Archivio Panorama

  • Home
  • Edicola
  • Archivio
  • Info
  • Feed RSS
  • Home archivio
  •  
Panorama   Archivio   Fenomeno Fabri Fibra

RAP MADE IN ITALY - CHI È IL CAMPIONE DELLE CLASSIFICHE

Fenomeno Fabri Fibra

Giancarlo Dotto  19/6/2006

Con l'album «Tradimento» ha battuto i Red Hot Chili Peppers. Ritratto di un musicista che parla di disagio. E uccide la canzonetta.

Gira dalle parti del Duomo con la maglia di David Beckham e l'ultimo numero di Tv Sorrisi e Canzoni, aperto a pagina 106. «Fibra spodesta i Red Hot». Da non crederci. E lui infatti non ci crede. È il caso musicale del giorno: uno sconosciuto rapper italiano spopola nella hit parade con il suo nuovo album.
Mostra la pagina a chi capita e se chi capita allibisce è la prova che non sta sognando. Lo sfigato non deve più spedire le sue rime sconnesse al mondo, ora è il mondo che lo va a cercare.
Fabri Fibra le suona a John Frusciante, il mostro sacro, che non sarà più quello sacro di una volta, un po' intronato come tutti i miti del rock, «ma resta un mito, i Red Hot li ho sempre ascoltati e se un giorno mi avessero detto...».

È proprio lui, Fibra, la copertina di Tradimento, steso all'obitorio, avvolto nel cellophane, più arguto che macabro. «Ma non c'entra la mia patologia, o forse sì, io che soffoco nel cellophane sono il cadavere di tutte le ragazze stuprate».
Fibra davanti a Raf, prima di Gianna Nannini e Carmen Consoli, che porta gli occhiali di Janis Joplin ma ora fa il verso a Giovanna Marini. «Preferivo quando faceva la rocker».
E la maglia di Beckham? Non gliene importa niente di Beckham. Un vero rapper sa stare al mondo. Se il mondo ha la febbre del calcio, lui è lì dove sta la febbre. Che Fibra ci mette nulla a farla diventare malaria. Tifoso per caso, da bambino aveva in camera i poster di Michel Platini e Antonio Cabrini, quanto basta per dirsi juventino.
«Cosa chiedi al cardinale, la santa benedizione affinché Dio onnipotente aiuti il mondo del pallone» (Fai come noi). Lo scandalo l'aveva presagito. «Ascoltavo Biscardi che chiedeva a un cardinale di pregare per il calcio e quello che fa? Prega davvero».

Come il nastro di Krapp. Il vero rapper assorbe, ingoia, vomita. Tutto in rima. «Non sapevo fare di meglio e allora mi sono applicato, da quel maniaco depressivo che sono». «Macché, talento naturale, è una spanna sopra tutti» giura Paola Zukar, vestale dell'hip hop italiano, manager di Fibra, da quando lui le spediva le prime cassette autoprodotte.
È il ponte levatoio tra il suo mondo illeso, catatonico, anche un po' paranoico, e quello del business musicale, fra la metrica di Fibra e i parametri della Universal Music.

""
"Mi piace il porno amatoriale. Il mio sogno? Eva Henger"
Già perché Tradimento è anche Fibra «puttana che si è venduto alle major». «È giusto che lo pensino, l'ho pensato anch'io degli altri. Però quando ascoltano il disco devono capire che non ho tradito. Non lo capiscono solo i talebani dell'hip hop. Se passi alle major e fai una cacata è giusto prendersela, ma io non ho fatto una cacata».

Cammina largo e sghembo, dondola la testa, come facevano Tupac e Notorius Big per le strade di Harlem. Vive da settembre in un monolocale a nord di Milano, 450 euro al mese. Vive meglio ora che Paola gli ha regalato una lavatrice. «Restano i debiti, ma non devo più fare la fila alla lavanderia a gettone dagli slavi che tifano Juve».
La sera si dimentica spesso di mangiare e quando mangia si ammazza di schifezze. «Ma ora che sono in testa alla classifica mi curano di più, fino a una settimana fa mi lanciavano i cavoli dalla finestra».
C'è del genio sarcastico in questo rapper che ha rischiato di perdersi decine di volte e ogni volta si è salvato mettendo gli incubi della sua generazione in metrica. Quelli come Fibra vengono da molto lontano, sono i trovatori della Provenza, i cantastorie siciliani, lo stesso trip della parola, della rima improvvisata.

Nel disordine assoluto si àncora alla cronologia. Di quando si chiamava solo Fabrizio Tarducci, classe 1976, da Senigallia, «e l'insegnante che il primo giorno di scuola, all'appello, mi chiedeva: come il poeta? E io rispondevo sì come il poeta, perché mi piaceva l'idea». Diplomato in ragioneria con il minimo dei voti, scopre rapido che il mondo è un manicomio.
Primo lavoro, sistemare le cipolle al supermercato. «Ero addetto alla rotazione della merce. Le cipolle fresche dietro, quelle vecchie in prima fila per il cliente coglione. Un giorno arrivo tardi e trovo il direttore che fa la rotazione delle cipolle al posto mio. Mi fa: hai visto il film Mamma ho perso l'aereo? Due giorni e arriva la lettera di licenziamento». Ha venduto libri per l'infanzia, avanzi di magazzino, alle mamme. «Prima di partire in missione i capi ci motivano con il grido di battaglia "Just united in Success"».
""
"Carlo Giuliani è il simbolo di una società che ammazza i suoi figli"

Ascolta Bob Marley e Bruce Dickinson. Ma è Tupac, «il più grande di tutti», sono i Comitato, primo gruppo rap italiano, gli Isola Posse e i Sangue Misto il virus che lo prende. «A parte il rap io sono un fallito/ stacchi questa musica e son bello che finito» (Idee stupide).
L'incontro con Neffa. «Lui mi ha impostato la metrica, mi ha spiegato che dovevo lavorare più sulle parole lunghe che sulle brevi». Era l'epoca in cui duplicava le cassette e le spediva a mano.
Si deprime di tanto in tanto. Parte depresso per l'Inghilterra a montare penne in fabbrica. Torna dopo un anno, cocainomane, voglia di fare musica zero e più depresso di prima. Nel frattempo aveva scritto, odiandosi, Mr. Simpatia, 7 mila copie vendute in un anno con il passaparola.
""
"La mia musica: Bob Marley, Bruce Dickinson e Tupac"
"Guardo Jovanotti, è sempre così sorridente. Cosa ci sarà da ridere?"
A Londra, da lontano, si accorge di Nesli, il fratellino più giovane. «Lo scopro dopo averci vissuto insieme 23 anni. L'eccesso di vicinanza uccide i rapporti. Nesli s'inventa arrangiatore di basi per rap e nasce una sintonia, nasce Mr. Simpatia». Nesli ha i suoi ammiratori e dicono che sarà lui presto il rivale di Fibra.
Altro che Mondo Marcio, l'altro rapper che i fibromani disprezzano. «Mondo Marcio ha 10 anni meno di me. Ha fatto un disco ed è subito passato alle major. Gli conveniva restare nell'underground, fare un po' di formazione. Io esisto da 10 anni, non vivevo in una grotta». Ascolta Caparezza e un po' lo disapprova. «È bravo, però se usi i ballerini di break dance e scrivi certi testi è perché ascolti molto hip hop, incluso il mio, e allora perché non fai una volta un omaggio all'hip hop, invece di lanciare messaggi qua e là?».

«Se c'è una cosa che odio è il rap positivo» (Rap in guerra). «Non faccio il rap per essere simpatico. Guardo Jovanotti sempre troppo sorridente e mi chiedo che ci sia di così divertente, che c'è tanto da ridere?». Ascolta tutto, la radio, anche Fiorello, «ma non lo trovo poi così divertente».
Fibra è risonanza. Un radiogiornale apocalittico. Deforma più che informare, lancia anatemi. Kamikaze, gente sgozzata, violentata, torturata, rime almeno trisillabe. Trasferisce i suoi shock e li mette in circolo. Tanta cronaca nera: «Carletto Giuliani lo cito in tutti i miei dischi. Per me è il simbolo del fallimento della società italiana. La società che ammazza i suoi figli. E io non voglio avere figli».
Cogne e Novi Ligure: «Omar, Erika. Tutti a dire che ascoltavano Marilyn Manson perché così il cerchio si chiude. Poi si scopre che il loro gruppo preferito erano i Lunapop e allora non si capisce più un cazzo, tutto si spiega».

«L'icona della nostra generazione di merda» scrivono i fan nel forum del suo sito. Il mondo? Un condominio che puzza di morte. «Come si può ascoltare per un'ora di seguito un album che tratta solo di uccidere, uccidersi, offendere, stuprare e farsi di droga?» si chiede una atterrita e ammaliata.
Fabrizio Tarducci s'inventa Fabri Fibra, un alter ego che scende nel pozzo per raccontare quanto è nero. L'incubo da antologia. «Non credo nel destino da quando ho visto Alfredino» (Su le mani). «Ricordo tutto. Avevo 5 anni. Era come un film della serie mandami più roba cattiva possibile, che poi sarà più bello il lieto fine. Da allora ho terrore dei pozzi».

Non di tutti i pozzi. «Io faccio il m'ama non m'ama sulla tomba di Moana» (Ogni donna). «Moana Pozzi era per noi l'icona della pornostar, laureata, colta, che fa l'attrice perché è ninfomane, anche se resta Eva Henger il mio sogno erotico. Mi piace solo il porno amatoriale. Lo faccio anch'io con la mia fidanzata. Chi è? Non lo dico, metti che mi lascio domani».
I genitori stanno in guardia. I loro figli ascoltano questo delirio di sesso, violenza e ribellione. «C'è da distinguere il rap dal rapper. Se racconto di omicidi non vuol dire che il rapper è un omicida.
Parlo a una generazione che flirta con la morte, ma è una morte che somiglia a un videogame estremo, è la cronaca che supera la fantasia più oscena. Un'immagine splatter non così lontana dai costantini che si ungono di creme e fanno la coda per entrare nel Grande fratello».
""
"I Rossi non si toccano. Vale è di Pesaro, due passi da casa mia"
"Ascolto Fiorello, ma non lo trovo così divertente"

Le invettive a tema di Fibra diventano forse la traccia di un dialogo possibile tra la generazione collassata e pensosa dei genitori sessantottini e quella dei loro figli apatici. «Mi seguono ragazzi dai 16 ai 25 anni, ma anche gente adulta. Faccio il rap non per fare il divo, ma per comunicare. La mia roba sembra violenta e volgare, poi vedi la tv e non c'è paragone. Ma non mi sento un predicatore. I miei dischi sdrammatizzano. Non ho votato, non avrei saputo per chi votare. Siamo una generazione confusa soprattutto quando si parla di politica».
Moana Pozzi, Pietro Taricone, Marco Pantani e Pietro Pacciani, Pupo, Alessandro Cecchi Paone, Dolce e Gabbana e Wanna Marchi: l'album di Fibra è anche un caleidoscopio di personaggi nazionalpopolari. «La tv è seduzione. Prendi Wanna Marchi. Non sai se condannarla o ammirarla. C'è qualcosa che ti ripugna e ti attira... Pantani era un campione assediato da gente che "vuole lo show da marziani"». (Rap in guerra).

Non c'è Valentino Rossi. «I Rossi non si toccano. Valentino è di Pesaro, due passi da casa mia. Se parlo male di Vasco i suoi ultrà vengono ad aspettarmi sotto casa». Ci sono vip in sottoveste che finiscono all'ospedale. «La storia di Lapo. Un caso di oscenità mediatica. In questi casi tutte le droghe finiscono nella stessa casella.
Non è così. Lo dico per esperienza. Le polveri ti uccidono. E poi la spettacolarizzazione morbosa. Gli italiani si scandalizzano, ma sono anche i puttanieri più spendaccioni. La storia di Lapo non è niente di diverso dai calciatori che vanno a mignotte e pippano tutte le sere. Il mio disco è solo questo, urlare l'orrore, difendermi con le stesse armi di chi ci annienta».

  • Panorama Unplugged
  • Bruce Springsteen
  • Meteo
  • Calendari
  • Panorama su iPad
  • Cerca casa
  • Le nostre newsletter
  • Abbonati
  • Le uscite al cinema
  • Applicazioni Mondadori
    • Immobiliare.it
      Case  |  Uffici  |  Case Vacanza

      Provincia
      Tipologia
    • R101
  • Abbonati subito a Panorama!
  • Panorama ieri
  • Archivio storico di Panorama.it
  • Naviga
    nell'archivio
    storico di
    Panorama.it
  • Home
  • Fotogallery
  • EPOCA
  • Edicola
  • Archivio
  • Info
  • torna su
  • Condizioni di partecipazione
  • Credits
  • Scrivi a Panorama
  • Feed Rss
  • Privacy
  • Gruppo Mondadori
  • Pubblicità
  • Abbonamenti
  • R101
  • Arnoldo Mondadori Editore
© 2007 Arnoldo Mondadori Editore S.p.A. - Partita IVA 08386600152