro, di pietra. Gli occhiali scuri, le mascelle contratte, le labbra serrate. Unico movimento, il respiro cadenzato della Storia nel petto oppresso dalla malattia che già prima della rivoluzione lo aveva intaccato ma non stroncato.

Era il volto, la maschera faraonica, il calco imbalsamato del potere, dell’imputato Mubarak disteso sulla barella fra altri imputati in camice bianco (sembravano una corte di infermieri). La schiena appoggiata alla spalliera sollevata per consentirgli di guardare i giudici. Lui a braccia conserte. L’amico rinnegato dell’Occidente. Il capo indiscusso che salva la pelle ma non sfugge alla galera.

Dopo essersi dimesso, l’11 febbraio dell’anno scorso, Mubarak si era rifugiato a Sharm el-Sheikh, che per noi significa mare e turismo e per lui invece era il luogo della passerella internazionale, la sede sicura dei vertici e delle conferenze di pace in cui dispiegava e mostrava al mondo la sua autorità e la capacità di leadership. Già col cuore malato, è rimasto in ospedale finché la salute non è migliorata ed è stato trasferito al Cairo in un appartamento di 500 metri quadrati nel centro medico internazionale. Ora Mubarak, 84 anni, è destinato a risiedere in un’ala del carcere di Tora, allestita per lui da tempo (in un ultimo sussulto d’autorità, si è opposto a farsi portare giù dall’elicottero).      

L’Egitto volta pagina, anche se non è chiaro che cosa verrà scritto nella successiva. Corruzione, povertà diffusa, favoritismi verso familiari e amici e indifferenza per la miseria di tutti gli altri, avevano portato alla caduta del regime. I militari hanno garantito finora un dopo-Mubarak non troppo devastante. Ma la rivoluzione è come i terremoti, non ha finito di assestarsi e il futuro del paese è in mano a un altro confronto, decisivo per le sorti del Medio Oriente e della pace mediterranea, tra fazioni più o meno estreme di un Islam sempre più intransigente. Mubarak doveva cadere. Così ha voluto la storia e così ha sentenziato il suo popolo, prima ancora dei giudici che oggi in fondo lo hanno graziato (dimostrando la grandezza di un paese di tradizioni imperiali non paragonabile alla Libia delle vendette sanguinarie lungo la strada, nel deserto). Ma saranno in molti a dover rimpiangere la funzione svolta dal Faraone per la stabilità mondiale.  

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