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MALATTIE E QUALITÀ DELLA VITA: LE TERAPIE «DOLCI»

Dolore, le alternative ai farmaci

Claudia Wallis  18/11/2005

Nel combattere la sofferenza fisica cronica provocata da svariate patologie, i medicinali non sono sempre l'unica scelta, o la migliore. Esistono numerosi altri metodi, dal biofeedback allo yoga, a tecniche di rilassamento, che in base alle ultime ricerche si stanno dimostrando particolarmente efficaci per attenuare il male.

Il dolore cronico è come un ladro che si insinua nel corpo. Se non lo fermi, ti ruberà giorni e notti, fino a imprigionarti nella sofferenza. Il mondo di Penny Rickhoff ha cominciato a restringersi nel 1990, dopo che uno schedario, alto e pesante, le cadde sulla schiena. L'incidente le danneggiò il midollo spinale, lasciandola con una pressione tormentosa sui muscoli lombari. «Se resto seduta a lungo, il dolore diventa insopportabile» dice. Rickhoff, 50enne un tempo appassionata tennista, non solo non può più praticare sport, ma è diventata quasi prigioniera in casa, incapace di guidare per più di pochi chilometri o di muoversi senza cuscini ortopedici. Dopo essersi rivolta ai medici, Rickhoff ha iniziato a cercare metodi per convivere con il male. Si è dedicata al Tai chi e ha imparato a respirare usando i muscoli addominali. Tuttavia, è la prima ad ammettere di non poter arrivare a fine giornata senza farmaci, e la sua arma è sempre stata il Vioxx. Alla fine si è convinta che non valeva la pena correre rischi. «Ho restituito il medicinale alla farmacia e ho ricominciato a soffrire».

Nel tormento, Rickhoff è in buona compagnia. Per molte persone, soprattutto chi ha problemi infiammatori come l'artrite o un mal di schiena persistente, i seri problemi sollevati sulla sicurezza dei Coxib sono una sconfitta nella lunga ricerca del sollievo. Il dolore cronico è infatti una delle principali cause della perdita di giornate di lavoro. Gli specialisti affermano che non deve essere necessariamente così. Forse la ragione principale per cui molti pazienti soffrono più del dovuto è la tendenza a considerare il dolore come un aspetto secondario, un effetto collaterale, piuttosto di ciò che realmente è: un problema sanitario importante. Una dottoressa del Michigan, che desidera restare anonima, ne è consapevole sia come medico sia come paziente, da quando la sua vita è stata compromessa da un grave dolore al collo, in seguito a un incidente d'auto. «So fin troppo bene come si pone la maggior parte dei medici nei confronti di pazienti con dolore cronico. Il malato viene considerato una persona non in grado di fronteggiare le difficoltà».

Il diffuso insuccesso nel trovare un adeguato rimedio al dolore è dovuto in gran parte al fatto che molti si affidano unicamente alle pillole. Secondo i medici che operano presso i principali centri di controllo del dolore, la ricerca di una salvezza farmaceutica è male indirizzata. Quello cronico va attaccato su diversi fronti. I farmaci rappresentano solo una delle armi a disposizione. «Studi dimostrano che i pazienti che applicano un programma multidisciplinare ottengono risultati migliori rispetto a chi si limita ai farmaci» sostiene Pamela Palmer, direttore medico del centro di controllo del dolore alla University of California di San Francisco (Ucsf). «L'ansia e la depressione che accompagnano il dolore cronico sono aspetti da affrontare, così come la perdita di mobilità o l'ipersensibilità al tatto. Tutto ciò non si risolve solo con un antinfiammatorio».

Prima di intervenire, è necessario capire la natura del dolore, e perché ne soffriamo. Per quanto sgradevole, svolge un ruolo utile: è come un sistema di allarme per il corpo. Quando pelle, cartilagini, muscoli o altri tessuti vengono pregiudicati, i nervi periferici di quell'area inviano un segnale di avvertimento al midollo spinale e al cervello. Risultato: si ritrae la mano dalla stufa o si sposta il peso dall'osso rotto, in modo da proteggere il corpo da altri guai.
Nella sofferenza cronica l'allarme continua a suonare anche molto dopo che il pericolo fisico è finito. Da qualche parte lungo il percorso, forse nel midollo spinale o nel cervello, il sistema di allarme ha subito un guasto. Di recente i ricercatori hanno scoperto che l'esposizione prolungata a questa sirena urlante può provocare danni. «Il dolore causa una riorganizzazione del sistema nervoso» riassume Sean Mackey, direttore ricerca al centro di controllo del dolore della Stanford University. «Ogni volta che proviamo male si verificano cambiamenti che tendono ad amplificare l'esperienza. È un errore ignorare o curare inadeguatamente il dolore acuto».

Nelle principali cliniche di controllo del dolore, come quelle della Stanford University e della Ucsf o il Wasser pain management center di Toronto, i medici intervengono con un'ampia gamma di terapie e un programma per ogni paziente: farmaci ma anche esercizi fisici e tecniche comportamentali che comprendono training di rilassamento, biofeedback e psicoterapia. «Alla domanda su quale cura applicare, la maggior parte dei medici risponderebbe: "Questo o quel farmaco". Ma per trattare condizioni croniche esistono molti modi che non prevedono il ricorso a medicinali» afferma Allan Gordon, direttore del Wasser center. «Occorre considerare l'individuo nel suo complesso. Un approccio pluridisciplinare è l'unica risposta». Un paziente che impara a ridurre il dolore con esercizi di respirazione o biofeedback può gestire la sofferenza assumendo farmaci in dosi minori o solo sporadicamente, riducendo i rischi degli effetti collaterali.

Questo si è rivelato vero per Bill Highland, 83 anni, elettricista in pensione di Yuba City, California, che negli ultimi due anni ha lottato contro un terribile dolore alla scapola e all'ascella causato dal fuoco di Sant'Antonio (l'herpes zoster). Highland ha provato molti farmaci, che però gli hanno dato sollievo solo temporaneo. Infine è stato indirizzato alla psicologa del dolore Ingela Symreng, presso l'Università della California, per apprendere tecniche che lo avrebbero aiutato a fronteggiare il dolore. Symreng insegna ai pazienti esercizi di rilassamento, di respirazione, immaginazione guidata (concentrazione su immagini mentali gradevoli) e tecniche di distrazione. Highland ha rapidamente acquisito padronanza nella respirazione addominale profonda. E ha messo alla prova le sue nuove capacità quando, al volante dell'auto, è stato colpito da un dolore lancinante. «Non appena ho sentito la fitta» ricorda «mi sono limitato a inspirare dal naso ed espirare con la bocca aperta senza muovere il petto, due o tre volte. Ho provato sollievo istantaneo».

Gli psicologi giocano un ruolo cruciale anche nel convincere i pazienti a muoversi di nuovo, sebbene il dolore li spinga a restare immobili. «Educandoli, dicendo loro "hai grandi possibilità di guarigione"» sostiene Symreng «possiamo affrontare da un punto di vista psicologico il problema principale: il timore di farsi nuovamente male». Persuadere il paziente a muoversi o a tenersi in esercizio ripristina le funzioni e migliora l'umore. «Giacere a letto per giorni interi» afferma Palmer dell'Ucsf «provoca maggiori problemi a livello cardiaco, polmonare e dell'umore».

Gli psicologi svolgono un ruolo chiave nella maggior parte dei centri di controllo del dolore, sebbene i pazienti siano talvolta riluttanti a consultarli. «In genere non amano sentirsi offrire una terapia mentale, perché pensano di essere considerati psicopatici senza un reale problema fisico» afferma Scott Fishman, anestesiologo, internista e psichiatra, che dirige il reparto di medicina del dolore all'Università della California. Tuttavia, la mente è sempre coinvolta nel dolore, specie nei casi cronici. «Nel cervello, le aree che si illuminano quando si prova dolore comprendono zone coinvolte nelle emozioni» sostiene Fishman. Imparare a mitigare ansia e depressione è di aiuto, grazie all'attivazione di sostanze chimiche antidolorifiche presenti nell'organismo.

Questo meccanismo si verifica anche nei casi di dolore estremo. Dopo un intervento di sostituzione del ginocchio, Donna Jaeger, 56 anni, di Auburn, California, ha sviluppato una condizione neurologica che le causava un dolore che lei valutava di livello «17 in una scala da 1 a 10». Gli esperti in controllo del dolore le hanno prescritto oppiacei e un impianto spinale, che ha ottenuto risultati. Però Jaeger afferma che a salvarla è stata la psicologa Symreng. I nastri con metodi di respirazione e rilassamento l'hanno aiutata a ridurre il livello di dolore da 17 a 4 o 5 in un giorno.
Le tecniche di immaginazione, basate sui principi del biofeedback, sono un'altra valida opzione. Alla Stanford University Mackey insegna ai pazienti a osservare letteralmente «il cervello nella fase di dolore», ricorrendo alla risonanza magnetica funzionale. Rilassandosi, i pazienti possono notare che le aree illuminate cambiano colore man mano che il dolore si attenua. «È un sistema estremamente efficace» afferma Mackey «e tutto senza farmaci».
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