Archivio Panorama

PROTAGONISTA - GABRIELE LAVIA PARLA DI LAVORO, FIGLI, SOGNI E RICORDI
Il pubblico del teatro è peggiorato, colpa della tv
Di politici in platea ne ha visti spesso solo tre: Nilde Iotti, Fausto Bertinotti e Gianni Letta. «Sul palco come al cinema, l'epoca dei grandi è finita da un pezzo». E di sé dice: «Ho dato il meglio in "Scene da un matrimonio", ma ho un rimpianto: la mia famiglia meritava di più»
di Luigi Vaccari
6/11/2006
URL: http://archivio.panorama.it/home/articolo/idA020001038656
Gabriele Lavia ha un rovello: non aver goduto la vita. Nel Gabbiano di Anton Cechov, ricorda, nell'ultimo atto, il vecchio Sorin dice: «La vita è passata ed è come se non l'avessi vissuta». «È proprio così. Quando la vita, invece di averla davanti, cominci ad averla quasi tutta alle spalle, come è il mio caso…».

A 64 anni?
Beh, il più è fatto e ti chiedi: «Quando cominciamo a vivere?».
Un matrimonio, con Annarita Bartolomei, da cui è nato Lorenzo. Una lunga relazione con Monica Guerritore, da cui sono nate Maria e Lucia. Alcune fidanzate. E teatro, televisione, cinema…

Non ha fatto molte cose?
Molte, è vero. Eppure mi sembra che la vita vera debba ancora venire. È, probabilmente, la costituzione profonda dell'essere umano: che la vita sia sempre avvenire, perché quella che viviamo, l'ora, non si può fermare. Luigi Pirandello lo dice anche meglio: «La mia vita? Della mia vita non so nulla. La mia vita non l'ho vissuta io, l'ha vissuta un altro».

Non è anche vissuto confessandosi, raccontandosi, svelandosi ogni sera nei personaggi che ha interpretato?
Non può che essere così, perché ognuno non può che essere quello che è. Anche se non vuoi, hai sempre a che fare con te stesso quando sei in palcoscenico. Trascendi te stesso.
Lavia, milanese per sbaglio, siciliano di fatto, romano d'adozione, 44 anni di teatro («più o meno»), attore e regista (anche di qualche film), è in partenza per una tournée lunga sette mesi.

Quando, dopo l'Accademia, ha cominciato l'avventura, con lo Stabile di Genova, qual era la sua idea di teatro?
Non mi ricordo nemmeno se l'avessi: sentivo che potevo essere me stesso soltanto sulle tavole del palcoscenico. Ma non riuscivo a dirmi che potevo realizzarmi recitando. Questo racconta qualcosa di veramente profondo: per recitare bisogna mettere in gioco se stessi. Altrimenti può accadere che ti chiedi: Come farò questo personaggio?, Come risolverò questa scena? Come realizzerò questo spettacolo?. E dimentichi che la domanda non è «Come?», ma «Perché?». E la risposta è sempre: Per essere me stesso.

Aveva degli obiettivi?
Vaghi. Sono sempre stato pigro.

È apprezzato di più dal pubblico anziano o giovane, femminile o maschile?
Io sono un po' strano e i miei spettacoli vengono considerati un po' strani, ma in genere sono accolti favorevolmente. Anche lo spettatore o il critico a cui sono fortemente antipatico o insopportabile, credo non possa non riconoscere che, dietro ogni mio spettacolo, ci sia un lavoro gigantesco.

Riccardo Bacchelli mi disse un giorno: «L'ideale è non andare a genio a nessuno, ma sedurre tutti»…
Che meraviglia!...
""
Una foto di Gabriele Lavia con Mariangela Melato in "Chi ha paura di Virginia Woolf"

Come è cambiata, negli ultimi 50 anni, l'istituzione teatrale?
Tutto il teatro è diventato pubblico. Anche il teatro privato, perché, se non ci fossero le sovvenzioni del ministero, non potrebbe esistere in quanto non riuscirebbe a finanziarsi. Lo Stato si occupa del teatro perché dice di ritenere che sia uno dei fondamenti della cultura del nostro Paese.

Lo ritiene davvero?
Personalmente penso che il teatro di prosa sia tollerato dalla politica. Di politici in teatro ne ho visti sempre e soltanto tre: Nilde Iotti, che non c'è più, Fausto Bertinotti e Gianni Letta. In Francia, Germania, Inghilterra, Spagna non si può nemmeno concepire che non si vada a teatro. Il teatro è la cosa più importante che l'uomo abbia inventato. Non possiamo dimenticare che il pensiero occidentale, in fondo, nasce coi Dialoghi di Platone: che sono testi drammaturgici coi personaggi che dicono le loro battute. Il Dialogo: cioè quell'Io che ha necessità di un Tu perché possa esprimersi.
E questo Io e questo Tu hanno necessità di un Egli: lo spettatore che guarda e ascolta quello che Io e Tu si sono detti. Il pensiero occidentale nasce su questo triangolo. Il teatro è un'esperienza ineludibile per poter prendere coscienza di sé. Non è seduttivo, come il cinema: non ti porta da nessuna parte. Il cinema lo vedi e in un ventiquattresimo di secondo sei sulla luna, su Marte, in fondo al mare… dunque diverte. Il teatro non di-verte: con-verte. E ti dice: tu sei qui, io sono qui ed è qui e ora che dobbiamo fare i conti. Insieme.
""
A sinistra, Gabriele Lavia con le figlie Maria, 15 anni e Lucia, 11 anni: a destra, il figlio Lorenzo
Il palcoscenico premia?
Se sei un teatrante autentico, stare in palcoscenico è doloroso, perché, l'ho appena detto, il teatro non diverte: converte. Un attore che esce dal palcoscenico e dice: Come sono stato bravo è certamente un attore mediocre. In palcoscenico ti senti sempre inadeguato.

Chi sono stati i migliori nel Novecento?
Certamente Eleonora Duse. Io non l'ho mai vista. Renzo Ricci mi raccontava: «La Duse recitava come tutti. Ma, dopo un po', ti accorgevi che era un centimetro sollevata da terra». Di quelli che io ho visto, i più grandi sono stati Memo Benassi, che si rivelò accanto alla Duse, e Gianni Santuccio: gigantesco, inafferrabile; un attore e una persona straordinari, purtroppo un po'… disordinato. Una volta mi raccontò che aveva imparato tutto da Ruggero Ruggeri.
Me lo ricordo ancora, Santuccio, quando in Il giardino dei ciliegi di Cechov, regia di Giorgio Strehler, entrava in scena, diceva: «Tic tac, carambola», e c'era un applauso. Perché? Non si sa. Mio padre, che aveva visto Ruggeri, mi raccontava che prendeva gli applausi sulle pause.

Se pensa alla sua generazione?
Non è più possibile essere grandi: bisognerebbe avere un valore, un punto di vista per misurare la grandezza, e noi viviamo l'epoca dei valori svalutati. Possiamo essere grandi soltanto in negativo.

Fra i giovani vede dei talenti?
Faccio tantissimi provini. E ne incontro molti. Ma, l'ho appena detto, è finita per il teatro, come per il cinema, l'epoca dei grandi. Non è un male. Il teatro del resto non morirà mai: non può morire. È il fondamento della nostra cultura, quel pensiero nato in quella terra piccina piccina che era la Grecia…

Nella regia qualcuno l'ha stupefatta?
Strehler. Quando ero ragazzo e vidi le sue regie mi dissi: Gli altri non esistono. Non ho più incontrato nessuno così. Ho fatto con lui Re Lear di William Shakespeare: è stato un grande amore reciproco. A ogni prima di un mio spettacolo mi arrivava sempre un suo telegramma o un suo scritto... Anche Paolo Grassi mi mandava un telegramma di auguri e, dopo aver visto lo spettacolo, mi spediva una lettera dove faceva tutti gli appunti, con grandissimo affetto e profondo rigore. In genere consigliava di tagliare… e aveva ragione. Strehler negli ultimi tempi riproponeva i suoi successi, rivelando una sorta di malinconia. Forse, chissà, aveva paura di affrontare cose nuove.

Lei ha paura?
Sempre. E ogni anno che passa ne ho di più. Si perde la temerarietà dei giovani, invecchiando; pensi che ogni cosa debba essere definitiva. Quante regie mi restano da fare?... Quanta memoria mi rimane per recitare?... Bisogna trascinarsi, pateticamente, per i palcoscenici?... Per sopravvivere?…

Come è accaduto a Salvo Randone?
Ho dimenticato, fra i grandi attori del Novecento, il grande Randone. Ma lui non era umano: era un dio…

Quali qualità deve avere un regista?
Io credo che la qualità principale sia quella di mettere l'attore nella condizione di liberare se stesso. Non devi imporre nulla. Ingmar Bergman dice: «Il regista è colui che sa ascoltare». Ha ragione. Questo non significa non dire nulla all'attore, al contrario: l'attore va sempre corretto, perché, nella situazione innaturale del palcoscenico, è sempre inautentico. Bisogna riuscire a trasformare l'innaturalità in naturalità e l'inautenticità in autenticità, in quello spazio, il palcoscenico, che deve diventare il tuo spazio interiore. Il ci del tuo esser-ci.

Dirigere se stessi offre vantaggi o procura problemi?
Non ci sono vantaggi. Quando dalla platea, dove sono regista, salgo in palcoscenico non so più nulla: divento un attore, con le tensioni, le contrazioni, i luoghi comuni, le stupidaggini, i preconcetti che hanno tutti gli attori. Quando dirigo mando sempre un mio doppio in scena, e a volte lo copio, perché il gesto di un giovane mi dà magari un'idea. È difficile, almeno per me, raggiungere la maturazione dell'autenticità. Il problema è determinato dal fatto che io provo di meno degli altri. Poi sono timido e pudico, e penso: Posso rompere i coglioni a tutti mettendomi anch'io a provare?. E così sono sempre l'ultimo che impara la parte a memoria, e vado in scena impreparato... è un'angoscia.
""
Il regista Strehler, guida di Lavia in molti spettacoli teatrali
Anni fa mi ha confessato di sciacallare anche dall'attore «più cane». Accade ancora?
Sempre. Quasi tutto quello che facciamo è rammemorato. Una cosa nuova, in genere, è trovata per caso.

Quale delle sue interpretazioni crede che resterà nella storia del teatro?
Del teatro non resta assolutamente nulla. Nel mio cuore ci sono cose che ho amato più di altre: Amleto di Shakespeare anzitutto. Scene da un matrimonio e Dopo la prova di Bergman mi hanno fatto capire, recitando tutte le sere, molte cose di me e come andare avanti nel mio lavoro.

Manca all'appello qualche personaggio?
Tanti. Ne mancano alcuni che ho già fatto, ma purtroppo non posso ri-fare perché il teatro è legato al tempo orizzontale: quello che scorre. Mi piacerebbe ri-fare Amleto. Mi piacerebbe ri-fare Macbeth. E altri. Non posso perché l'età non corrisponde. La caduta della maschera è un brutto guaio.

Non è vero, come affermano alcuni, che in teatro l'età non conta?
Conta dannatamente, sempre. Il punto di vista cambia. Se dobbiamo eseguire una sonata al pianoforte, e il nostro punto di vista cambia, possiamo ri-suonarla. In teatro quello che suoniamo non è il testo: il testo serve solo a suonare noi stessi, cambia proprio lo strumento, cioè cambiamo noi stessi.

Se le chiedo un insuccesso che duole?
Dentro di me sono tanti, anche se nessuno è stato un tonfo spaventoso. Una delle cose peggiori che ho fatto è certamente Spettri di Henrik Ibsen. Me n'ero accorto durante le prove… ma oramai non si poteva tornare indietro. Però recentemente ho visto un altro Spettri e mi sono rivalutato (sorride Lavia): era peggio del mio.

Nella preparazione di uno spettacolo, dalla prima lettura alle prove, alla recita, qual è il momento più esaltante?
Misura per misura di Shakespeare, con cui debutterò al teatro Argentina di Roma i primi di aprile (fino ad allora riprenderò Memorie del sottosuolo di Fedor Dostoevskij), lo sto studiando da anni. Il momento migliore è quando immagino lo spettacolo. Dopo comincia il calvario della preparazione, che ha momenti anche consolatori. Il momento peggiore è quando vai in scena. Il mio ideale sarebbe: fare la prova generale, poi prendere una bella tanica di benzina e dare fuoco a tutto. E dire: Uuuh, che peccato! Tutto è andato a fuoco! Non possiamo più recitare! Era un così bello spettacolo e non l'ha visto nessuno... Sarebbe magnifico!

La qualità degli spettatori è migliorata o peggiorata, rispetto a quando ha cominciato?
È peggiorata tragicamente. Il pubblico oggi non capisce quasi più nulla, perché il codice di comprensione è quello televisivo.

Ha molte responsabilità la tv?
La televisione è l'unica responsabile della caduta della qualità umana del pubblico.

Chi è, lei, nel privato? Riesce a staccare la spina o azioni, parole, pensieri sono costantemente concentrati sul teatro?
Tutto quello che faccio è per il teatro.

Nonostante lamenti che le abbia rubato la vita?
Me l'ha rubata. Me la ruba. Ma, anche quando mi faccio il caffè o riempio la vasca da bagno, tutto è rivolto al prossimo spettacolo.
""
Nella foto in alto, Gabriele Lavia e Lucrezia Lante Della Rovere in "Commedia senza titolo" di Cechov: sotto, l'attore con Valentina Sperli in "Riccardo II" di Shakespeare
Che cosa ha rappresentato nella sua storia professionale Monica Guerritore?
Abbiamo fatto insieme spettacoli molto belli e uno dei miei migliori: Scene da un matrimonio.

Nei rapporti con le donne ha più dato o più ricevuto?
Non lo so. Credo in parti uguali.

Quanto spazio è riuscito a trovare per i figli?
Poco. Lorenzo ora fa l'attore. Maria e Lucia… beh, questo è un dolore vero.

Non è stato presente neanche quando occorreva?
No, perché ero in tournée. Il teatro italiano è maledetto, non te lo permette.

La qualità del tempo non compensa la poca quantità?
No, no. Il lunedì, giorno di riposo, sei distrutto dalla stanchezza. I bambini, non ci raccontiamo palle, hanno bisogno della quantità, perché, se stai assiduamente con loro, puoi evitare di stargli addosso.

Le figlie la rimproverano?
Lucia, la più piccola, mi ha detto: «Non voglio fare l'attrice perché non voglio lasciare i miei figli con le tate» 0. Eppure vuole fare il teatro e nello stesso tempo non lo vuole fare perché vuole avere dei bambini e stare con loro. Se lo farà e avrà dei figli si renderà conto di tutta la sofferenza che abbiamo provato Monica e io. Quando erano piccole ce le portavamo appresso in tournée con le tate. Quando hanno cominciato ad andare a scuola non è stato più possibile.

Chi le fa compagnia, oltre alle fidanzate?
I libri.

Ha dei rimorsi?
Tantissimi. Quello che pesa più di tutti è il dolore che, con la separazione, ho dato a Lorenzo, prima, Maria e Lucia, dopo. Quando i genitori si dividono i figli soffrono come cani bastonati, e sono ferite che non si rimarginano mai. Mi accade spesso di sentire: "È meglio separarsi piuttosto che far vivere i bambini in una casa dove si litiga". So di essere controcorrente, ma dovrebbe esserci una legge che impedisca ai genitori di separarsi se hanno dei figli: anche se si odiano.

Crede in Dio?
Sono ateo. E, come ogni ateo, ho il problema centrale di Dio: nessun teista penserà a Dio quanto ci pensa un ateista.

Rimpiange qualcosa?
Di non aver fatto alcuni spettacoli. Di averne fatti altri. Di aver perduto delle donne, perché non avevo capito o inseguivo altre cose. Tanti rimpianti...

Come vive l'orribilità del mondo?
Malissimo. Quello che mi circonda non è il mio mondo. Poi non mi piace questo Paese. Mi è antipatico.

Che cosa manca a questa chiacchierata?
Un po' di leggerezza. Ma sono sempre stato una persona noiosa e, come dite voi moderni, fra virgolette, seria (ride Gabriele Lavia).
Stampa