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Panorama   Archivio   Un'oasi all'equatore

PANORAMA TRAVEL

Un'oasi all'equatore

Ivano Sartori  19/5/2006

Sulla pancia del pianeta, dove la temperatura supera raramente i 25 gradi, le piantagioni di patate, sorgo e papiro si alternano alle foreste dense, umide e quasi impenetrabili. Qui i gorilla di montagna conducono una vita indisturbata, sgranocchiano bambù e fanno la lotta, ignorando i visitatori che li avvicinano in punta di piedi.
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Il ragazzo è giovane e nero, veste di nero con una camicia bianca e una cravatta nera, sotto il braccio ha una cartelletta di finta pelle nera, ma nonostante le apparenze non è un testimone di Geova. È uno che vuol mostrarci e dimostrarci qualcosa. È il professore dell'ora di scienze, un divulgatore scientifico come lo sono Paco Lanciano e Piero Angela a Quark. Siamo a cavallo dell'equatore, la cintura del pianeta, il posto ideale per dimostrare quanto strana e meravigliosa è la Terra.
Did you know? Lo sapevi? Dice un cartello alle spalle del giovane professore. No, non lo sapevamo ma stiamo per apprenderlo. La strada è attraversata da una riga bianca: l'equatore. A venti passi, sul ciglio dell'emisfero nord, c'è un catino bucato su un treppiede; a venti passi, nell'emisfero sud, ce n'è un altro e un terzo si trova proprio sull'equatore. I tre catini sono bucati sotto. Accanto a ognuno di essi un secchio colmo d'acqua.Il divulgatore afferra un secchio e lo svuota nel catino settentrionale: l'acqua cola dal buco formando un vortice che gira in senso orario. Un fiore appoggiato sul mulinello rende più evidente la dimostrazione. Stessa manovra nell'emisfero meridionale: qui l'acqua gira in senso antiorario. Non è finita. Adesso viene il bello. Il dimostratore vuole strabiliarci. Versa l'acqua nel catino posto sulla linea dell'equatore e questa cade senza roteare, va giù bella diritta. A questo punto, il giovanotto sorride, soddisfatto di averci stupito come un imbonitore di fiera. Ma non c'è trucco e non c'è inganno e il docente di curiosità equatoriali apre la cartella per passare alla spiegazione scientifica del fenomeno: la forza di gravità, la rotazione della Terra eccetera eccetera. Ce la caviamo con 10 mila scellini che ci danno pure diritto al certificato di traversata dell'equatore.
Finita la lezione inizia l'intervallo, ci saltano addosso quelli del ristorante e dei negozietti accalcati a rispettosa distanza dal santuario della scienza. C'è da fare la coda per la foto sul cerchio di cemento, stele del meridiano, taglia massima del globo. Siamo a poche ore da Kampala, al termine del nostro viaggio e, pensandoci bene, nella settimana passata a percorrere l'Uganda da est a ovest, di lezioni ne abbiamo ricevute parecchie. Non solo di geografia, ma di botanica, di zoologia, di storia. Vediamo se riusciamo a ricapitolare, insieme a voi, quanto abbiamo imparato.

IL RACCOGLIETORE DI TÈ ORFANO DI BIRRA
Corriamo verso ovest, verso la catena montagnosa del Rwenzori, verso le frontiere del Rwanda e del Congo, attraverso una pianura da cui spuntano foruncoli di terra rossa, bubboni da cui è meglio stare alla larga. Termitai.
Sfioriamo la punta settentrionale di un lago, il Lake Wamala, l'unico lago di una certa dimensione a essere stato battezzato con il nome di un re bugandese (quando aveva sovrani suoi, l'Uganda si chiamava Buganda). Tutti i grandi laghi, a cominciare dal Victoria Lake su cui sorge Entebbe, portano nomi della famiglia reale inglese: Alberto, Edoardo, Giorgio... Solo ai piccoli spettano i nomi indigeni. La lezione di ornitologia comincia con l'incontro delle gru coronate, l'animale simbolo del Paese, effigiato sulle monete, gli scellini. Una volta accoppiate, restano insieme tutta la vita. Una single del gruppo storce il naso in segno di disapprovazione. Lungo la strada prolifera la boscaglia che inghiotte tutto, che tenta di accorparsi i bananeti, i campicelli di sorgo e mais, le case dei contadini, i pali della luce attorno ai quali si attorcigliano rampicanti che li trasformano in palme piumate.

Alle stazioni di servizio veniamo avvicinati da venditori ambulanti che reggono vassoi di banane arrostite con signorilità da camerieri di hotel a cinque stelle. Da sacchi di plastica nera, ragazzini estraggono chapati, focacce tipo piadine, ancora calde. Incombono nuvole dalla pancia nera, gravida di pioggia. Si sgravano e vanno via leggere. La pioggia dura poco. Arriva presto il sole a versare una luce liquida che intenerisce i verdi più cupi, imbiondisce le erbe e le pianticelle del tè. Nelle vicinanze di Fort Portal, i filari di tè corrono paralleli come le treccine orizzontali raso-nuca sulle teste delle bambine. Schiere di raccoglitori spulciano le piante delle loro foglie più tenere, che strappano con gesti rapidi e precisi, meccanici, di cui si gonfiano le mani prima di infilarle nella gerla sulla schiena sorretta da una benda che fascia le loro fronti come una bandana.
Per sapere e per fotografare si paga pegno: una birra. «Babaianga acuna», mio padre è morto, dice uno che ha lasciato il suo filare per venirci a dire la sua storia. «Tinina sente iamalua» e non ho soldi per comprarmi la birra. Gli allungo 500 scellini. Che se li beva alla salute di papà, vivo o morto che sia. Il manager, che ha un orologio di plastica dorata, dice che gli stiamo abbassando la produttività. Mettiamo pure lui sul nostro libro paga, uno che non si abbasserebbe mai a dire che suo padre è morto e che non ha soldi per pagarsi la birra. Scattate le foto, sposta la squadra un po' più in là, fuori tiro, lontano dalla strada maestra dove passano disturbatori come noi.

(Continua)
UNA PIZZA SULLA COLLINA VISTA LAGO
A Fort Portal, a 1525 metri di quota, dove l'Uganda inizia a inarcare la schiena, c'è lo snodo della nostra strada. Da qui, anziché andare a sbattere contro il Rwenzori, piegheremo verso sud. Qualche chilometro ancora di salita ci porterà in groppa al colle dove si trova il lodge in cui passeremo la notte. Il padrone di casa è Aubrey Price, un biondino di pretto stampo inglese, ma con la voce rauca dell'orco che divora due pacchetti di sigarette al dì. Vive isolato quassù, in faccia a una vallata che trascolora dal verde all'azzurro color di lontananza. A occidente si intravedono le cime del Rwenzori. Colli, campi e giungla a 360 gradi, neppure un segno umano a perdita d'occhio. Aubrey continua la tradizione agricola iniziata dal nonno e dal padre, scacciato da Idi Amin. Gli è subentrato alla sua morte, nel 1998. «Vedo più gente qui che se fossi rimasto nello Yorkshire. Là passavano solo inglesi, di qui passa tutto il mondo». E poi si è portato dietro un pezzo di famiglia. Nella valle accanto, sua cugina coltiva vaniglia e caffè. Ai piedi della collina, un laghetto dal nome indigeno: Lake Nyinambuga, profondo 150-180 metri. Ce ne sono una cinquantina nella zona della sua taglia. Sarà quando ne faremo il periplo, il giorno dopo, che scopriremo quanto vivano mimetizzati gli ugandesi di campagna. Passando per i sentieri, tra la vegetazione alta, che nasconde anche noi a chi ci guardasse dall'alto, senti i cani e vedi le casette contadine nascoste tra i banani, i campi di manioca e granoturco con il miglio che ci cresce in mezzo.

How are you? chiedono i bambini che incontriamo lungo il sentiero. Per loro, tutto il mondo di fuori parla inglese, la lingua che imparano a scuola e della quale sono felici di dare prova non appena gli si offre l'occasione. Ti si stringe il cuore a vedere le loro bicocche senza finestre, con dentro un buio da spelonca. C'è vita orba e umida lì dentro.
I bambini sono ovunque. La popolazione cresce in fretta, ma la natura è ancora più svelta. Le foreste, le colline, le piantagioni che a prima vista sembrano deserte pullulano di uomini e donne che lavorano, di ragazzini che giocano e schiamazzano. Nessun luogo selvaggio, nessun panorama silenzioso è veramente disabitato. Escono allo scoperto quando ti avvicini, per guardarti, esaminarti, salutarti. How are you?
A due passi dal lodge c'è la Mbuga primary school, una serie di edifici simili a caseifici padani, con grandi finestre e ambienti ariosi. Le pareti esterne sono illustrate con murales che mostrano la carta dell'Africa, la posizione dell'Uganda nel continente, e quella della Terra nel sistema solare, che fanno vedere come sono fatti il corpo umano, la pelle, l'orecchio e tante altre cose. Insomma, un sillabario scolastico con le figure per lezioni all'aria aperta. Entriamo nella classe del maestro David e tutti gli alunni scattano in piedi. Qui ci credono alla scuola e a tutte le sue promesse. Ultimo pranzo al lodge, prima di ripartire: pizza e vero olio umbro. Non vi sembra un po' la pizza Catarì? Chiedo. Abbi pazienza, siamo in Africa, fa uno. Era mica una critica. Tant'è che mi allungo e ne prendo un altro pezzo.
Sotto di noi il lago che, suggerisce qualcuno, somiglia a quello di Nemi. Il pergolato, gli uccelli, l'aria leggera. Manca solo il pisolino postmeridiano per completare l'illusione di essere nel déhors di una locanda del centro Italia di due o tre secoli fa. Ma si deve andare e si va.

GLI SCIMPANZÉ CI BOMBARDANO
Corriamo su piste di terra rossa sollevando nubi di farfalle dalle ali nere e arancioni. Ci infiliamo nei tunnel vegetali del Kibale forest national park. Scimpanzé previsti dal programma stiamo per arrivare. Dicono che siano almeno cinquecento in quella giungla densa e umida.
Ci caliamo nell'aria soffocante della foresta di Kibale accompagnati da ranger, uomini e donne, in tenuta verde. Non è facile scorgere scimpanzé tra le aeree chiome di ficus alti fino a trenta metri. Ne vediamo però le tracce al suolo: gusci di noci spaccate, semi di bacche, cacarelle. Pranzano in alta quota e ci tirano gli avanzi in testa, quelle scimmie dispettose.
Tra gli alti fusti sbuca una ragazza vestita come un ranger. Ma non lo è. Di carnagione bianca, porta sulle spalle uno zaino che riempie di minuscoli «sassolini» raccolti da terra: scorie di scimpanzé. È Sabrine Krief, veterinaria e dottoressa in ecologia, una francesina di trent'anni che da diversi mesi si fa largo tra i rovi e le piante urticanti per pedinare un piccolo gruppo di scimpanzé e strappargli i segreti di una nuova scienza, la zoofarmacologia.
«Raccogliamo campioni di feci e di urine, prendiamo nota delle erbe e delle piante di cui si cibano e cerchiamo di capire, tra le tante, quali sono le nocive quali le curative».
La nuova scienza ha mosso i primi passi negli anni Novanta, in Tanzania, quando uno studioso americano di primati, Mike Huffman, fu attratto dal comportamento di uno scimpanzé affetto da problemi digestivi. «Guarì nel giro di ventiquattr'ore, dopo aver masticato lo stelo della Vernonia amygdalina, un pianta di norma non commestibile e alquanto amara. Huffman suppose allora che la pianta contenesse sostanze attive contro certi parassiti intestinali».
Lasciamo la scienziata china sul suo lavoro di ricercatrice di cacarelle. Non abbiamo il tempo né la voglia di seguirla in una ricerca così indigesta. La foresta ci vomita fuori dal folto come bocconi non digeribili. Espulsi, ma contenti di esserci messi in saccoccia un'altra lezione. E per di più in una materia di cui non sospettavamo l'esistenza.
(Continua)


GORILLA DI MONTAGNA: POCHI E SOTTO TIRO

""Tra tutti i primati, i gorilla di montagna (Gorilla gorilla beringei) sono quelli a più alto rischio di estinzione. Ne sono rimasti circa 700 sul pianeta, tutti concentrati nella catena dei Virunga, a cavallo di Rwanda, Uganda e Repubblica Democratica del Congo, e nel parco ugandese di Bwindi, più a nord. Certi ricercatori pensano che i circa 300 individui di Bwindi appartengano a una sottospecie leggermente differente. L'80 per cento dei gorilla rwandesi riceve la visita quotidiana di parecchi esseri umani al giorno tra battitori, guardie, ricercatori o turisti. Attorno ai 6000 l'anno.
«Il peggior rischio è il contagio», dice Katie Fawcett, direttrice del Dian Fossey Gorilla Fund International. «I gorilla di montagna sono poco numerosi, isolati e concentrati in uno stesso luogo. Un'epidemia potrebbe essere devastante». Tanto più che il loro territorio si è ristretto. Il Parco nazionale dei Vulcani, che nel 1958 si estendeva su 34 mila ettari, oggi non ne ha che 12.500.
I terreni coltivati hanno a poco a poco rosicchiato la foresta. Le liane e le ortiche cedono il posto alle piantagioni di patate e cavoli. E poi ci sono i bracconieri. Capita spesso che dei piccoli manchino all'appello. Finiscono negli zoo privati di «clienti» asiatici e arabi. Sul terreno restano i cadaveri delle madri che hanno invano cercato di difenderli.
RIVERITI COME LA REGINA D'INGHILTERRA
Superata Kasase, ci acquartieriamo in un fastoso lodge in riva al Lake George, in pieno Queen Elizabeth park, dove la regina d'Inghilterra soggiornò durante una memorabile visita ufficiale nel 1955. Tutto la ricorda ed è intatto da allora. Persino i camerieri che la servirono. Persino i colossali candelabri delle euforbie che amava fotografare con le sue regali mani guantate di bianca pelle di capretto. Neppure gli ippopotami devono aver cambiato abitudini. Oggi come mezzo secolo fa se ne stanno ammucchiati uno sull'altro in riva al lago. Uno a far da cuscino all'altro. Tra di essi passeggiano, come indaffarati inservienti, gli aironi guardabuoi intenti a spulciargli le pieghe della pelle coriacea.
Se vogliamo vedere altri animali di notevole stazza dobbiamo fare la crocierina di un paio d'ore lungo il Kazinga channel che collega il Lake George al più ampio Lake Edward.
Mentre il battello discende il canale carico di composte scolaresche nazionali, e di scomposti turisti esteri, davanti ai nostri occhi scorre il film dell'Africa che tutti vorrebbero filmare. Elefanti sradicano cespugli e alberelli per fare merenda, colibrì frullano le ali prima di lanciarsi sulla preda e infilzarla con il becco, aquile pescatrici estraggono il carrello delle grifagne zampe per atterrare sul pesce che si divincola tra i loro artigli e decollano un battito di ciglia, dopo aver sfiorato il pelo dell'acqua da cui l'hanno estratto gocciolante. Sulla riva, alcuni pescatori ci ignorano, altri ci osservano con le mani sui fianchi, qualcuno ci rifila un gestaccio che vuol dire «smammate». Non gli va di essere fotografati come bufali o elefanti. Sulla fiancata di una barca da pesca dipinta di verde c'è scritto «Allah akbar», Allah è grande.

Nella punta della riva sinistra, poco prima che il canale sfoci nel Lake Edward, cormorani, pellicani, aironi e gru convivono con una densità da allevamento di polli. La barca fa un'inversione a U cercando di non urtare gli ippopotami di cui vediamo le orecchie e gli occhi porcini affiorare dall'acqua.
Prima che il sole tramonti, c'è tempo per un'altra gita istruttiva al Lake Katwe, il lago delle saline. Idi Amin Dada aveva comprato dai tedeschi un impianto per l'estrazione del sale, che si inceppò dopo sei mesi. Hanno cercato di rivenderlo, ma nessuno se l'è preso. «Buttatelo», gli hanno detto i giapponesi che volevano rifilargliene uno garantito di loro produzione. Sarà stata la bufala alemanna, sarà stata la dabbenaggine del passato dittatore, fatto sta che ora l'estrazione continua a mano, qualche sacco al giorno di un sale scuro, che mandano a raffinare in Congo e nel Kenya.

LA RAMANZINA DEL POLIZIOTTO
Dopo Kitagata e Ishaka, la strada costeggia vaste estensioni di papiro: lo usano per i tetti delle case, per le stuoie, per i cesti. Cresce in plaghe di terra fradicia attorniate da eucalipti. È protetto in quanto componente essenziale della zona umida. Le strade sono affollate, i crocicchi sono assemblee civiche, in ogni paesello sembra sempre giorno di mercato.
Intercettiamo camion che caricano caschi di banane, sacchi di caffè, miglio, fagioli, patate. Un casco viene pagato al coltivatore da 500 a mille scellini. A Kampala verrà venduto a 7 mila. Ogni bici trasporta da quattro a sei caschi. A Muko, un camion che è volato fuori strada ha attirato una piccola folla di curiosi che passa la domenica a raccontarsi come rimetterlo in carreggiata. Si chiacchiera e si ride. L'unico a strapparsi i capelli è il padrone del campo di granturco in cui si è rovesciato l'autocarro. Dice che l'incidente gli provocherà un ammanco di almeno cento polente e venti taniche di birra.
La strada ora comincia a farsi davvero ripida e contorta. Solleviamo nubi di polvere rossa che entrano da ogni interstizio del pulmino. Trapaniamo una spessa foresta di bambù. Ci affacciamo su vallate a imbuto, le valli degli orti, patchwork di pezze colorate dalle diverse colture: la terra nuda è nera, il sorgo è rosso, poi ci sono le diverse tonalità del verde a seconda che si tratti di fagioli, mais, patate o altro. Cambiano le piantagioni, ma a zappare, sarchiare e raccogliere sono solo e sempre le donne. Siamo a 2470 metri di quota e le donne con la zappa hanno mollato poco sotto. In pochi chilometri si passa dagli orti in collina alla montagna selvatica.

Salta fuori che dobbiamo andare in Rwanda. Sarà perché è domenica, sarà per una complicata storia di visti e di passaggi al momento chiusi, sta di fatto che i gorilla ci aspettano nel Parco nazionale dei Vulcani, poco oltre il confine. Traversiamo una frontiera sonnacchiosa, con funzionari che ci mandano avanti e indietro da uno sportello all'altro, famiglie parcheggiate da un tempo che pare immemorabile nella terra di nessuno, cambiavalute che ci saltano addosso appena di là. E non solo loro.
Abbiamo lasciato da pochi minuti il confine e già inciampiamo in un guaio. Il nostro autista, che non si è fermato di colpo a un posto di blocco della polizia, deve sorbirsi una lunga ramanzina lardellata con la minaccia di una salata contravvenzione o di essere portato davanti al giudice. Il poliziotto che lo sgrida e infierisce ripetendo il concetto, forse nella speranza di suscitare una reazione scomposta, è un giovane coi baffetti, vestito di un'impeccabile uniforme blu, basco sulle ventitrè e scarpe lucide. L'autista tiene il capo basso e annuisce mesto. Tra la piccola folla che ci attornia nessuno muove un muscolo o tira il fiato. Non si sa come andrà a finire. Se si incrina l'aria contrita che anche noi passeggeri abbiamo assunto per assecondare il monologo del poliziotto, può finire molto male e addio gorilla.
L'autista è perfetto nella parte dello scolaro pentito che non lo farà più. Dopo la tiritera ci viene concesso il perdono con la condizionale. L'assembramento si scioglie senza nascondere la delusione. Il cicchetto del poliziotto è stato fatto anche per loro. Appena fuori dalla portata di orecchie indiscrete applaudiamo Geoffrey, il nostro autista, per il suo sangue freddo. Ma Geoffrey non è uno che perdona. Al ritorno, pur di non far rifornimento in suolo rwandese, brucerà l'ultima goccia di gasolio al primo distributore ugandese.
(Continua)
IL GORILLA CHE AMAVA FARSI FOTOGRAFAREPer andare a vedere i gorilla ci si alza di buon'ora, quando i congressisti che alloggiano nel nostro stesso albergo, il Gorilla Nest Lodge, sono ancora a letto a smaltire gli eccessi di waragi, la grappa di banane, della sera prima. Usciamo che è notte, con il cartone della colazione nello zaino.
Al centro di accoglienza visitatori del parco ci tengono una lezione di galateo: i gorilla non si può fotografarli a meno di sette metri, non si può parlare a voce alta, non si può fare picnic a meno di duecento metri, non si può indicarli con il dito, non si può toccarli né dargli cibo, non ci si può scaccolare e mangiare le unghie in loro presenza, se no gli si dà il cattivo esempio e si inviano segnali di stress. Per quanto siano habituated, cioè allenati alla presenza umana quotidiana, loro sono loro e noi siamo noi. Ecco, per un paio d'ore dimentichiamoci di essere noi e cerchiamo di metterci nelle loro pellicce. Ricevuto, facciamo di sì con la testa in quattro o cinque lingue. Il nostro gruppo è composto da otto turisti, tre portatori, quattro militari armati di AK 47, la guida capo (Oliver), due assistenti e un uomo con il panga (nome locale del machete), che ci farà strada nel groviglio della giungla. Al capolinea di una tormentosa mulattiera c'è la cerimonia della vestizione, che consiste nella consegna del bastone con il puntale di ferro per puntellarci nell'ascesa.
La base di partenza è profumata e idilliaca, tra eucalipti che sanno di suffumigi, fiori di piretro, campi di patate sotto cavalloni di terra, urla di bambini che salutano e si burlano di noi.
A quota 2550 abbandoniamo gli zaini con la roba da mangiare i flash e tutto ciò che può disturbare, ingolosire o irritare i gorilla. Ai gorilla ci si avvicina per progressive iniziazioni e spogliazioni. Insieme alla nostra roba restano i tre portatori con indosso le tute da metalmeccanici e i soldati armati.

Un muretto a secco costruito con blocchi di lava solidificata ci separa dal santuario dei gorilla. Passiamo da un varco stretto e procediamo in fila indiana dietro l'uomo con il panga che disbosca a tutto spiano la foresta di bambù, neanche ricrescesse ogni notte, giusto per mettere i bastoni tra le ruote alla nostra libidine zoofila.
Il terreno è umido, pastoso, friabile, traversato da rigagnoli e pozzanghere, imbevuto d'acqua. In certi tratti si cammina alla quadrumane. La guida ci mostra alcuni funghi di cui si cibano i gorilla. Scivolando e annaspando avanziamo nel pantano. Ecco il primo: sgranocchia stecche di bambù, si gratta petto e ascelle. È una femmina di 28 anni, ci spiega la guida, con problemi di vista.
Le guide continuano a fare rumori con la bocca per annunciare la nostra presenza e per tranquillizzare i padroni di casa. Sono versi simili ai loro e somiglianti al brontolio che si fa per schiarirsi la voce. Devono sapere dove siamo e dobbiamo lasciare aperti dei passaggi. Tutti i gorila che incontriamo si fanno i fatti loro incuranti della nostra presenza. Un giovanotto e una coetanea pencolano da un albero. Un altro se ne sta con la testa ficcata nel terreno a scavare radici commestibili. Con la stessa tecnica che noi applichiamo alla banana, un piccolo sbuccia un pezzo di bambù e se lo mangia. Con l'altra mano si gratta il posteriore. Noi non possiamo toccarli, ma loro toccano noi. Mi sento spingere. È una mamma impaziente con il suo piccolino che chiede strada. Un'altra mamma e il suo primogenito giocano in maniera manesca sotto gli occhi del più piccolo. Fanno la lotta, un misto di wrestling e greco-romana, con il minorenne che tenta di infilarsi in quel groviglio nero di corpi familiari. Alla fine del gioco si danno un paio di sonore manate sulla schiena e poi si spaparanzano. Infine arriva lui, chief Guhonda, il big one, con la schiena argentea che gli merita l'epiteto di backsilver formato poltrona Frau Vanity fair e la statura da armadio quattro stagioni. Se ne sta un po' flesso sulle ginocchia per non impressionarci ulteriormente. Noi siamo genuflessi ai suoi piedi, in posizione adorante.
Sulle prime sembra un po' scocciato per l'affollamento della radura. Forse sta pensando che siamo un po' troppi per essere lunedì. Si mette in posa con una mano sotto il mento, come fanno tanti scrittori in quarta di copertina. Si odono solo i clic degli otturatori. Esposizione lunga perché il cielo è coperto e il bambù è fitto. Poi la foto di famiglia, con lui, il maschio narcisista, abbracciato a se stesso, e la moglie e il piccolo che se lo tengono stretto.
L'adolescente, come tutti gli adolescenti, non si sa dove sia. Forse ha una radura tutta sua. Tempo scaduto, let's go, dicono i ranger. Lui però, il big one, rimane immobile e in posa. Non capisce perché ce ne dobbiamo andare così, su due piedi. Sembra deluso e seccato. Le due ore negli appartamenti della famiglia Sabynyo, il Sabynyo group, composto da undici membri, sono volate anche per noi.

Torniamo al campo di patate infangati e contenti. Affamati. Dai gorilla al pollo arrosto avvolto nella carta stagnola il passo è stato breve. Acquattati dietro le onde di terra del campo, due bambini ci osservano come noi abbiamo osservato i gorilla. Il ranger li stana e li scaccia, ma senza la gentilezza da noi riservata ai gorilla. Poco più in basso, al capolinea dove ci attende il pulmino, riconsegniamo i bastoni con il puntale di ferro. Bisogna che ricordi di comprarmene uno uguale, giù all'albergo.
Alla dogana il bastone con il puntale di ferro fa scattare il metal detector. O tolgo il puntale o lo abbandono. Non ho tempo per la prima soluzione, scelgo la seconda. In aereo verrò a sapere che è più facile che un gorilla di montagna lasci l'Africa piuttosto che un bastone con il puntale di ferro entri in Europa.
(Continua)


UN PAESE DI DEBOLE COSTITUZIONE

La Gran Bretagna, che ha concesso l'indipendenza all'Uganda nel 1962, era arrivata circa ottant'anni prima in quella che Winston Churchill chiamava «la perla dell'Africa». Conquistato l'Egitto nel 1882, i britannici invasero il Sudan sentendosi minacciati dalla sua instabilità. Quando si profilò l'eventualità che forze straniere s'impossessassero delle sorgenti del Nilo, l'esercito di Sua Maestà completò l'escalation occupando l'Uganda.
All'indomani dell'indipendenza diventò primo ministro Milton Obote, che di lì a poco si proclamò presidente e assunse poteri assoluti. Idi Amin Dada, il generale che lo aveva aiutato nel colpo di mano, lo spodestò nel 1971 approfittando di un suo viaggio all'estero. Iniziarono anni di terrore e repressioni sanguinarie che causarono oltre 300 mila vittime. Nel 1972 fu espulsa l'industriosa comunità asiatica. Nel tentativo di distogliere l'attenzione della sua gente dallo sfacelo del Paese, il dittatore dichiarò guerra alla Tanzania. Finì con una disfatta e Idi Amin Dada fu costretto a rifugiarsi in Arabia Saudita. Seguirono anni confusi fatti di guerriglia, razzie, elezioni truccate e malgoverni di breve durata fino a quando, nel 1986, Yoweri Museveni, capo del National Resistance Army, quella meglio organizzata delle tante fazioni in lotta, non entrò nella capitale e cominciò l'opera di restauro di un Paese al collasso. Al potere senza interruzione da allora, allievo modello del Fondo monetario internazionale e della Banca mondiale, Museveni ha guidato il Paese verso la stabilità e la crescita economica. Perciò è diventato il pupillo di Stati Uniti e Gran Bretagna, che lo hanno sostenuto fino a quando, in vista della scadenza del suo ultimo mandato nel 2006, non ha indetto un referendum per varare una riforma costituzionale che proroghi la sua permanenza al potere. Mossa sgradita all'opposizione, che lo accusa di voler diventare presidente a vita usando gli stessi metodi di Idi Amin Dada. In attesa che la situazione si chiarisca, Tony Blair ha sospeso il promesso aiuto di 7,3 milioni di euro.
NOTIZIE GENERALI
Differenza oraria Due ore in meno rispetto all'Italia; solo una se da noi è in vigore l'ora legale.
Documenti Passaporto valido almeno sei mesi e visto (30 euro).
Lingua Inglese.
Moneta Lo scellino ugandese. In cambio di un euro si ottengono poco più di 2000 scellini.
Come telefonare Dall'Italia: 00256 seguito dal prefisso locale senza lo 0 (41 per Kampala) e dal numero. Dall'Uganda: 0039 più il numero.
Indirizzi utili Ambasciata dell'Uganda a Roma, Lungotevere dei Mellini 44, tel. 06.3225220-3207232 (al mattino fino alle 14).

@ IN RETE
www.visituganda.com
Il sito ufficiale dell'Uganda si presenta come un'elegante brochure, con testi e foto sui luoghi da visitare, consigli su come spostarsi, informazioni sulle varie etnie e molti altri suggerimenti utili per visitare il Paese.
www.uwa.or.ug
Nel sito dell'Uganda Wildlife Authority tutte le informazioni sui parchi, per vedere da vicino gorilla e scimpanzé, fare birdwatching, fotografare bufali e zebre, scalare le cime del Rwenzori, camminare nella foresta. In più, le tariffe d'ingresso nei parchi, con gli alloggi e le modalità di prenotazione per le visite guidate.
www.myuganda.co.ug
www.ugandatourism.org
www.destinationuganda.com
Tre indirizzi per esplorare l'Uganda. Il primo sito offre notizie di attualità sul Paese, ma è anche un'utile guida degli hotel e dei luoghi turistici da non mancare. Nel secondo, pagine sui diversi popoli del paese e informazioni su ristoranti, lodge, caffè. Il terzo ha uno scopo puramente commerciale e riporta indirizzi e pubblicità di servizi turistici come tour operator, agenzie di viaggio locali, negozi di artigianato e di antichità, lodge e ristoranti.
www.ucota.or.ug
Se cercate oggetti di artigianato e volete sostenere il commercio equo e solidale, potete visitare questo sito e cercare gli indirizzi delle comunità di donne che producono cesti, borsette, portachiavi, collane, tappeti.

IL VIAGGIO
Il volo Brussels Airlines collega Bruxelles a Entebbe tre volte a settimana (lunedì, mercoledì e venerdì) con partenza alle 10,35 e arrivo alle 22,50. A Bruxelles coincidenza con i primi voli del mattino provenienti da Milano, Roma, Torino, Venezia, Bologna e Firenze. Tariffe a/r a partire da 567 euro.
Info e prenotazioni: 02.69682364 oppure www.flysn.it
La proposta Il reportage delle pagine precedenti è un concentrato del programma «Il meglio dell'Uganda e i gorilla» del tour operator African Explorer (www.africanexplorer.com). L'intero viaggio, della durata di undici giorni (nove notti), oltre a fotosafari nel Queen Elizabeth park, alla crociera lungo Kazinga Channel e all'incontro con i gorilla di montagna del parco dei Vulcani in Rwanda, prevede la risalita del Nilo in battello fino alle cascate Murchison, la ricerca degli scimpanzé nella foresta di Budongo, e molte altre escursioni nei più bei parchi del Paese. Quota da 3785 euro per le partenze del 26 e 28 dicembre; 3985 euro per chi parte il 23 dicembre, ma in questo caso i giorni sono dodici. Tra le quote più convenienti, quelle del 1° febbraio (3430 euro) e del 25 ottobre (3185). Info e prenotazioni: African Explorer, largo Camus 1, 20145 Milano, tel. 02.43319474 fax 02.43982618 (Stefano); info@africanexplorer.com
Viaggio organizzato Altri tour operator che hanno in catalogo l'Uganda: Drive Out, Kel 12 Dune, Kuoni Gastaldi linea Discovery.

SIA FATTA LA VOLONTÀ DI DIO
L'Uganda è per i turisti un Paese stabile e sicuro purché ci si tenga alla larga dall'estremo nord e da certe aree a rischio. Nel 1999, otto turisti e un guardaparco furono rapiti e uccisi dai ribelli hutu rwandesi mentre facevano trekking per andare vedere i gorilla nella foresta di Bwindi.
Estirpati i ribelli rwandesi, restano operativi e temibili i guerriglieri dell'Esercito di resistenza del Signore (Lra), circa duemila soldati bambini guidati da un ex chierichetto che, a colpi di kalashnikov, vuole instaurare un governo basato sui dieci comandamenti.
In più, a complicare la sicurezza, sopravvivono certe consuetudini locali. I furti di intere mandrie di bestiame, che qui sono all'ordine del giorno, non avvengono per colpa degli uomini ma perché è Dio stesso a volerlo. Secondo i karamojong, popolazione autoctona di guerrieri, le mucche sono animali sacri che appartengono a loro per diritto divino. Rubarle è un dovere religioso e un'antica tradizione. L'unica differenza rispetto al passato è che i guerrieri non si servono più di lance e archi, ma di moderne armi semiautomatiche.

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