Messina: io, I'Nba, gli Usa - esclusivo

L'ex consultant coach dei Lakers racconta i suoi States, da Kobe ad Obama

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Ettore Messina sul sito dei Los Angeles Lakers (Credits: nba.com)

di Paolo Corio

Laurea in Economia e Commercio all'Università Ca' Foscari di Venezia, laurea ad honorem in Scienze motorie ricevuta dall'Università degli Studi di Bologna, qualificate esperienze in campo internazionale con punte d'eccellenza in Russia, quindi un ben remunerato contratto da assistente negli Usa. No, non stiamo parlando dell'ennesimo cervello italiano in fuga, ma di coach Ettore Messina, approdato lo scorso anno nello staff dei Los Angeles Lakers di Kobe Bryant dopo aver vinto come pochi altri allenatori nel basket europeo (a partire dalle quattro Eurolega equamente suddivise tra Virtus Bologna e Cska Mosca).

Dopo l'eliminazione dei Lakers dai playoff Nba, Panorama.it ha raggiunto telefonicamente Ettore Messina a Madrid per parlare della sua avventura americana, con uno sguardo anche all'Italia e a un futuro in bilico tra il magico mondo dell'Nba e il richiamo della foresta, ovvero di un nuovo ruolo da primo attore in Europa...

Coach Messina, un bilancio di questa stagione da assistente di Mike Brown sulla panchina dei Los Angeles Lakers
"Decisamente positivo. Un'esperienza intensa e con pochi momenti di allenamento in senso stretto, visti i ritmi di gioco, ma che mi ha dato comunque moltissimo a livello di confronto con gli altri tecnici e con i giocatori. Onestamente, avevo la preoccupazione di riuscire a fare un passo indietro e al contempo conservare il mio spazio nello staff per essere utile alla squadra: ora posso dire di avercela fatta".

Lo confermano le parole di elogio arrivate dallo stesso Mike Brown durante la stagione, oltre a quelle di Kobe Bryant...
"Una stima che mi è stata dimostrata con i fatti, oltre che con le parole, anche se non nego che mi ha fatto piacere sentire Kobe Bryant dichiarare ai media che io arricchivo le idee dello staff con le idee di un basket europeo impostato più sui passaggi e sul movimento di palla, per un modo di giocare che poteva essere anche più divertente di quello sviluppato di solito nell'Nba".

E qual è il suo commento su Kobe Bryant visto molto da vicino?
"Impressionante, e non lo dico per un mero scambio di cortesie. Kobe è una persona acuta e un giocatore che vede il gioco con due passaggi di anticipo, con il quale lo scambio di idee a livello cestistico ti lascia sempre qualcosa".

Al proposito, cosa pensa che l'Nba abbia aggiunto al suo bagaglio tecnico?
"Mi ha colpito la capacità (frutto della necessità di preservare giocatori costretti a un altissimo numero di partite) di limitare in palestra le parti con il contatto fisico, senza per questo perdere in qualità dell'allenamento: ho potuto studiare un incredibile serie di esercizi con contatto controllato o assente, che sicuramente mi torneranno utili anche in futuro. E poi, dal punto di vista relazionale, essere in uno staff dell'Nba significa avere a che fare solo con giocatori dalla forte e spiccata personalità: un arricchimento pure dal punto di vista del team-building".

Chi non ama molto l'Nba, parla di un gioco dove muscoli ed esplosività contano più di tecnica e tattica: il suo parere dopo una stagione da "insider"?
"Devo confessare di essere stato anch'io parzialmente convinto di questo stereotipo in passato, ma ora posso garantire che il livello di conoscenza del gioco di qualsiasi giocatore, non solo delle superstar alla Kobe Bryant o alla LeBron James, è davvero molto alto. Così come l'intensità delle partite: forse sono stato particolarmente fortunato a vivere una regular-season di "solo" 66 incontri, dove ogni partita aveva quindi la sua importanza in chiave playoff, ma - a eccezione dei Charlotte Bobcats - non ho visto squadre giocare così tanto per farlo... E posso anche assicurare che in certi campi, come ad esempio a Utah, Boston, San Antonio e Oklahoma City, oltre che a Los Angeles, c'è un pubblico davvero molto caldo, capace di farsi sentire senza però insultare l'avversario o tirare oggetti in campo. E questo è uno dei tanti aspetti positivi di quel mondo".

Altri dettagli della vita negli States che l'hanno colpita?
"Il fatto che, in una società complessa e articolata qual è quella americana, il vivere quotidiano è paradossalmente semplice: ad esempio non devi dar fondo a tutta la tua creatività per riuscire a ottenere un certificato o un allacciamento per la casa... In più, tutti danno l'idea di pagare le tasse e lo Stato dimostra di essere presente, senza però risultare ossessivo".
 
Ogni riferimento all'Italia non pare puramente casuale... Limitiamoci però alla crisi del nostro basket: ha qualche proposta per iniziare almeno a risalire la china?
"Rispondo partendo dall'osservazione di un fenomeno ormai acclarato: la gente si affeziona alle squadre imbottite di stranieri solo se vincono, altrimenti è solo la presenza di giocatori italiani a creare comunque passione. Il problema è che, assillati dalla necessità di fare risultato, pochi club li fanno giocare; e non è l'obbligo ad averli nel roster che risolve il problema: anzi, quella norma serve solo ad alzare il valore di mercato degli italiani, mettendo ancora più in difficoltà le società. Quello che serve, è allora un campionato in cui i ragazzi italiani di 18-19 anni possano continuare ad avere tanti minuti in campo: quello che accade negli Usa con il torneo universitario Ncaa, che è di fatto la vera ricchezza del basket americano. Come tutti gli addetti ai lavori, guardo comunque con curiosità all'imminente riforma dei campionati nazionali, anche se non riesco a essere ottimista: vedo infatti tante zone d'ombra, soprattutto per quanto riguarda la presunta formula del dilettantismo".

In attesa di novità su quel fronte, pensa che ci saranno novità anche a livello di basket giocato: Siena potrebbe cioè perdere la sua imbattibilità delle ultime cinque stagioni?
"Tutti si aspettano la finale Siena-Milano e credo che così sarà, anche se sono contento che si sia affacciata al vertice Sassari e che vi sia ritornata Pesaro, una piazza storica che ha conservato una grande passione pur avendo passato momenti molto difficili in un recente passato. Starei però molto attento a dare Siena per morta: è vero che ha avuto una grande delusione in Eurolega e che non ha più le certezze di un tempo sul suo futuro, ma proprio per questo ha una rabbia agonistica (alimentata anche da certe recenti polemiche...) con cui preferirei non avere a che fare".

Due pronostici tornando invece oltreoceano: chi vincerà l'anello dell'Nba? E chi la corsa alla Casa Bianca?
"Riguardo al titolo Nba, per fisicità sono favoriti i Miami Heat, ma per qualità del gioco e profondità della squadra i San Antonio Spurs: diciamo che faccio il tifo per loro, visto anche i tanti amici che ho in quella franchigia. Per la Casa Bianca, invece, ho cercato di farmi un'idea anche e soprattutto leggendo i giornali locali nei diversi Stati dove sono stato a giocare con i Lakers: credo che il favorito sia ancora Obama, sia perché ha il carisma che arriva dall'aver combattuto battaglie difficili sia per l'eccessiva frammentazione dello schieramento avversario".

E se invece volessimo scommettere sul futuro di coach Ettore Messina? Ancora Nba oppure Eurolega, magari all'Efes Istanbul?
"Dopo il pessimo periodo con il Real Madrid, seguito agli anni molto belli ma anche molto impegnativi di Mosca, cercavo un'esperienza che mi desse serenità e mi consentisse di concentrarmi più sul gioco che sui risultati: in questo Los Angeles e i Lakers hanno risposto pienamente alle mie aspettative, oltre che a quelle della mia famiglia, quindi mi farebbe solo piacere restare. Però non nego che il richiamo a tornare ad allenare da head-coach è molto forte: qualora accadesse, posso solo dire che sarà in un club dove saprò per certo di poter lavorare con persone con cui mi trovo bene, dove già in partenza avrò la certezza di ricevere stimoli esclusivamente positivi".

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