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Panorama   Archivio   Emancipate dal marciapiede

I RACCONTI SORPRENDENTI DI QUATTORDICI IMMIGRATE-SQUILLO

Emancipate dal marciapiede

  21/2/2003

Per Betty, colombiana, «battere» è un lavoro divertente. Mailinda, albanese, è riuscita a comprare una casa. Come loro, in migliaia arrivano in Italia con un solo obiettivo: guadagnare. E molte, sulla strada, trovano anche dignità

Vengono dalla Nigeria, dall'Albania, dal Sud America, dall'ex Unione Sovietica. Scappano dalla fame, dalla miseria, dalla guerra. Vengono in Italia, finiscono a prostituirsi sulle strade.
Tutte vittime del racket? Tutt'altro: la maggior parte finisce sul marciapiede per libera scelta. Per arricchirsi in fretta. Per emanciparsi da padri e fratelli. Per costruirsi un futuro diverso e migliore.
Dal libro ...E siamo partite! (riquadro a pagina 95) di Carla Corso, leader delle prostitute italiane, e Ada Trifirò, Giunti editore, in libreria dal 26 febbraio, Panorama ha scelto quattro storie esemplari.


L'ALLEGRIA DI BETTY
Betty è di Bogotà, ha 41 anni, due figli e una nipotina. Per anni ha mantenuto la famiglia vendendo merci di contrabbando. Oggi si prostituisce in Sicilia.
Io avevo un'amica che era andata in Svizzera ed era tornata in Colombia piena di soldi e un giorno mi ha detto... però non mi ha obbligato, perché nessuno obbliga a niente... mi ha detto: «Se vuoi andare, per poter un giorno comprare una casa ai tuoi figli, io ti aiuto». Non ci ho pensato né due volte né tre. In otto giorni era tutto pronto.
Sono partita per la Svizzera la prima volta nel '94 e in Italia sono venuta nel '97. Con il primo viaggio in Svizzera in otto mesi ho comprato il terreno per la casa, che mi è costato 5 milioni e mezzo di pesos (circa 2.300 euro, ndr). Poi ho iniziato a costruire, ho finito il primo piano e ho sistemato lì mia madre, i miei figli e il padre dei miei figli (...). Sono ripartita, ho continuato a lavorare qui in Europa come prostituta e ho diplomato i miei figli. Devo dire che mi è andata molto bene. In strada si può guadagnare 100 euro all'ora, 25 per quindici minuti; il minimo è 20 euro. Nel mio paese 100 euro sono circa 230 mila pesos, quasi uno stipendio minimo mensile (...).
In fondo la prostituzione è un lavoro divertente. Ti capita di incontrare gente molto piacevole che ti porta a casa sua, ti tratta bene, è gentile, ti offre un drink, ti abbraccia, ride, scherza, e la serata passa piacevolmente. E poi ci sono i clienti che ti fanno dei regali, ti portano profumi, fiori, pupazzi di peluche... Ieri un cliente mi ha regalato un cellulare. Mi aveva dato 20 euro e non aveva più soldi.
Mi ha detto: «Sta' con me altri dieci minuti!» e io gli ho risposto: «Dammi il cellulare», e lui me l'ha dato. Per dieci minuti in più, un cellulare... (ride)... Ave Maria, certo che mi trovo bene con questo lavoro, certo che sono soddisfatta!
Quando ho dovuto iniziare, ho passato quindici giorni piangendo perché nel mio paese non mi ero mai prostituita. Però la mia amica mi ha aiutato.
Mi diceva: «Betty, non piangere, pensa sempre alla tua meta». Lei mi ha insegnato e io ho imparato, mi ha dato animo, mi ha dato la forza per andare avanti e adesso che sono arrivata a questo punto la ringrazio.

LA DOPPIA VITA DI ALINA
Alina ha 24 anni, è moldava ed è arrivata in Italia con un'organizzazione malavitosa internazionale. Vive a Bologna.
Beh, io avevo già capito... insomma, sospettavo quello che mi aspettava. Ma anche se sapevo che tante ragazze facevano la prostituzione, io me la immaginavo in modo diverso. Quelli che organizzano i viaggi ti parlano dei night club, dei locali dove un cliente paga 300 dollari per una bottiglia di champagne, o delle case di appuntamento.
Quando parti non immagini la prostituzione che c'è qui per le strade... La prima sera è stato difficile. Non sapevo cosa fare, non parlavo italiano, avevo paura dei clienti, non sapevo come farli fermare, cosa dire, quanto chiedere. Ho iniziato a piangere, avevo voglia di scappare, avevo la febbre. Ma la signora rumena è venuta, mi ha afferrato, mi ha insultata e mi ha detto: «Ricordati che sei nelle nostre mani e da qui non scappi!».
A Mestre avevo diviso la stanza per un paio di settimane con una ragazza russa che sapeva come funzionavano le case di appuntamento. L'ho chiamata. Lei mi ha portato nella casa in cui lavorava. (La direttrice) mi ha fatto conoscere un vecchietto da sposare (per avere i documenti), mi ha prestato i soldi, mi ha dato un cellulare, mi ha regalato dei vestiti per lavorare. Erano bellissimi! Mi ha trovato un posto dove dormire e ho cominciato a lavorare dentro quella casa. Era tutta un'altra cosa.

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Quando parti non immagini la prostituzione che c'è qui per le strade... La prima sera è stato difficile
Ho cercato un lavoro regolare per trasformare il mio permesso di famiglia in permesso di lavoro. Ho trovato un lavoro in una fabbrica di cibo in scatola che si trova in periferia. Ci lavoro solo cinque ore al giorno ma loro mi hanno messo in regola.
Ma figurati, mi danno 500 euro al mese, mentre in una sola sera se mi va bene con i clienti posso guadagnare di più. E poi è un lavoro duro, stancante. Adesso ho iniziato a frequentare anche altre case di appuntamento e poi ormai ho anche i miei clienti personali che mi cercano sul cellulare. Però sai qual è il problema? Io sono straniera e non posso fare come le italiane che fanno le prostitute e basta. Per avere in affitto una casa io devo dire al padrone che lavoro faccio e mostrare il permesso di soggiorno. Per avere il permesso di soggiorno devo avere un contratto di lavoro. Quindi di giorno lavoro in fabbrica e la sera con i clienti.
Ma non è che posso rimanere fino a tardi, perché la mattina lavoro. Se potessi fare solo la prostituzione starei meglio.
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Alina: «Per vivere regolarmente in Italia serve un contratto di lavoro. Così, di giorno lavoro in fabbrica e la sera con i clienti»


LA PAURA DI MAGGY
Maggy è vedova. In Nigeria ha lasciato due figli. Ogni mese riesce a mandare loro tra i 50 e i 100 euro.
C'era questa donna molto ricca che andava sempre in giro per il mondo. Un giorno mi ha chiesto: «Se tu hai già finito il corso d'infermiera, perché non vieni con me in Italia, così trovi un buon lavoro?». Mi ha raccontato tante cose dell'Italia e allora ho detto: «Va bene, siamo d'accordo»; mi ha fatto tutti i documenti, mi ha comprato i biglietti e mi ha portato fino qua. Non mi ha detto quanto dovevo pagare! Niente, niente.
Dopo una settimana Jessi mi ha detto: «Devi andare al lavoro con le altre donne, in strada». Io ho detto: «Ma io sono sposata, non ho mai fatto questo lavoro, ho due bambini». È successo tanto casino. Belinda ha mandato un poliziotto al mio paese per arrestare mia madre, l'hanno portata in questura e l'hanno picchiata.
Li aveva pagati Belinda, nel mio paese è così. La polizia non è come in Italia. Loro hanno picchiato mia madre, hanno fatto tante cose con lei, l'hanno trattenuta per tre giorni. Allora ho detto: «Va bene», e ho iniziato a lavorare.
Ma il lavoro non andava bene, non guadagnavo niente. Non guadagnavo come le altre ragazze perché mi vergognavo a stare in strada. Loro vanno sempre con la minigonna ma io andavo con i blue jeans e nessuno mi prendeva. Gli uomini venivano e prendevano solo le ragazze che erano spogliate e io rimanevo al freddo. Jessi mi ricattava, mi diceva che se non facevo la prostituzione andavano al mio paese, prendevano i bambini, facevano il vudù. Avevo paura.
Un giorno è stato più forte di me e sono scappata. Quattro, cinque anni fa in Nigeria nessuno sapeva che ti portavano in Italia per fare la prostituta. Ora lo sanno tutti, alla televisione e alla radio se n'è parlato tanto, però tante famiglie non ci credono. Tante ragazze continuano a venire ancora e ancora e ancora... e le famiglie sono contente perché loro sono d'accordo. Ci sono anche quelle che portano le figlie dai magnaccia e gli dicono: «Porta mia figlia in Italia a fare quel lavoro!».
Se vai in strada a parlare con le ragazze che stanno in Italia e chiedi loro se vogliono fare questo lavoro, ti dicono di sì. Perché guadagnano e sono contente così. E ce ne sono molte che tornano a casa con tanti soldi. Quando passo per la strada, le altre mi chiedono sempre come mai non vado più a lavorare e io rispondo che sto facendo un altro lavoro. E loro mi dicono: «Quanto guadagni? Io non vado a fare la pulizia per gli italiani, questo è un lavoro di schifo».

LA CASA DI MAILINDA
Mailinda è arrivata in Italia a 20 anni, dall'Albania. Il fidanzato l'ha violentata, picchiata, e poi avviata alla prostituzione. Oggi è sposata con un italiano, fa la commessa, ha una figlia.
Sono arrivata a guadagnare un milione e mezzo a sera, un milione e sei. C'erano ragazze che guadagnavano 500 mila, 600 mila lire, ma io facevo tanti soldi perché avevo la lingua lunga e sapevo conquistare i clienti.
Ma ovviamente dovevo dare tutto a lui. Mi controllava tutte le tasche, mi controllava tutto. (Un giorno) ho detto al mio ragazzo: «Adesso i soldi che guadagniamo li mettiamo da parte per comprare una casa, altrimenti a lavorare non ci vado più». E ho iniziato a lavorare tantissimo, stavo in strada fino alle sei di mattina. Ero contentissima. (Abbiamo preso la casa), l'abbiamo aggiustata e poi l'abbiamo attrezzata di tutto quello che si poteva comprare: televisione, aspirapolvere, tappeti, tende... Ho comprato tutto qui e abbiamo portato un furgone pieno, ho preso le cose migliori.
Mi ricordo che mia suocera quando ha visto il copriletto che ho comprato se n'è innamorata e mi diceva sempre: «La prossima volta me lo compri uno uguale?».
Nonostante tutto, io ero così innamorata scema di lui. Perché lui dopo che ho iniziato a lavorare non mi picchiava più e mi rispettava. Non mi diceva più: «Puttana, devi lavorare», non mi trattava male. All'inizio l'odiavo perché mi ha avviato alla prostituzione. Ma io credo che non è stata colpa sua ma dei suoi cugini, che glielo hanno messo in testa. (Dicevano): «Che ti frega, pensa ai soldi, io per i soldi porto anche mia madre a lavorare». Ci sono stati tanti clienti che mi hanno proposto di lasciare la prostituzione e andare via con loro ma non mi fidavo.
Mi dicevano che mi amavano, io rispondevo che li amavo pure io. Li prendevo sempre in giro, li facevo sentire amati e importanti. A volte dico che Dio mi deve perdonare per quanti clienti ho preso in giro. Ma quando erano giovani mi facevano paura e quando erano vecchi mi facevano schifo. (Oggi) in Italia c'è molta repressione e anche in Albania è diverso. Prima quando deportavano le ragazze, il ragazzo andava a riprendersela. Corrompeva il poliziotto, pagava due milioni e se la riportava in Italia. Adesso è terribile, le ragazze rimangono alla polizia finché non se le va a prendere la famiglia.
Ma non le vanno a prendere quasi mai, perché non vogliono la macchia di una figlia che ha fatto la prostituta. A volte le vanno a prendere ma poi le ammazzano... la stessa famiglia, hai capito? Facile, no? Quando una ragazza manda i soldi li accettano, come li hanno sempre accettati i miei genitori, e quando torna con l'onta deve pagare.

PRIMA DAL SUDAMERICA E DAI PAESI DELL’EST, ADESSO DALLA CINA

Verso la fine degli anni '80 arrivano in Italia le prime prostitute dalla Nigeria.
La maggior parte delle straniere però varca i confini tra il 1989 e il '91, al tempo dei conflitti in Jugoslavia: intere ondate migratorie dai Balcani, dall'Europa dell'Est e dall'ex blocco sovietico.
Nel '93-'94 si vedono sui marciapiedi le prime ragazze albanesi.
Alla seconda metà degli anni '90 aumenta il flusso dall'America meridionale e caraibica. Il fenomeno più recente e ancora poco noto è quello delle prostitute cinesi.

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