ENERGIE ALTERNATIVE - LE POLEMICHE SULL'EOLICO
Venti di guerra e di quattrini
Laura Maragnani 9/1/2007
Molti comuni ricevono offerte sostanziose per installare le torri dei generatori. Ma le promesse non sempre vengono rispettate, le procedure sono poco trasparenti e i danni ambientali ingenti » Forum
«E poi, ovviamente, c'è il capitolo spese del sindaco...». L'avvocato Giuseppe Pitaro, 42 anni, neo-sindaco a Torre di Ruggiero (Catanzaro), quasi non credeva alle sue orecchie. Il tizio nel suo ufficio veniva a nome di una società eolica. E voleva installare un impianto proprio lì, in paese. «Ma quali spese?» ha chiesto. «Via, le spese di rappresentanza...». Rappresentanza? Nel comune più povero della Calabria, dove una famiglia vive mediamente con 500 euro al mese? E per ben 300 mila euro, come si dice in paese?
«Non voglio parlare di cifre. Ma di metodo sì» spiega Pitaro. «Era la quarta o quinta persona che veniva a propormi l'eolico. Maestri in pensione, elettricisti, mediatori di ogni tipo. Ho sentito puzza di bruciato. Ho fatto un po' di domande in giro e le risposte non mi sono piaciute per niente».
Da quel giorno, Torre di Ruggiero ha detto no all'eolico e ha aderito al costituendo parco regionale delle Serre: «Vogliamo puntare sul turismo di qualità, non su un paesaggio deturpato». Eolico sì, eolico no. Spese «di rappresentanza» a parte, è l'affare del momento per molti comuni italiani. Soprattutto per quelli piccolissimi, con le casse vuote e un patrimonio da sfruttare: il vento.
Montagne, colline, crinali esposti al soffio di Eolo per almeno 1.800-2 mila ore l'anno, dunque in grado di alimentare i giganteschi aerogeneratori (torri alte più di 80 metri, con pale di 80-90 metri di diametro) che producono energia alternativa. Dai 1.800 megawatt installati oggi si potrebbe arrivare in pochi anni a 8-10 mila.
La produzione è in rapido aumento: più 36 per cento solo nel 2005. E l'affare è gigantesco: grazie agli incentivi noti come certificati verdi, si prevede che ogni mW prodotto dall'eolico renderà nel 2007 200 euro, quasi il triplo di un mW da energia tradizionale. Così un impianto eolico medio (10 torri da 2 mW l'una, 15-20 anni di vita, 10-12 milioni di euro di costo) si ripaga rapidamente.
Quattro anni, secondo i produttori. Due al massimo, secondo i conti del movimento antieolico. Dieci torri da 2 mW, in moto per 2 mila ore l'anno, producono 40 mila mW di energia. A 200 euro l'uno, siamo a 8 milioni di euro l'anno.
C'è da stupirsi se il gotha della finanza italiana, dal gruppo De Benedetti al gruppo Falck, ma anche internazionale, dalla spagnola Gamesa alla tedesca Allianz, è ingolosito?
L'associazione ecologista Italia nostra ha lanciato l'allarme (Panorama 44): «Conficcare migliaia di torri sui crinali appenninici, sulle colline e sulle coste, a ridosso di città d'arte e dentro i parchi nazionali, vuol dire distruggere il nostro paesaggio» ribadisce Carlo Ripa di Meana, che sul no alla «speculazione eolica» ha aggregato Coldiretti e Lipu, Cai e Federcaccia, Altura (protezione dei rapaci) e Terra nostra (agriturismi).
Un fronte che non ha ancora l'ampiezza francese (www.ventdecolere.org) o tedesca (già nel 2004 Der Spiegel parlava di rivolta), ma in rapida crescita. Spiega Oreste Rutigliano, presidente del Comitato nazionale per il paesaggio: «Quasi tutti i comuni del Centro-Sud e delle isole hanno ricevuto offerte dalle società eoliche. Molti le hanno accettate, ma ora i cittadini protestano contro impianti dall'impatto devastante per dimensioni, ingombri, rumorosità e scassi del terreno».
Ne sa qualcosa Canio Tiberi, neosindaco di Campomaggiore (Potenza), 900 abitanti: «La vecchia amministrazione ha firmato un contratto per 7 torri da 1,5 mW. Ora si scopre che le pale finiranno a 150 metri dalle case. Non si potranno nemmeno aprire le finestre per il rumore. Scherziamo? Vorremmo fermare l'impianto, ma le sanzioni sono pesantissime. Rischieremmo la bancarotta».L'impianto sorgerebbe, oltretutto, in un cosiddetto dormitorio invernale di nibbi reali, in mezzo a tre zone di protezione speciale, di cui una nel Parco regionale delle Dolomiti lucane. La regione ha detto sì senza una valutazione di impatto ambientale. «L'Unione Europea, per molto meno, ha aperto procedure di infrazione contro l'Italia per milioni di euro. Qui rischiamo di pagare tutti. E il guadagno è di pochissimi» accusa Gerardo Mariani, preoccupato presidente della Basilicata turismo.
Potrebbe succedere anche in Abruzzo, grazie alle 26 torri da 0,850 mW previste sul crinale della Serralunga: «È sito di interesse comunitario, zona di protezione esterna del Parco d'Abruzzo, sottoposta a vincolo idrogeologico, protetta per la salvaguardia dell'orso marsicano e del lupo» elenca la deputata ds Pina Fasciani.
Rincara Stefano Allavena di Altura: «Abbiamo reintrodotto i grifoni. Vi nidificano l'aquila reale, il falco pellegrino, il rarissimo falco lanario, la cui protezione è definita prioritaria dalla Ue». Come prenderebbe Bruxelles una violazione così eclatante della direttiva Habitat? Quanti milioni di multa infliggerebbe alla Regione Abruzzo?
E quanto ai guadagni, «al comune di Civita d'Antino riconoscerebbero, oltre all'affitto del terreno, la cifra di 0,00155 euro a kW» calcola il consigliere comunale Davide D'Innocenzo, a nome del comitato antieolico Serralunga. «Sarebbero circa 80 mila euro l'anno, su una produzione prevista dalla società di 51.500 mW. Ma i conti non tornano». Perché? «Temiamo che i dati non corrispondano alla ventosità reale. Ma nessuno ci ha permesso di vedere gli studi e i contratti».
Quanto a Campomaggiore: «La società garantisce al comune l'1,25 per cento sull'energia prodotta» calcola il sindaco Tiberi. «Si pensava di incassare circa 50 mila euro l'anno». Solo? «In realtà potrebbero essere 40 mila. Sa, il vento qui non soffia tanto». Casi isolati? Tutt'altro. Alcune società riconoscono ai comuni una royalty fino al 4 per cento, ma a Panorama sono arrivate molte testimonianze indignate.
«In cambio dello scempio del territorio, i comuni di Castel del Rio e di Monterenzio (Bo) incasserebbero rispettivamente 25 mila e 10 mila euro l'anno» segnala Piero Romanelli, agricoltore biologico.
«Per le 42 torri eoliche già installate a Faeto (Foggia) il comune incassa sui 150 mila euro all'anno: 3.500 euro a torre. E ne vogliono mettere altre 35» protesta il comitato locale Liberiamo il vento. «Per bloccare il contratto tra il Comune di Teora (Avellino) e Acea-Electrabel di Roma siamo andati anche in tribunale. Ma inutilmente» scrive il blog Vocirpine. «La royalty prevista è di 2.813 euro a torre, circa 30 mila euro l'anno per 12 torri. E addio alla splendida Cresta del Gallo».
Proteste anche da Montecatini Val di Cecina (Pi), da Nulvi (Ss), da Muro Lucano (Pz), dall'Isola d'Elba, dalla Puglia: «Abbiamo impianti per 540 mW. Altri 800 mW sono stati autorizzati. Altri 3.300 sono in fase istruttoria. Siamo sotto assedio» lamenta Enzo Cripezzi, responsabile della Lipu. Avete molto vento? «Abbiamo la legge 488. Purtroppo».
È una legge che in teoria dovrebbe incentivare la creazione di posti di lavoro nel Mezzogiorno. In teoria. «Le torri, una volta installate, hanno bisogno solo di manutenzione saltuaria. Occupazione creata: zero» avverte Cripezzi.
«Eppure, i finanziamenti vengono regolarmente dati anche alle società eoliche. Perché?».
Sfogliare le graduatorie della legge 488 è molto istruttivo: 2 milioni di euro a una società, 3 alla seconda, 5 alla terza...
Con finanziamenti del genere, il business è ancora più business. Ma per chi?
| POCHI VANTAGGI, TROPPI RISCHI Lo afferma Domenico Coiante, responsabile Enea fonti rinnovabili È stato uno dei primi, in Italia a fare propaganda all'eolico. Oggi Domenico Coiante, responsabile per 13 anni del settore fonti rinnovabili all'Enea, è diventato uno dei suoi critici. «Nel Piano energetico nazionale 1988, l'Enea prevedeva l'installazione di pale per un massimo di 600-1.000 megawatt, rispettando le zone paesaggisticamente pregiate» spiega. «Oggi siamo a 1.800 mW e si vuole arrivare a 8-10 mila. Assurdo». Perché? Se le mettessimo in fila, avremmo 2.700 km di torri eoliche in un paese che è lungo al massimo 1.200 km. Uno scempio ambientale. E oltretutto non risolveremmo il problema energetico: 8 mila mW di potenza istallata produrrebbero 16 terawatt/ora di elettricità, che coprirebbero sì e no il 4,5 per cento del fabbisogno elettrico nazionale. Ridurremmo le emissioni di anidride carbonica solo dell'1,5 per cento. Ci conviene giocarci ambiente e paesaggio per così poco? Ma in Germania hanno già installato impianti eolici per 18 mila mW. In Germania c'è una media di 3.500 ore di vento l'anno. In Italia, nei siti appenninici, siamo a 1.800: troppo poco. Se non ci fossero gli incentivi pubblici, gli impianti non sarebbero nemmeno competitivi. Si potrebbero costruire più impianti? La rete elettrica nazionale è in grado di reggere un apporto da eolico pari a 5-6 mila mW, non di più. Perché il vento è inaffidabile e intermittente: se non soffia non produce energia e bisogna approvvigionarsi in un altro modo. Ma abbiamo visto tutti cos'è successo il 28 agosto 2003, quando sono mancati all'improvviso i 4 mila mW che compriamo dalla Francia: un blackout interminabile. Figuriamoci quando ne potrebbero mancare, di colpo, 5-6 mila. |





