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Panorama   Archivio   Lo svantaggio di essere giganti

ANIMALI IN PERICOLO - NELLA LISTA ROSSA I RINOCERONTI E DI UNA SOTTOSPECIE SI SEGNALA L'ESTINZIONE

Lo svantaggio di essere giganti

Danilo Mainardi  24/7/2006

Asiatici, africani, bianchi, neri: questi possenti bestioni rischiano di scomparire. Per svariati motivi. Anzitutto la distruzione dell'habitat. E poi il bracconaggio

Il rinoceronte nero occidentale (Diceros bicornis longipes) è, ma forse era, purtroppo, un bestione immenso. L'animale terrestre più grande dopo l'elefante, recitano i testi di zoologia. Appartiene, con altre varietà ugualmente grandi, a quella stirpe provvista di uno o due corni stranamente piazzati sul muso. Una stirpe suddivisa in asiatici e africani, in bianchi e in neri.
Tutti comunque con quella pelle glabra e spessa come una corazza, abbondante. Con quel tozzo profilo, quel trotterellare placido cui improvvisa può seguire una carica terrificante dopo averci faticosamente messi a fuoco (noi i suoi veri e unici nemici) coi piccoli occhi da miope.

Come sono belli, nella loro apparente mostruosità, i rinoceronti. Sembrano animali preistorici, e d'altronde proprio nella preistoria più recente ancora vagava, coperto da un folto mantello, il rinoceronte villoso (Coelodonta antiquitatis). Il cugino venuto dal freddo, di cui straordinariamente fu ritrovato un esemplare conservato benissimo fra i ghiacci della Siberia.
Numerosi disegni e graffiti inoltre ce ne tramandano l'immagine da quell'età lontana e ancora priva di scrittura. Quello, il villoso, se n'è andato da tempo; gli altri, l'uno dopo l'altro, se ne stanno andando adesso.

E sarà una perdita dolorosa, perché un mondo senza quegli incredibili bestioni sarà più povero. Sarà in definitiva un mondo di umani che non li ha voluti più e i nostri figli e nipoti, ammirando la splendida acquaforte di Alessandro Longhi e leggendo la famosa scritta «Il gran Rinoceronte qui si vede/ Dall'Africa condotto in sto contorno/ E della Belva smisurata in fede/ Del suo naso cornuto eccovi il corno» non potranno che pensare: ecco, questo è un animale del passato.
Lo si potrà vedere impagliato nei musei di storia naturale, forse in qualche vecchio documentario, ma certo mai più verrà ammirato vivo nella sua savana nativa.

Mai più, perché l'umanità attuale al rinoceronte non ha lasciato quel minimo di spazio e di rispetto affinché potesse sopravvivere. L'ultima brutta notizia riguarda, appunto, il rinoceronte nero occidentale. La World conservation union di Ginevra ha proprio in questi giorni annunciato la sua presunta estinzione. E non è che gli altri rinoceronti stiano molto meglio. La situazione è questa. Ne esistono, in complesso, cinque specie, tre asiatiche e due africane.

Quelle africane sono il rinoceronte nero (di cui l'occidentale era, appunto, una sottospecie) e il bianco (Ceratotherium simum). Gli africani posseggono sempre due corni, uno più massiccio e lungo posto anteriormente e l'altro più piccolo posteriore. Delle specie asiatiche due, il rinoceronte indiano (Rhinoceros unicornis) e quello di Giava (Rhinoceros sondaicus), hanno invece un solo corno, mentre il rinoceronte di Sumatra (Dicerorhinus sumatrensis), il meno grande della famiglia, ne possiede due come i cugini africani.

Purtroppo tutti i rinoceronti sono nella lista rossa della Cites (Convention of international trade in endangered species) e vengono definiti in pericolo di estinzione dall'Iucn (International union for conservation of nature and natural resources). Particolarmente critica è la situazione di quelli asiatici. Degli indiani ne sopravvivono solo 2.400 esemplari, mentre sono solo 300 quelli di Sumatra e 70 quelli di Giava. La situazione di queste ultime due specie è disperata.

C'è un discorso generale da fare a proposito della pittoresca e variegata compagnia degli animali di taglia gigantesca: intendo gli elefanti, gli ippopotami, i rinoceronti e le balene. Gente che, sempre e comunque, ha fatto la sua brava figura in circhi e serragli, in bestiari e musei, e che oggi abita, più modernamente, nel Guinness dei primati, oltre che, purtroppo, nelle allarmanti liste rosse. Sono, questi giganti, gente per cui, evolutivamente parlando, il proverbio «in medio stat virtus» non deve aver mai veramente funzionato.

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Un rinoceronte nero africano (Diceros bicornis) si abbevera. Si ritiene estinto quello occidentale nero, una sottospecie
Se infatti sono diventati quello che sono, qualcosa vorrà pur significare, e si tratta di questo: generazione dopo generazione, in quelle specie hanno sempre avuto la meglio non gli individui medi, quelli che stanno al centro della curva, ma piuttosto quegli altri, quelli piazzati a una estremità.
Dalla parte cioè del più grande, del più lungo, del più alto, del più massiccio. Si può in definitiva affermare che la loro storia naturale non può essere stata, seppure con qualche alto e basso, che un continuo crescendo. E questo diventare sempre più grandi e grossi ha rappresentato, per tempi lunghissimi, la mossa vincente, perché essere di grande stazza ha, in natura, un aspetto positivo fondamentale: la mancanza di predatori.

Un rinoceronte adulto non viene quasi mai predato, neppure dai feroci carnivori delle savane. La sua mole, la sua potenza fisica, unite ai corni acuminati, scoraggiano infatti il più abile dei predatori. E vale lo stesso discorso per tutti gli altri giganti, o per lo meno così era in passato.
Oggi però non è più così, perché ormai solo l'uomo comanda e decide. La natura, in realtà, non è più quella di una volta. L'essere grande attualmente non fa per niente bene alla salute.
Il fatto è che, in questo mondo sovraffollato d'uomini e in grave crisi ambientale, il gigantismo ha smesso di portare i vantaggi di un tempo.

Tutto, per i giganti del regno animale, è diventato difficile per tanti e vari motivi, primo fra tutti la distruzione degli habitat. C'è poi, al di là delle minacce che, genericamente, accomunano i giganti della zoologia, di terra e di mare, una storia parallela che è propria del numero uno terrestre, l'elefante, e del numero due, il rinoceronte: le maledette zanne, i maledetti corni. E pensare che, durante tutta la loro storia evolutiva, hanno rappresentato una validissima difesa. Ora, però, sono quel tocco in più disgraziatissimo che li sta portando all'estinzione.

E passi ancora (si fa per dire) per le zanne, che sono d'avorio, un valore se non altro concreto. Ma il corno del rinoceronte? Ecco, in questo caso bisogna proprio dire che l'uomo, il più distruttivo tra tutti i predatori, ha voluto appoggiare sul piatto negativo della bilancia (da un lato l'estinzione, dall'altro la sopravvivenza) anche la sua più assurda irrazionalità. Non bastavano la caccia grossa e la progressiva riduzione degli spazi vitali?
Ebbene, c'è anche un pesante bracconaggio sostenuto dall'idea superstiziosa delle, solo supposte, facoltà terapeutiche della polvere di corno. Perché la medicina popolare in varie parti del mondo ancora usa questa polvere per curare le più stravaganti infermità: infezioni e ascessi, epilessia, febbre e raffreddore… chi più ne ha più ne metta.

Per non parlare, quello non manca mai, del potere afrodisiaco. Fatto sta che nelle farmacie di Hong Kong, Seul, Osaka, Kuala Lumpur e di tante altre città e villaggi ancora si vende, a prezzi sempre più alti, la polvere di corno di rinoceronti sia asiatici sia africani. E, manco a dirlo, tanto più rara è la specie, tanto maggiore è il prezzo. Così questi pachidermi vengono ammazzati esclusivamente per deprivarli dei loro corni. Tant'è vero che ogni tanto viene messa in atto la singolare iniziativa di «decornificare» gli animali adulti al fine di proteggerli.

Ma c'è dell'altro, e questo è un fenomeno che potrebbe portare a una singolare evoluzione (se prima non si estingueranno) valida sia per elefanti sia per rinoceronti. Dato che zanne e corni di grandi dimensioni rappresentano per i bracconieri l'aspetto più appetito, pare sia in atto un'involontaria, ma non per questo meno efficace, selezione a favore degli individui che, per qualche genetico motivo, non sviluppano, o sviluppano poco, le zanne (gli elefanti) oppure i corni (i rinoceronti).
Insomma, se sopravviveranno, saranno questi esemplari «handicappati» i pachidermi del futuro. Una prospettiva poco divertente, ma purtroppo così va il mondo. Per niente bene, cioè.

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