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AMBIENTE - I PRODOTTI CHE ASSORBONO GLI INQUINANTI
Perché non piace l'asfalto mangiasmog
Va forte a Londra, Shanghai e Melbourne. Ma in Italia, dove è nato quattro anni fa, non riesce a decollare
di Mariella Boerci
12/12/2006
URL: http://archivio.panorama.it/home/articolo/idA020001039254
In prima pagina sull'Herald Tribune. Ma anche sul Sunday Telegraph, sul New York Times e perfino su China Today.

La grande stampa straniera parla dell'«Italia che funziona» e cita, a questo proposito, una malta cementizia e una vernice fotocatalitica in grado di abbattere i livelli di inquinamento atmosferico fin quasi ad azzerarli.
A produrle è Claudio Terruzzi, imprenditore milanese, figlio del re dell'acciaio, Silvio (ossia l'uomo più liquido d'Italia, nel senso del denaro) e nipote del re del nickel, Guido.

Terruzzi jr, che ha lavorato con entrambi, un giorno si è reso conto che il mondo è «proprio una fogna» e a quel punto si è imposto di «ripulirlo un po'», spinto in questa direzione da alcuni esperimenti giapponesi sull'ossido di titanio ma anche, forse, da una paternità tardiva.
E così si è inventato gli ecorivestimenti: asfalti, pitture e intonaci, protetti oramai da sette brevetti internazionali e certificati da 12 centri di ricerca, alcuni dei quali finanziati dall'Ue.

Un'invenzione in grado di aiutare a risolvere un problema drammatico e annoso com'è quello dell'inquinamento ambientale ma che, incomprensibilmente, in Italia fatica a decollare. Come denuncia Claudio Terruzzi, amministratore unico di Global Engineering, la società produttrice: «I nostri ecorivestimenti sono presenti nei capitolati delle reti autostradali australiane e cinesi ma, qui, stento a ricevere risposte da parte degli amministratori locali».

Eppure, a garantire sull'efficacia di questi prodotti ci sono anche il Cnr e l'Arpa, l'Agenzia regionale per l'Ambiente: secondo le certificazioni, ogni chilometro quadrato di asfalto trattato con ecorivestimento consente di abbattere 32 tonnellate di inquinanti l'anno, pari, cioè, a quelli emessi da 15 mila veicoli.
Un esempio? A Milano, nell'unico punto rivestito di ecoasfalto e di ecovernice, il tunnel di via Porpora, sono stati ridotti del 47 per cento il Pm 2,5 (le polveri sottili un quarto del Pm 10 e quindi più dannose) e il biossido di zolfo, e addirittura del 67 per cento il biossido di azoto.

Se questi materiali venissero utilizzati su una superficie di 20 chilometri quadrati, dal manto stradale alle facciate degli edifici, in un anno potrebbero essere ben 640 le tonnellate di inquinanti che si potrebbero eliminare e una città come Milano, per esempio, tornerebbe finalmente a respirare, secondo una relazione del Cnr, un'aria «compatibile con gli standard di qualità previsti dalla normativa europea».

Non a caso la Regione Lombardia mette a disposizione di comuni ed enti contributi pari al 25 per cento della spesa, per invogliare l'utilizzo di questi prodotti. Mentre il ministero dell'Ambiente ne suggerisce l'impiego addirittura in un decreto legge (04/2004). Allora come mai tanta diffidenza?
Terruzzi la spiega con un generico scetticismo, in particolare nel settore pubblico: «Sa com'è: noi siamo abituati a fare le piste ciclabili in elastomeri...» gli ha detto qualche giorno fa il responsabile tecnico di un comune lombardo.
E l'assessore all'Ambiente di un'altra città: «A me le strade piacciono belle nere. Come l'asfalto: così si vede che sono state rifatte». Peccato, riflette Terruzzi, «che asfalto ed elastomeri siano inquinantissimi».

Intanto, mentre a Beinasco, in Piemonte, il 5 dicembre è stato inaugurato il primo casello autostradale ecoattivo del mondo, sono un'ottantina gli altri cantieri pubblici aperti al momento: da Società Autostrade ad Atm, l'azienda tranviaria milanese, che ha utilizzato l'ecovernice in un autobus.
Oltre a molti ospedali lombardi e alcune amministrazioni sparse in tutta Italia, da Segrate, il primo comune ad avere sperimentato l'asfalto catalitico, a Caserta. Sempre con ottimi risultati, certificati dal Cnr (visibili sul sito www.globalengineering.info).
Forse è il prezzo a spaventare le amministrazioni locali. «Non credo» spiega Terruzzi. «Il nostro rivestimento costa mediamente il 10 per cento in più rispetto ai normali asfalti, ma ha una durata tripla».

Nel frattempo, mentre Milano soffoca nelle polveri sottili e gli amministratori discutono sulla pollution charge, Londra, Shanghai, San Francisco, Melbourne e tante altre metropoli di tutto il mondo si stanno ricoprendo dell'asfalto mangiasmog.
Made in Italy. Anzi, in Milano
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