SCIENZA - SCOPERTE
Da cellule della pelle a staminali
Gianna Milano 23/8/2005
Un team di ricercatori americani sta smettendo a punto una tecnica alternativa alla clonazione terapeutica. Una tecnica che in futuro potrebbe avere conseguenze per la cura di malattie incurabili e per superare gli scogli etici alla ricerca scientifica > Scheda e Forum
Se l’esperimento sarà ripetuto, rappresenterà una pietra miliare nella breve storia delle cellule staminali. La si può considerare infatti una delle tappe più importanti nel cammino di queste cellule che James Thomson isolò per primo da un embrione umano nel 1998. E il motivo dell’eccitazione che ha accolto nel mondo scientifico la nuova scoperta è presto detto. Ricercatori americani dell’università di Harvard e dello Howard Hughes medical institute a Cambridge sono riusciti, informa in anticipo sui tempi di uscita la rivista Science, a fondere una cellula adulta della pelle con una staminale embrionale e a riprogrammarla, ossia a riportarla alle caratteristiche dello stadio embrionale. Cosa significa in termini pratici? Che se questo approccio dovesse funzionare, potrebbe costituire una straordinaria alternativa per ottenere staminali embrionali alla tecnica del trasferimento nucleare, la cosiddetta clonazione terapeutica, che consiste nel trasferire il nucleo di una cellula adulta in un ovocita, facendone ripartire lo sviluppo.
SPERANZE PER MALATTIE INCURABILI
«Un risultato di eccezionale importanza, oltre che un esperimento di biologia molto elegante» dice Elena Cattaneo, ricercatrice al Dipartimento di scienze farmacologiche e al Centro di eccellenza per le malattie neurodegenerative dell’Università di Milano. «I ricercatori sono riusciti a fondere le due cellule, l’adulta e la staminale embrionale, e a osservare come i cromosomi della prima si spegnessero e quelli della seconda si accendessero. E come le cellule ibride, così ottenute, non fossero distinguibili da cellule staminali embrionali». In teoria, ciò consentirebbe agli scienziati di disporre di staminali embrionali, bypassando l’utilizzo di embrioni umani, e di ottenere partendo da questa fusione una varietà di cellule specializzate per studiare la possibilità di trapianto, si spera curativo, di cellule per ogni tipo di malattia, dal Parkinson al diabete.
Tutto ciò che riguarda le cellule staminali embrionali, protagoniste della emergente medicina rigenerativa, suscita grandi aspettative. Sono cellule dotate infatti di straordinarie capacità e virtualmente in grado di dar luogo a qualsiasi cellula e tessuto. Nei laboratori più avanzati di tutto il mondo oggi le si studia, e anche se nessuno le ha per ora sperimentate su esseri umani, molti ricercatori sono convinti che il traguardo della sperimentazione sull’uomo non sia lontano. «Bisogna tenere gli occhi fissi sul pallino. E non perderlo di vista. Se le osservazioni fatte dai ricercatori di Harvard dovessero dimostrarsi valide, si aprono nuovi orizzonti alla ricerca sulle staminali embrionali» ha detto John Gearhart, della Johns Hopkins Medical Institution, e uno dei maggiori esperti di staminali.
ANNI DI LAVORO
I risultati raggiunti da Kevin Eggan e Douglas A. Melton, entrambi di Harvard university che hanno diretto il team degli scienziati del lavoro su Science, aprono infatti opportunità promettenti, anche se loro stessi ci tengono a sottolineare che occorrono ancora anni di lavoro. I ricercatori hanno ottenuto le staminali embrionali dalla fusione, grazie a una particolare sostanza, di cellule particolari della pelle, i fibroblasti, con staminali embrionali. Che la fusione fosse avvenuta è stato confermato dal makeup dei cromosomi delle cellule ricavate: contenevano sia i cromosomi delle cellula somatica adulta sia quelli della cellula staminale embrionale, ma si erano riprogrammati. Un punto chiave dello studio è che gli ibridi ottenuti dalla fusione avevano caratteristiche e si comportavano come staminali embrionali umane.
«I nostri esperimenti hanno mostrato che, a differenza di cellule adulte, esse avevano un potenziale di sviluppo a tutti gli effetti analogo a quello di cellule staminali embrionali» ha detto Kevin Eggan nella conferenza stampa in cui è stata annunciata la scoperta, tanto importante da essere data in anticipo. «Abbiamo visto che potevano essere indotte a differenziarsi in cellule mature di vario tipo: neuroni, follicoli capillari, cellule muscolari e endoteliali, ossia quelle che rivestono l’intestino. E siccome questi tre principali tipi di cellule formano le diverse parti dell’embrione, si dimostrava così la loro abilità a dar luogo a una varietà di differenti tipi di cellule».
LO SCOGLIO ETICO
Se i ricercatori riusciranno in futuro a privare la cellula staminale embrionale del suo Dna - obiettivo per ora irto di ostacoli tecnici - le cellule ibride ottenute in questo modo potrebbero in teoria essere usate per produrre linee di cellule staminali embrionali «su misura» per i pazienti, senza dover creare e distruggere embrioni umani. Un traguardo non da poco se si pensa al dibattito esploso in Italia durante il referendum per abrogare alcuni articoli della legge 40 per la procreazione assistita. Uno di essi riguardava appunto l’utilizzo di embrioni umani per la ricerca sulle staminali.
La problematica etica ha spinto diversi Paesi, fra cui Italia, Germania, Austria e Stati Uniti (solo se con fondi federali), a negare lo studio della biologia delle staminali embrionali. Negli Usa il Senato (dopo il voto favorevole del Congresso) dovrà tra breve decidere il ricorso a fondi pubblici per la ricerca sulle staminali embrionali, ora consentita solo se finanziata da soldi privati. E il presidente George Bush promette di bloccare l’eventuale liberalizzazione dell’uso di queste cellule con un veto presidenziale. «Per ora il solo modo per creare una cellula staminale embrionale è il trasferimento nucleare in ovociti» ha detto Douglas A. Melton. A suo parere, per il momento la promessa più realistica della tecnica di fusione è la possibilità di studiare la riprogrammazione genetica di cellule da somatiche in embrionali. «E dal momento che è difficile farlo oggi partendo da cellule uovo, considerata la scarsa quantità di ovociti umani disponibili e la difficoltà a manipolarli geneticamente, la nuova tecnica offre l’opportunità di disporre di grandi quantità di cellule staminali embrionali, e ci consentirà di isolare le componenti del meccanismo della riprogrammazione, per analizzarne e studiarne in dettaglio il processo».





